Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Il passo del Vangelo: Mt 25, 14-30

14 «Inoltre il regno dei cieli è simile a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno; a ciascuno secondo la sua capacità; e subito partì. 16 Ora colui che aveva ricevuto i cinque talenti, andò e trafficò con essi e ne guadagnò altri cinque. 17 Similmente anche quello dei due ne guadagnò altri due. 18 Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò, fece una buca in terra e nascose il denaro del suo signore. 19 Ora, dopo molto tempo, ritornò il signore di quei servi e fece i conti con loro. 20 E colui che aveva ricevuto i cinque talenti si fece avanti e ne presentò altri cinque, dicendo: “Signore, tu mi affidasti cinque talenti; ecco, con quelli ne ho guadagnati altri cinque”. 21 E il suo signore gli disse: “Bene, buono e fedele servo; tu sei stato fedele in poca cosa; io ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo signore”. 22 Poi venne anche colui che aveva ricevuto i due talenti e disse: “Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, con quelli ne ho guadagnati altri due”. 23 Il suo signore gli disse: “Bene, buono e fedele servo; tu sei stato fedele in poca cosa; io ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo signore”. 24 Infine venne anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, io sapevo bene che tu sei un uomo aspro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 perciò ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; ecco te lo restituisco”. 26 E il suo signore rispondendo, gli disse: “Malvagio e indolente servo, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 tu avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, al mio ritorno, l’avrei riscosso con l’interesse. 28 Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. 29 Poiché a chiunque ha, sarà dato e sovrabbonderà, ma a chi non ha gli sarà tolto anche quello che ha. 30 E gettate questo servo inutile nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor di denti”».

Il Vangelo di questa domenica ci invita a riflettere sui doni di Dio, il loro uso e la concezione stessa che abbiamo di Lui. Leggiamo una parabola “del Regno”: attraverso la metafora di un episodio concreto, offre uno scorcio della vita divina, a cui l’uomo è chiamato già nel presente. Il testo ci provoca perché è, in qualche modo, legato alla laboriosità e al fruttificare delle cose, argomenti pervasivi nella nostra cultura.

Una prima chiave di lettura, a cui questo testo potrebbe prestarsi, è l’investimento sociale di doti e qualità personali al fine di massimizzarle. Tale interpretazione rischia di essere riduttiva rispetto alla forza della parabola, offrendo un approccio, forse, solo “utilitaristico” ai doni ricevuti, se non addirittura “performativo”, in linea con le pressioni della società contemporanea.

I doni del Padrone

Alcuni dettagli sono utili per andare a fondo nel contenuto del testo. In primo luogo la quantificazione del “talento”, che corrispondeva a una grande ricchezza. Soltanto un padrone immensamente ricco poteva avere tanti beni da affidare. È presentato un Dio munifico, ben diverso dalla visione, talora molto radicata, di divinità a cui pazientemente estorcere il favore, con cui costantemente contrattare. I talenti non sembrano corrispondere alle qualità, come spesso interpretiamo nel linguaggio corrente: essi sono i beni del padrone, di cui Egli chiede conto, consegnati in base alle capacità dei servi.

Partendo per un viaggio

Altro aspetto molto interessante è il viaggio che il padrone deve intraprendere, motivo per cui affida i suoi beni. Il fatto che Dio affidi all’uomo la sua opera, senza realizzarla “di prima mano” è, da un certo punto di vista, poco ovvio. Il viaggio, in cui il padrone si allontana dai suoi servi e dai suoi possedimenti, uscendo di scena, è qualcosa che difficilmente accettiamo. L’abbandono delle sue creature è la recriminazione più forte che rivolgiamo al nostro Dio: sottrarsi, lasciare uno spazio, non essere “onnipresente”. Eppure il suo silenzio è la condizione in cui il rapporto di figliolanza si realizza e cresce. Il silenzio, che si alterna e prepara la Parola, rappresenta una costante nella Sacra Scrittura. Già in Genesi si evidenzia come il Creatore ami la collaborazione con la sua creatura, a cui dà il potere di nominare le cose (Gn 2, 19) e di riempire la terra (Gn 1, 28), continuando la Sua stessa opera.La consapevolezza che ogni uomo completa l’opera di Dio, che il Suo bene è sempre mediato da qualcuno, deve riempirci di meraviglia, oltre che di senso di responsabilità: rivela un amore grande, inclusivo, non geloso, non accentratore.

Partecipare della gioia di Dio

Un altro aspetto peculiare è che, al suo ritorno, il Padrone giudica i servi come fedeli “nel poco”, anche se aveva affidato loro una ricchezza grande, promettendo poi potere su molto. Il “molto” (contrapposto al “poco” dei talenti) è la partecipazione alla gioia stessa del padrone. I frutti del talento speso non sono soltanto beni misurabili per la vita dell’uomo, ma quella vicinanza con Dio che è partecipazione alla sua felicità, alla sua beatitudine. Non solo “il centuplo in questo tempo”, ma anche “la vita eterna” (Mt 19,29).

Pensar male di Dio

L’immagine del Regno fin qui presentata ci mostra i doni generosi di Dio e la sua fiducia nel rendere la creatura limitata che è l’uomo, collaboratore dell’opera creatrice. Il confronto con il servo che aveva ricevuto un talento rivela drammaticamente la fragilità dell’uomo, l’originale peccato della diffidenza verso il Creatore, l’incapacità di accogliere i doni e, quindi, di realizzare il Regno.

La giustificazione di colui che non “usa” i doni del padrone, facendo finta di non averli ricevuti, agendo “come se” non esistesse, smaschera l’idea di Dio che si annida nel suo cuore: un Dio geloso, aspro, cattivo. L’uomo non crede nell’immensa fiducia accordatagli, sospetta l’inganno, intuisce una trappola nel compito affidato: è il peccato dell’Eden, la ferita originale che tenta ogni uomo a pensare male della volontà di Dio. La conseguenza di ciò scende sull’amministratore come un pesante destino, una minaccia d’inferno. Il dono che ha ricevuto non è entrato in circolo, non ha esitato in nessun atto creativo, non ha portato frutto né per lui, né per altri.

Non vivere

Il padrone inasprisce la disuguaglianza dei servi, consegnando il talento al più ricco dei tre. Ciò rivela la serietà e la libertà con cui il Padre tratta la nostra vita. Vivere “come se” non si avesse ricevuto un dono significa negarne il valore per se stessi e per gli altri. Significa non aprirsi alle relazioni che da esso scaturiscono, sotterrarlo, intrappolarne l’energia trasformante, calpestarlo. Significa morte e non vita. Significa non ritenersi figli, né eredi, né amati, ma schiavi.

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