Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Il passo del Vangelo: Mt 22, 15-21

5Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». 21Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Il brano dei Vangelo di oggi contiene una delle frasi più conosciute e ripetute del Nuovo Testamento: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Essa è, in qualche modo, criptica: si sottrae a una comprensione immediata, vuole far riflettere. Non per nulla gli interlocutori, cioè i discepoli dei farisei e gli erodiani, reagiscono andandosene. Il testo ci riporta che “rimasero sopresi”. Ogni uomo, da duemila anni, resta ancora sorpreso dalla profondità di questa parola. Il fatto che Gesù non risponda, semplicemente, con un “sì” o con un “no” è significativo.

Un tranello

Per provare a comprendere il testo è fondamentale conoscere la circostanze in cui in dialogo si svolge e le peculiarità degli interlocutori. I farisei erano in forte opposizione con il potere romano, non ritenendolo lecito e facendosi interpreti delle attese messianiche, prevalentemente politiche, del popolo. Per loro, soltanto l’atteso Messia poteva essere il Re di Israele. Gli erodiani, invece, erano un gruppo che apertamente sosteneva il tetrarca Erode e la sua dinastia, governanti subordinati al potere di Roma e considerati collaborazionisti. Il tema in questione era decisamente “caldo”: fino a pochi anni prima si erano verificate rivolte giudaiche contro l’Impero Romano, poi represse nel sangue. Le due posizioni, quindi, non potrebbero essere più diverse: eppure entrambi ritengono Gesù un nemico, un ostacolo e un disturbatore.

Il contesto del dialogo è espressamente costruito, come altre volte accade in questo capitolo, per indurre Gesù in errore. Due gruppi in aperto contrasto tengono consiglio contro di Lui. L’occasione deve essere subdola, e si pone con i modi dell’adulazione. Essi affermano che Gesù non ha soggezione di alcuno perché riconoscono che la sua posizione è trasparente, non è sporcata da interessi da nascondere. Egli non è “attaccabile” sul profilo della falsità o delle cattive intenzioni, quindi lo si vuole cogliere in fallo sul contenuto del suo insegnamento, sulla sua conoscenza e aderenza alla Torah.

La domanda è formulata come un tranello senza via d’uscita. Si trovano al Tempio, sono presenti molte altre persone per ascoltare l’insegnamento del Maestro. Rispondere “si” avrebbe etichettato anche Gesù, di fatto, come collaborazionista, destando scandalo tra i presenti. Rispondere “no” immediatamente lo esponeva alla denuncia alle autorità romane, e lo riduceva a uno dei tanti agitatori del periodo.

Gesù è ben consapevole di ogni sottointeso che la domanda porta con sé e subito smaschera i loro secondi fini, definendoli “ipocriti”. Egli non risponderà all’interrogativo posto, a suggerirci che non c’è una risposta univoca, discesa dal cielo, su questo tema. Non si sottoporrà alla manipolazione ma porterà il dialogo su un altro livello, ben più profondo, anche se non di immediata comprensione.

La necessità di un discernimento personale quotidiano

Gesù pone l’attenzione sulla moneta d’argento con impressa l’effigie dell’Imperatore romano, che normalmente non si portava al Tempio perché ritenuta impura (motivo per cui all’ingresso vi erano i cambiavalute). Osservare la moneta per discriminare la sua vera natura, cosa è e “a chi appartiene”, è il movimento più interessante dell’intero brano evangelico. La distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, quindi tra ciò che è del mondo e ciò che non lo è, rappresenta la potenza contenuta in questo brano.

Gesù non dice se il dominio romano sussista di diritto o no, né sembra dire che, poiché è istituito, bisogna fare quanto esso esige. Non parla attraverso sottintesi o “lasciando intendere”, per non essere messo in una posizione scomoda: tutto il suo insegnamento lo metterà in progressivo pericolo, fino alla morte. Viene in mente l’episodio del Vangelo di Luca (Lc 12,14) in cui, di fronte alla richiesta di aiuto di un uomo sull’eredità, Cristo risponde “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. È come se il giudizio sulla natura delle cose, il discernimento tra ciò che è del mondo e ciò che è di Dio, sia lasciato all’uomo, insieme a una forte assunzione di responsabilità sulle decisioni prese. La sfida in cui il credente è chiamato a spendere intelletto e giudizio è proprio in che modo rendere al mondo ciò che gli appartiene e, in un certo senso, quotidianamente liberarsene. Non esiste un modo “già pronto”, su ogni questione concreta, che Dio ci consegna attraverso Gesù.

Ciò che è del mondo e ciò che è di Dio

Il culmine di questo Vangelo è che, oltre alle responsabilità verso le cose del mondo, ci sono le cose di Dio. La moneta romana portava l’immagine dell’imperatore, ergendolo a oggetto di culto. L’uomo porta in sé l’immagine di Dio, quindi è la vita stessa dell’uomo ciò che si deve rendere a Dio, poiché di Dio. Esserne consapevoli significa distinguere ciò che è del mondo, in quanto oppositivo a Dio e “restituirlo”. Questa impostazione del discorso non va a esacerbare la dicotomia per cui esistono cose di Dio e cose in cui Dio non c’entra: tutta la vita dell’uomo, con il corpo, l’anima, l’intera sua salvezza, è “cosa di Dio”. Eppure il mondo, inteso come sistema chiuso al suo Creatore e nutrito dall’illusione di divinità, costantemente vuole imporsi sull’uomo. Rendergli quanto è suo, essendo, quindi, capaci di riconoscere questa tensione nella propria esistenza, rende possibile concentrarsi sul dono a Dio, sulla sua centralità e sulla Sua signoria, che è fonte inesauribile di amore.

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