Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Il passo del Vangelo: Mt 21, 28-32

28«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». 29Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. 30Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò. 31Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.

La liturgia di questa domenica richiama l’uomo alla responsabilità e gli ricorda la serietà del momento presente: è un invito a rivedere le nostre scelte personali e ecclesiali.

La prima lettura: il peccato e la responsabilità del corso della storia

Nella prima lettura, tratta dal libro di Ezechiele, il popolo, che vive ormai in esilio, comincia ad accusare Dio di essere responsabile della situazione in cui si trova. Dio avrebbe condannato il suo popolo alla schiavitù babilonese a causa del peccato dei padri. Il profeta prende la parola in difesa di JHWH: non è Dio responsabile di quanto il popolo vive, ma è conseguenza delle loro azioni. Dio non imputa ai figli le colpe dei padri, ma il decadimento è la conseguenza della deriva morale propria e dei propri fratelli. Da qui l’appello accorato alla conversione e il richiamo alla responsabilità personale:

“Perciò, o Israeliti, io giudicherò ognuno di voi secondo la sua condotta. Oracolo del Signore Dio. Convertitevi e desistete da tutte le vostre iniquità, e l’iniquità non sarà più causa della vostra rovina. Liberatevi da tutte le iniquità commesse e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. Perché volete morire, o Israeliti? Io non godo della morte di chi muore. Parola del Signore Dio. Convertitevi e vivrete” (Ez 18,30-32).

Il culto, le forme di religiosità popolare non hanno alcun effetto su Dio se il mondo è dominato dall’ingiustizia e dalla corruzione morale e sociale; occorre con coraggio prendersi la responsabilità del proprio errore e invertire il cammino, accettando che solo nella volontà di Dio è la nostra pace.

La parabola dei due figli: adesione nominale e adesione effettiva alla chiamata di Dio

La parabola dei due figli narrata nel vangelo è in perfetta sintonia con il messaggio di Ezechiele. Il contesto del racconto è l’accusa che anziani e sommi sacerdoti pongono a Gesù riguardo la sua autorità.

Gesù non risponde direttamente e chiede loro con quale autorità il Battista aveva operato, ma per propria convenienza essi decidono di non replicare. Gesù allora li incalza con il racconto della parabola. Protagonista è un padre con due figli: i sacerdoti sanno che si tratta di Dio, ma non possono accettare l’esistenza di due figli, perché Israele si è sempre percepito come figlio unico.

Il padre della parabola chiede a entrambi i figli di andare a lavorare nella vigna, cioè vuole coinvolgerli nel collaborare a servizio del Regno. Il primo figlio rifiuta ma poi, cambiata idea, va; il secondo dice che andrà, ma non lo fa. Gesù chiede allora agli anziani qual è la volontà di Dio e chi è il vero credente; i sommi sacerdoti e gli anziani sono costretti a dire il primo figlio.

La conversione autentica

Il problema di fondo riguarda la conversione che pubblicani e prostitute hanno attuato nella loro esistenza, mentre i pii israeliti hanno rifiutato l’annuncio ricevuto. Il discepolo di Cristo è colui che si converte alla volontà del Padre: non colui che obbedisce, ma il figlio libero e adulto che porta frutto.

In questo senso, i pubblicani e le prostitute sono un modello per quelli che dicono e non fanno, perché hanno avuto la forza di convertirsi, di unificare il cuore, mentre i cosiddetti ortodossi, che professano la loro fede solo a parole, non mettono in questione se stessi ne le proprie certezze.

 

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