Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Matteo 18, 15-20

15Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.17Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. 

19In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Peccato e divisione

La liturgia odierna ci propone un brano molto noto del vangelo di Matteo, da cui deriva la pratica della cosiddetta “correzione fraterna”. Viene affrontato un tema critico per le comunità cristiane, compresa, quasi certamente, quella dell’evangelista. Il punto di partenza è il peccato di un fratello: tutti hanno sperimentato, almeno una volta, quale dolorosa frattura ciò comporti nella comunione con gli altri. Viceversa, l’indifferenza ci appare chiaramente un fallimento del senso stesso di comunità. Stante il fatto che nessun uomo è immune dal peccato e dall’errore, viene da chiedersi se sia realmente possibile un’unità duratura con i fratelli, laddove essa è costantemente minacciata dalla divisione.

Più di una pratica

Il punto di vista da cui si osserva l’evento è quella del fedele che ammonisce. Un primo livello di ascolto ci insegna una buona pratica da applicare, descritta in dettaglio: avvicinare il fratello nel rapporto interpersonale, per poi coinvolgere altri e solo in ultimo la comunità riunita. Il messaggio è, però, ben più ricco di una semplice strategia pratica, e ciò si comprende ogni qual volta ne sperimentiamo il fallimento e l’inautenticità.

Un fratello

Un primo elemento interessante è che il brano parla di un “fratello”, cioè di qualcuno con cui, in qualche modo, si condivide la vita e la fede. Questo ci dice, che i fratelli, i convertiti a cui Matteo si rivolge, non sono perfetti. Anche se l’incontro con Cristo cambia radicalmente la vita, non la sottrae all’esperienza del peccato. C’è un equivoco di fondo nella presunzione di innocenza su sé stessi e sui fratelli, nell’estremo stupore con cui si constata la colpa di qualcuno all’interno della comunità. Il particolare accanimento con cui, talvolta, si gestiscono situazioni del genere è in opposizione con la logica del vangelo che oggi leggiamo e dovrebbe farci riflettere profondamente.

Ammonimento e chiusura

Essere ammoniti è, quasi sempre, un’esperienza spiacevole, talora francamente dolorosa e umiliante. Ci mette sulla difensiva e, spesso, porta a una chiusura che impedisce l’ascolto di cui parla il testo. Non per nulla l’obbedienza, cioè il “prestare ascolto” che l’etimologia del termine suggerisce, è un valore così poco compreso e accettato. L’ammonimento è un momento delicato proprio perché nelle sue modalità si potrà favorire o ostacolare la predisposizione all’ascolto da parte del fratello.

“Và”

Il “và” che leggiamo indica un movimento. Questo movimento si realizza a partire da un reale interesse per il fratello, uno sguardo attento che si accorge del suo errore, ci riflette e ne soffre. Muoversi verso l’altro, far qualcosa per “guadagnare” i fratelli richiede un impegno che non è possibile (e non ha senso) se non presuppone un destino comune e quindi una forma di “fratellanza”, nelle varie intensità possibili. L’evidenza superficiale, distratta e giudicante della colpa dell’altro, al di fuori di questa relazione, non è quella a cui il vangelo fa riferimento.

Un percorso di correzione

Poiché l’ammonimento trae origine dell’amore e la cura, il luogo privilegiato in cui esso si realizza è proprio la relazione “uno a uno”. Solo in un dialogo intimo si può arrivare al cuore di chi si ha intorno. Tuttavia a causa di tanti fattori tra cui ruolo, personalità, storia di vita e carattere, questo potrebbe non realizzarsi. È allora che interviene una terza persona, un “testimone”, che possa in modo diverso guadagnare il fratello. Soltanto se vi sono questa cura, questa pazienza e questa “personalizzazione” sarà possibile un clima comunitario in cui la correzione in assemblea non sarà vista come una gogna ma come una occasione di conversione. Viceversa farà posto a un atteggiamento giustiziere o maldicente. La consapevolezza della propria fragilità, del fatto che l’errore non riguarda solo gli altri ma anche se stessi è, parimenti, fondamentale. Il fratello colpevole sono anche io, che oggi provo ad ammonirti, quando sbaglierò e tu sarai chiamato alla correzione nei miei riguardi, in un percorso reciproco.

Pagano e pubblicano

In questo percorso è possibile il rifiuto o la chiusura da parte del fratello. Essere come un pagano e un pubblicano, come leggiamo nel testo, va inteso alla luce della vita di Cristo e di cosa sono stati per lui i “lontani”: qualcuno da amare gratuitamente, cui offrire la vita, nuovamente destinatari del Vangelo e dell’annuncio. Non una rigida resa, sostenuta dalla consapevolezza di aver fatto tutto ciò che c’era da fare, o un forzato e vendicativo ritirarsi che contraddirebbe lo spirito stesso della correzione.

Unione possibile?

La seconda parte del brano evangelico promette qualcosa di grande: che il Padre conceda quanto richiesto in accordo e la presenza stessa di Cristo laddove due realizzino l’unione nel suo nome. È difficile credere a questa parola, soprattutto quando sentiamo le nostre richieste inascoltate. Ci suggerisce che, anche quando ne siamo convinti, non realizziamo questa unione. Che mettersi d’accordo sulla terra, trovare il fratello in ogni modo e con creatività, è un percorso arduo, dinamico e ben diverso dalla idea statica di pace che abbiamo.

Testimonianza cristiana

Eppure c’è in gioco tutto, la realizzazione stessa delle opere del cielo. Essere in comunione e unità d’intenti è la testimonianza cristiana per eccellenza, nel regno di divisione che è il mondo. È evangelizzazione. “Perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 17,23)

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