Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Il passo del Vangelo: Mt 15, 21-28

21Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. 22Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». 23Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». 24Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». 25Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». 26Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 27«È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Essere stranieri: Israele, gli altri popoli, l’elezione divina

La liturgia di questa domenica rilegge la storia del popolo d’Israele alla luce dell’esperienza del vivere da straniero: “Noi siamo forestieri davanti a te, ospiti come i nostri padri” (1Cr 29,15). L’essere straniero, oltre che categoria etnica e sociale, è un esperienza antropologica e di fede che tocca tutti gli uomini.

Israele ha vissuto l’esperienza dell’esilio, del vivere da straniero, per cui anche se gli stranieri vengono esclusi dall’assemblea cultuale (Dt 23,4-5), vengono riconosciuti loro alcuni diritti alla maniera degli orfani e delle vedove.

Nell’Antico Testamento, se da una parte è affermato costantemente lo statuto particolare d’Israele, “popolo consacrato” (Dt 7,6) separato da tutti gli altri popoli, dall’altra Israele non rompe mai con gli altri popoli, consapevole che l’elezione è frutto non di merito, ma dell’amore gratuito di Dio (Dt 7,7-8) e che costituisce una responsabilità.

Il testo di Isaia proclamato nella prima lettura ci rimanda a una nuova tappa di avvicinamento a Dio: il Tempio è casa di preghiera per tutti i popoli, in cui Dio raduna tutti i dispersi per costituire il nuovo popolo di Dio, riunito da tutte le genti.

Universalità ed elezione

Nel testo del vangelo, l’incontro della Cananea con Gesù è un episodio chiave che media tra l’istanza di salvezza esclusivista per Israele e la missione ecclesiale per tutti i popoli.

La comunità a cui Matteo scrive è composta in parte di cristiani di origine giudaica, per questo motivo egli sente di dovere presentare l’attività missionaria di Gesù come legata a Israele ma al contempo, attraverso alcuni incontri (la cananea e il centurione), mostra come Egli si apra all’universalità.

Gesù, dopo la disputa con scribi e farisei (Mt 15,1-20), si è ritirato nella regione di Tiro e Sidone, sulla costa fenicia. Si tratta di un territorio straniero ma Gesù, dichiaratosi libero dall’interpretazione farisaica delle leggi di purità, vi si reca per una seconda volta (la prima è narrata in Mt 8,23-34) compiendo così un segno di apertura universale della sua missione, caratterista del tempo post-pasquale (Mt 28,19).

Una donna canenea gli si avvicina; l’evangelista sottolinea la sua appartenenza culturale, probabilmente come riflesso delle grandi tensioni esistenti tra il mondo giudaico e quello pagano. Anche l’atteggiamento di Gesù può essere interpretato come un riflesso dei modelli di comportamento dei giudei nei confronti dei pagani della regione. La donna, che si trova in una condizione di estremo bisogno avendo una figlia indemoniata, grida a Gesù: “Pietà di me, Signore, Figlio di Davide!”. Anche se straniera, questa donna riconosce in Gesù il messia atteso da Israele, compimento di tutte le promesse salvifiche veterotestamentarie e grida, con tutta la sua sofferenza e il suo dolore, chiedendo al Signore il dono della sua vicinanza e della sua grazia.

Gesù reagisce in maniera anomale, non rivolgendo alla cananea neppure la parola, tanto che i discepoli, che vorrebbero liberarsi da questa situazione così imbarazzante, gli si avvicinano per intercedere a favore della donna, cosicché esaudita taccia. La risposta di Gesù, rivolta ai discepoli, ha un valore programmatico: egli, fedele alle promesse messianiche, è stato inviato da Dio per salvare Israele, soprattutto i poveri e i miseri del popolo. Ai discepoli, come nell’episodio della moltiplicazione dei pani (cfr Mt 14, 13-21), toccherà portare l’annuncio della salvezza sino agli estremi confini della terra.

La fede dei lontani

La donna non si scoraggia, ma prostrandosi in adorazione supplica: “Signore, aiutami!”. Torna questo appellativo messianico, “Signore”, che mostra la fermezza della fede della cananea; ma anche davanti a questa affermazione Gesù sembra rimanere impassibilmente, legato ad un messianismo giudaico. “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cani domestici”. Davanti a tale considerazione, la donna risponde da un lato riconoscendo lo statuto prioritario di Israele, ma allo stesso tempo chiedendo di non essere esclusa dalla salvezza solo a motivo della sua condizione etnica di straniera. “È vero Signore”. È la terza volta che questa donna rivolge a Gesù tale appellativo, mentre i discepoli non lo hanno mai chiamato così. “Eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”: la cananea, con grande tenacia e sensibilità, utilizza la stessa immagine della mensa – simbolo della salvezza (cfr. Is 25) – adoperata da Gesù, per rivendicare uno spazio nel piano salvifico di Dio anche per i pagani. Ed è proprio il riconoscimento di una così grande fede che porta all’esaudimento della sua richiesta. Davanti alla fede piccola dei discepoli, questa donna straniera, come il centurione romano (cfr. Mt 8), manifesta una fede grande, la fede dei lontani, una fede che è adesione alla volontà salvifica di Dio in Cristo Gesù, perché “Il mio cibo è far la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua” (Gv 4,34).

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