Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

Le due facce del post-lockdown

La decisione del governo italiano di bloccare gli arrivi da ben 13 Stati, per limitare i rischi di contagio da coronavirus, è un indizio eloquente del capovolgimento che ha portato il nostro Paese ad essere, da focolaio di contagio, ad area relativamente sicura, rispetto a quasi tutto il resto del mondo. Al tempo stesso, il nuovo, preoccupante aumento dei casi di contagio sta portando a ventilare il prolungamento dello stato di emergenza fino alla fine dell’anno.

L’Italia, la prima nazione dell’Occidente ad essere colpita – e con estrema virulenza, almeno in alcune regioni del nord –, ha pagato un caro prezzo alla pandemia, non solo in termini di vite umane perdute (35.000), ma anche di sacrifici imposti alla popolazione e di danni subiti dall’economia per un lockdown particolarmente rigido. Oggi però si trova nelle condizioni di poter tirare un sospiro di sollevo – anche se relativo (e sempre condizionato dal mantenimento di alcune misure elementari di sicurezza) – e può fare un bilancio complessivamente positivo, pur con tutte le dovute riserve, della linea di politica sanitaria seguita per fronteggiare il coronavirus.

Lo schiaffo ai negazionisti

Ad attaccarla come insensata o accusandola di essere liberticida sono stati in tanti. All’estero essa era stata addirittura oggetto di derisione. Finché la pandemia non ha colpito con estrema violenza proprio i Paesi i cui governanti avevano ostentato il loro scetticismo e la loro noncuranza verso i segnali di allarme che venivano dall’Italia. Il primo a pagare le conseguenze di questo atteggiamento è stato il Regno Unito, il cui premier, Boris Johnson, ha vissuto sulla propria pelle, ammalandosi e rischiando la vita, la più sonora smentita del suo negazionismo, e che attualmente, con quasi 45.000 morti, è la nazione europea con un maggior numero di vittime.

Non meno clamoroso lo schiaffo dato dal coronavirus alla sicumera con cui il presidente Trump aveva assicurato che gli Stati Uniti non correvano alcun pericolo, continuando a ripetere che gli scienziati sono troppo allarmisti e che non bisognava paralizzare l’America con eccessivi timori. Da qui anche il suo appoggio ai manifestanti che in diversi Stati hanno aspramente contestato il lockdown, rivendicando il diritto alla propria “libertà”. Anche in questo caso il rifiuto ostentato di adottare le più elementari cautele – Trump ha sempre evitato di portare la mascherina e fino a pochi giorni fa ha presenziato a un raduno oceanico dei suoi sostenitori (anche loro senza mascherina) – ha dato i effetti prevedibili: più di tre milioni di contagi – con un ritmo che tocca sempre nuovi record (siamo a più di sessantamila al giorno) – con 133.000 morti.

Il terzo Paese più colpito al mondo è stato il Brasile. Il presidente Bolsonaro è stato un negazionista convinto e instancabile, e lo rimane anche ora che il virus ha colpito anche lui, insistendo sulla inutilità del lockdown e sulla necessità di continuare a condure la vita ordinaria. Risultato: un milione e ottocentomila contagi e quasi 70.000 decessi.

I “complottisti” e don Ferrante

Foto di Anrita1705 da Pixabay

Questi dati dovrebbero fare riflettere anche coloro che tenacemente, nel nostro Paese, hanno accusato il governo di avere abusivamente limitato la libertà e i diritti. Non parlo qui dei “complottisti”, che hanno addirittura negato non solo la pericolosità reale della pandemia, ma la sua stessa esistenza, attribuendone l’“invenzione” a scienziati corrotti, al soldo delle grandi case farmaceutiche. Davanti a più di dodici milioni di persone contagiate in tutto il mondo e a più di mezzo milione di morti, la loro posizione assomiglia sempre di più a quella dei “terrapiattisti”, che attribuiscono a una congiura la tesi secondo cui la terra sarebbe rotonda.

Nemmeno mi riferisco ai sopracitati leader mondiali che, senza arrivare a questi estremi, hanno creduto però di poter contestare la gravità della pandemia e alcuni dei quali, come si è visto, hanno fatto la fine del don Ferrante dei Promessi sposi, il quale, in piena pestilenza, era arrivato alla conclusione che la peste non poteva esistere perché non rientrava nella categorie della logica aristotelica, non essendo né una sostanza né un accidente, salvo poi a ad ammalarsi e a morire lui stesso appestato.

Diritti negati?

Penso, piuttosto, alle diffuse recriminazioni di chi, a proposito del lockdown, ha con insistenza parlato di “diritti negati”, e quindi anche a quella parte del mondo cattolico che ha vivacemente protestato, finché sono rimasti in vigore, per i divieti alle celebrazione di messe, matrimoni e funerali.

Davanti al disastro provocato altrove da strategie meno severe, questi difensori della “libertà” hanno rimproverato al governo di non avere voluto seguire una linea “mediana”, che evitasse lockdown, imposizioni poliziesche e gravi danni all’economia, puntando piuttosto sul senso di responsabilità dei cittadini, senza cadere però nel lassismo provocato altrove dai governanti “negazionisti”.

Chi ha seguito i miei “chiaroscuri” di questi ultimi mesi sa che ho più volte rilevato gli errori, le incertezze, le contraddizioni che hanno contraddistinto, a livello tattico, l’azione di Conte. Mi sembra difficile, però, alla prova dei fatti, negargli il merito di avere seguito una strategia che alla fine ha limitato i danni in termini di vite umane.

Il prezzo economico: mal comune mezzo gaudio

Si potrà dire che il prezzo è stato troppo alto. In particolare, impressionano i dati dell’economia: in base alle stime del Fondo monetario internazionale, il nostro Paese avrà nel 2020 una caduta del Pil del 12,8%.

Ma a chi imputa questo prezzo agli errori di gestione da parte del governo, è facile far notare che il Fondo, sempre per il 2020, prevede anche per la Spagna un calo del Pil della stessa portata – 12,8% – e uno di poco inferiore – del 12,5% – per la Francia. Crisi a due cifre anche per il Pil britannico, che nel 2020 calerà del 10,2%. E che per la stessa “locomotiva” tedesca si preveda una contrazione del 7,8% è significativo della difficoltà incontrata da tutti i grandi Stati europei nel conciliare tutela della salute e difesa dell’economia.

Bastano i “consigli”?

Quanto all’accusa di avere violato i diritti umani, costringendo d’autorità a un confinamento che avrebbe dovuto essere se mai consigliato, c’è solo da far notare che, dei Paesi con cui il confronto è possibile (ce ne sono, come la Svezia, le cui condizioni sono troppo diverse), che hanno registrato un numero minore di morti sono quelli che hanno adottato forme di severo confinamento, mentre in altri, come l’Inghilterra, i “consigli” non sono mancati, ma si sono rivelati insufficienti.

Anche in Italia, del resto, dove la fine del lockdown è accompagnata, in questi giorni, da pressanti raccomandazioni di non abbassare la guardia, le foto pubblicate dai giornali, ma anche la nostra quotidiana esperienza, ci dicono la vanità di questi appelli. Da qui il timore di una “seconda ondata” della pandemia e le ipotesi di prolungare lo stato di emergenza.

La verità è che il dopo-lockdown sta dimostrando quanto sia carente il senso di responsabilità dei cittadini, quando non è sostenuto da norme rigorose. È un fatto che può dispiacere, ma che è difficile negare.

Il dualismo perverso tra Stato e individuo

La verità è che il coronavirus ha messo in luce una debolezza di fondo insita nella logica liberale che, indebolendo, fino a volte ad eliminarlo, il senso comunitario dei singoli e favorendo una cultura individualista, affida solo allo Stato “gendarme” (l’espressione è dei pensatori che hanno fondato il liberalismo) e alle sue leggi impositive il compito di garantire la convivenza civile. L’antica idea che l’essere umano sia “sociale” per sua natura, e strutturalmente legato agli altri da una reciproca responsabilità, ha lasciato così il posto a una visione in cui l’individuo si ritiene veramente libero quanto meno è vincolato  ad essi e al rispetto delle loro esigenze.

Diritti senza doveri

Perciò, l’esaltazione dei diritti non è stata controbilanciata da una analoga percezione dei doveri. A porre questi ultimi si è dovuto e si deve provvedere con la coercizione esterna delle leggi, che, in questo modo, diventano non la garanzia, ma il limite della libertà e vengono subite con insofferenza.

Lo abbiamo visto e lo vediamo non solo di fronte alla pandemia, ma, purtroppo, nella crisi complessiva del senso di cittadinanza che dovrebbe essere alla base della nostra democrazia. Il bene comune, per la grande maggioranza, è solo uno slogan vuoto. E ai governi si chiede non di perseguire questo ideale utopico ma, molto più realisticamente, di cercare di bilanciare nei limiti del possibile i diversi e talvolta opposti interessi particolari, ovviamente appagando in primo luogo quelli più forti.

Di questa fragilità costitutiva – che mina le basi della nostra società – sentiremo tutte le conseguenze quanto più usciremo dall’emergenza. Già ora l’allentarsi del pericolo e, conseguentemente, delle regole esteriori, ha favorito il ritorno agli individualismi e ai particolarismi, anche all’interno del governo, come evidenzia la permanente paralisi che rende lentissime le sue decisioni.

“Minoranze profetiche da shock” per un mondo diverso

Esistono soluzioni? A breve scadenza, no. Una cultura diffusa non si cambia con un colpo di bacchetta magica. Ma possono incidere su di essa, per trasformarla, quelle che Jacques Maritain chiamava «minoranze profetiche da shock», gruppi capaci di esercitare una critica in profondità dell’esistente, spingendo a riflettere su prospettive diverse. Magari, come nel caso del coronavirus, partendo dalle esperienze più negative per aprire alla speranza di un mondo diverso.

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One Response Comment

  • filippo vitrano  luglio 14, 2020 at 10:47 pm

    Non posso condividere l’idea che la politica sanitaria italiana abbia prodotto un bilancio complessivamente positivo.
    Mi dispiace dirlo, ma il coronavirus oltre ad essere un pericoloso virus, è fonte di posizioni diverse anche tra amici che hanno la stessa visione della vita e gli stessi valori, anche tra maestro e discepolo.
    Non si può essere d’accordo, intanto perché occorre una precisazione sui dati dei decessi.
    Vero è che in America e in Brasile ci sono stati in assoluto il maggior numero di morti, ma tale dato deve essere letto in relazione al numero della popolazione.
    In Italia, a fronte di una popolazione di circa 60.000.000 di abitanti ci sono stati circa 35.000 decessi; negli Stati Uniti a fronte di una popolazione di circa 328.000.000 ( ben diversa dai 60 milioni) ci sono stati circa 133.000 morti, come indicato nell’articolo, e in Brasile a fronte di una popolazione di circa 210.000.000, ci sono stati 70.000 decessi, come indicato nell’articolo.
    Dunque, i circa 35.000 morti in Italia sono proporzionalmente oltre il triplo di quelli in America e in Brasile, indicati come Paesi dove la politica sanitaria permissiva è stata un disastro.
    Con riferimento al Brasile, il confronto poi è ulteriormente peggiorativo per l’Italia laddove si considerino le gravi mancanze igieniche sociali e sanitarie di gran parte di quel territorio.
    Altro discorso per la Gran Bretagna che conta circa 66.000.000 di abitanti, e che in proporzione ha avuto un numero di morti molto simile a quelli registrati in Italia, e che con l’Italia si contende il triste primato dell’indice di mortalità.
    In entrambi questi Paesi ci sono stati degli errori di intempestività, che li pongono sullo stesso piano, giacché il Governo inglese in un primo momento ha adottato la linea della immunità di gregge nella convinzione che favorendo i contagi si potesse arginare la diffusione del virus, mentre in Italia a fronte di uno stato di emergenza dichiarato il 31.01.2020, i primi atti di contenimento sono iniziati intorno al 20.02.2020, e questo clamoroso ritardo, unito ad una politica esclusivamente ospedaliera anti covid, ha provocato un disastro in Lombardia, dove si conta un numero di decessi pari quasi alla metà del totale in tutto il territorio nazionale (16.700 a fronte di circa 35.000) e che se si uniscono le zone contigue del Piemonte e dell’Emilia Romagna raggiungono circa 25.000 decessi, che sono circa i 2/3 del totale.
    La mancata vigilanza e competenza, e l’ avere creato una commistione tra contagiati e sani nelle case di cura per anziani, e negli ospedali, il mancato ascolto delle segnalazioni dei medici curanti su polmoniti anomale, tutto ciò stato determinante e ha provocato il disastro che è sotto gli occhi di tutti, mentre invece in altri Paesi questo non è successo, grazie alla prudenza ed esperienza, ma anche alla lungimiranza politica dei propri governanti.
    Se proprio non si vuole citare il caso della Svezia, che pure è un Paese occidentale, soccorrono gli esempi del Giappone, del Cile, di Taiwan o la Corea del Sud, e di altri con misure meno rigide e illiberali di quelle approntate dal Governo Conte. In particolare si citi il Giappone che su una popolazione di 126.000.000 di abitanti ha contato 920 morti per covid.
    In una recente pubblicazione ufficiale del Ministero della Salute, un esperto virologo del Comitato Scientifico giapponese ( di appena12 persone, e non le centinaia del Governo Conte) ha affermato che l’approccio giapponese, a differenza di quello occidentale (l’occidente, purtroppo, si è ispirato all’autoritarismo cinese), è stato quello di evitare di lasciarsi sfuggire le grandi fonti di contagio (cluster, che in inglese vuol dire grappolo), invece di effettuare test a tappeto per ogni singolo contagiato come fatto in occidente, e che soprattutto, mentre in occidente è stato adottato un atteggiamento “pugnace” nei confronti del virus (frequente l’espressione “Siamo in guerra”), il virologo giapponese afferma che in Giappone, in qualche modo, le persone sono state consapevoli della forza ineluttabile della epidemia, e perciò si sono adotte misure di distanziamento sociale ragionevoli e rispettose dei diritti fondamentali, optando per una convivenza con la malattia, con misure restrittive però certamente non draconiane ad imitazione cinese cinesi, poste in atto in Italia, e gli italiani, non meno dei giapponesi, sono un grande popolo che nei momenti di emergenza e difficoltà vera si uniscono e sanno ascoltare, e sanno essere solidali e responsabili come ha dimostrato la stragrande maggioranza dei cittadini in più occasioni ( emergenze economiche, terrorismo, alluvioni etc)
    Sembrerebbe, dunque, dati alla mano, che senza alcuna sottovalutazione della gravità del fenomeno, la linea cosiddetta “mediana” tra i negazionisti e gli oltranzisti enfatici, si sia dimostrata vincente.
    D’altronde, toni meno aggressivi e catastrofici risultano giustificati dal confronto oggettivo dei dati statistici pubblicati dall’Istat, che istituzionalmente, secondo il Dpr n. 285 del 1990 (si veda il sito ufficiale dell’Istat), annualmente conduce statistiche di mortalità, sulla base delle certificazioni della cause di morte effettuate dai medici.
    Dal confronto delle tabelle, risulta che nel 2017 le morti legate al sistema respiratorio in presenza di altre malattie nello stesso soggetto (e il Covid, è ormai acclarato, risulta essere letale in presenza di comorbilità e di plurime patologie) sono state pari a 33.295, e agli inizi di aprile del 2020, in una intervista su Avvenire, il Presidente dell’Istat Blangiardo, affermava che sino al mese di marzo del 2019 si erano registrate 15.000 morti per polmoniti varie, e l’anno prima erano state 16.220 (sino al 31.03.2018), mentre sino al mese di marzo 2020 il numero di decessi certificati per Covid (virus che colpisce le vie respiratorie) era stato di 12.352, numero paradossalmente più basso rispetto a quello del corrispondente periodo degli anni precedenti.
    Sembrerebbe, pertanto, che la specificità dell’Italia sia proprio da ricondurre non già al numero di decessi (sempre grave anche negli anni passati e che impongono massima tutela dei più indifesi e vulnerabili), ma alla straordinaria concentrazione di decessi proprio nel territorio della Lombardia e in parte nelle regioni limitrofe (Piemonte ed Emilia Romagna), che ha gettato nel panico i governanti italiani, governanti che, dopo avere omesso di adottare prontamente le tempestive precauzioni sanitarie di distanziamento e di filtro aeroportuale, di vietare assembramenti ( proprio là dove è nata l’ emergenza si disputavano partite con stadi affollati, ed altro), di fronte all’ emergenza ospedaliera, legata ai posti letto, e nell’incubo che tale situazione potesse verificarsi nel resto del Paese, il Governo, che con la sua scarsa vigilanza, ha causato il disastro, ha ritenuto di chiudere il territorio e la vita delle persone, dopo avere contribuito a creare il panico, con il non avere adottato misure preventive ed adeguate.
    Inoltre con il silenzio del Ministero della salute dsi univano i pazienti affetti da Covid a quelli presenti nelle residenze per anziani esistenti in queste regioni, sicchè circa il 46% dei decessi sono legati proprio alle residenze per anziani, notoriamente i più esposti e i più deboli (sono in corso indagini sul reato di epidemia colposa),
    Non si può, dunque, accettare la valutazione di un bilancio positivo della politica sanitaria italiana, rispetto a quella degli altri Paesi.
    Ma esiste un altro paradosso. Proprio la politica sanitaria cosiddetta mediana, che si è rivelata vincente, è stata quella che ha evitato forme di autoritarismo e di violazione dei diritti e delle regole democratiche ( in Giappone si è scelta la strada della intangibilità della Carta Costituzionale), mentre nel nostro Paese, come detto da Presidenti emeriti della Corte Costituzionale (Marini, Baldassarre, Silvestri, ed altri giudici costituzionali) si è violato la Costituzione e si è sospesa la democrazia. Come a dire, oltre il danno, anche la beffa.
    Non si tratta per la verità solo di diritti negati, e meno che mai di una lesione della libertà intesa come individualismo e particolarismo contrario al senso della comunità, e in ultima analisi, al bene comune.
    Ma al contrario, proprio il faro del bene comune contro l’individualismo e il particolarismo, conduce a valorizzare il rispetto dei diritti e dei bisogni primari dei cittadini.
    Quanto ai diritti negati, infatti, certamente non ci si lamenta di non essere potuti andare al ristorante o al teatro, o a soddisfare i propri piaceri, ma si deduce che una diversa e meno pugnace politica sanitaria, diversa da quella cinese, non solo avrebbe evitato la negazione di diritti costituzionali, quali il diritto al lavoro (art. 4 Costituzione), il diritto di professare la fede in forma individuale e associata (art. 19 Costituzione), il rispetto dei patti lateranensi di rango costituzionale, la libertà personale (art. 13 Costituzione), la libertà di impresa (art. 41 Costituzione), e altri, ma avrebbe fatto proprio il bene della comunità, attraverso la tutela dei diritti del singolo, evitando di sprofondare in una crisi economica lacerante e certamente la più grave dalla nascita della Repubblica.
    La tutela della libertà e dei diritti individuali si sposa con il senso e il rispetto della comunità.
    Una politica sanitaria diversa, del tipo di quella giapponese di convivenza con il virus, avrebbe dunque evitato sofferenze e angosce (penso alla chiusura di attività con il carico umano e familiare di sofferenze e drammi, e le incertezze sull’avvenire, le paure e le angosce nei rapporti relazionali, il diritto di assistere e salutare il proprio padre e la madre sul letto di morte in ospedale), e non avrebbe certamente aggravato il numero di morti, come dimostra impietosamente il raffronto con i Paesi che hanno adottato questa linea mediana, e che certamente non hanno avuto il numero di decessi avutosi in Italia e che addirittura, in alcuni casi, risulta di gran lunga inferiore, con ciò dimostrandosi che nessun rapporto di causa ed effetto sussiste tra un lockdown connotato da rigidità e terrore, e la salvezza di di vite umane.
    Dal punto di vista economico, poi, non è un caso che le cadute più vertiginose del Pil si registrano in quei Paesi, quali Spagna, Francia, e al primo posto l’Italia, che hanno adottato misure rigide di lockdown, e non è un caso che la stessa Germania, che non ha prolungato il lockdown, e che ha aperto prima degli altri Stati, ha circa una caduta del Pil del 5% in meno rispetto a quella italiana, che in realtà non si poteva permettere un tale tracollo per le già precarie condizioni di bilancio dell’Italia, e che la potrebbero portare (speriamo di no) all’inizio di un pericoloso tunnel.
    Oggi si ventila ancora e purtroppo un prolungamento dello stato di emergenza in assoluta carenza dei presupposti emergenziali, come ormai dicono la gran parte dei virologi (Zangrillo, primario del San Raffaele di Milano, Clementi, ordinario di microbiologia e virologia della stessa università, il virologo Tarro, e la gran parte della comunità scientifica), secondo cui il virus è clinicamente inoffensivo (altro è il contagio, altro è la letalità), come paradossalmente dimostrano gli episodi di incontri di massa dell’ultimo periodo, che non hanno portato invero ad alcun ricovero, dando ragione alle analisi della comunità scientifica ospedaliera e non solo.
    Oggi perciò si tende del tutto ingiustificatamente a perpetuare a tempo indeterminato timori e terrorismo psicologico, che sono strumenti formidabili per creare consenso sulle paure dei cittadini, e pericolosissimi precedenti per il futuro.
    La democrazia non è di cartapesta, che nelle emergenze di volta in volta si accartoccia e poi si riapre a filarmonica.
    Si è aperto per la verità un pericoloso precedente, e questa non è sofferenza per la mancata realizzazione del proprio individualismo, ma per il bene della comunità, perchè si è fatto ciò che non si era mai fatto, pur in presenza di condizioni sanitarie analoghe, almeno statisticamente, a quelle degli anni pregressi, si è fatto ciò che era impensabile sino a qualche mese fa, si è aperto un vulnus all’ ordinamento giuridico con l’ accentramento di poteri nelle mani di un singolo e di un comitato scientifico, esercitato al di fuori dei normali e corretti rapporti tra istituzioni (la nostra è una Repubblica democratica parlamentare con centralità del Parlamento), che autorizza a ritenere che ciò si possa impunemente ripetere in spregio al corretto equilibrio dei poteri e della gerarchia delle fonti del diritto, cardini non del particolarismo ma dei sistemi democratici.
    Ecco perchè esiste la rabbia e la forte protesta di chi invoca i diritti negati, di chi ha visto crollare certezze giuridiche consolidate( l’ intangibilità in italia dei diritti primari da chicchessia e per qualunque ragione, baluardo di democrazia contro i poteri assoluti), che hanno ispirato gli studi e la propria attività lavorativa e non solo materiale.
    A maggior ragione particolarmente inaccettabiledi fronte ad una situazione oggettiva e numerica differente dagli anni pregressi ma non non certo di misura tale da giustificare una rivoluzione del tipo attuato negli ultimi mesi, e supportata da immagini e comportamenti mediatici che hanno spaventato, diffusione mediatca che ha fatto la vera differenza rispetto ai fenomeni e ai dati statistici passati e ai fenomeni virali degli anni precedenti, quando, forse, vi era una classe politica più adulta con più esperienza ed autorevolezza, non arrendevole a folti comitati scientifici, certamente più lungimirante e attenta alle conseguenze delle proprie azioni e ai principi di proporzionalità e ragionevolezza anche in relazione alla differenziazione delle misure da adottare in proporzione alla specificità dei territori e all’ andamento epidemiologico differente ( Se due persone hanno il colesterolo, uno a 300, e l’ altro a 170 non puoi adottare le stessa dieta severa, senza il pericolo che chi sta bene, si ammali di altro).
    Non solo. Anche nel mondo giuridico, già fortemente critico, si sollevano oggi nuove, gravi e fondatissime obiezioni a tale prolungamento della emergenza che risulta non corroborato da alcun presupposto di fatto (per tutti il Prof. Cassese, emerito costituzionalista, secondo cui manca il presupposto della proroga, che non può consistere in un timore, occorrendo una situazione attuale di emergenza), potendosi provvedere, all’occorrenza, e in caso di bisogno, con la stessa celerità, con strumenti costituzionalmente corretti, rapidissimi, quale il decreto legge, e nel rispetto della costituzione, ed in grado di assicurare efficienza e tempestività.
    Ma queste che potrebbero apparire vacue disquisizioni, sono fondamentali in democrazia dove per insegnamento unanime la forma è sostanza, ed il corretto svolgersi delle regole costituzionali sono la garanzia della stessa democrazia per evitare derive assolutistiche legate all’emergenza di volta in volta manipolabile ad uso dei governanti del momento, e ciò proprio a tutela di quel senso di libertà contro forme di governo autoritarie, libertà funzionale e non opposta al senso di comunità, quale presidio, e non già quale anelito all’individualismo egoistico ed edonistico.
    Chi vive nella società non dei palazzi di potere, ma a fianco della gente comune, a quello che si definisce Stato comunità, differente dall’ altro concetto di Stato apparato, chi vive per strada questo lo sa bene. Penso a chi ha le gambe gonfie e chiede una visita medica ospedaliera, e si vede rinviata la visita e la terapia di fronte ai rigidi protocolli per prenotare una visita in struttura pubblica, agli esami diagnostici già prenotati e rinviati d’ ufficio per l’emergenza sanitaria e senza alcuna data, con onere di riprenotazione non si sa a quando, alla signora di 85 anni che deve scendere dal pianerottolo dalla sala di attesa di una Asp senza ascensore, perché la regola del protocollo dice che in una stanza di attesa non possono stare più di 3 persone, e che accompagnata dalla figlia deve aspettare per strada oltre due ore, alle code in tutti gli uffici, al sistema delle prenotazioni ovunque, all’assenza di impiegati pubblici per la firma di contratti di manutenzione di edilizia pubblica, e per avviare attività lavorative, o anche per mandati di pagamento per vivere quanto non si ha la fortuna dell’ accredito mensile certo, alle incertezze sulla ripartenza della scuola che coinvolge le famiglie, ai processi sospesi e ancora una volta rinviati anche di un anno, e la comunità ha fame di giustizia e di cure negate, di istruzione serena, di lavoro facile e veloce, di pratiche evase senza turni estenuanti, insomma, ciò che in Italia, in particolare al sud, per la comunità è di per sè difficile, certamente è ulteriormente aggravato dal prolungamento, soprattutto se ingiustificato (perché incomprensibile) dello stato di emergenza con i rigidi protocolli che si accompagnano allo stesso.
    Quando la disperazione per sopravvivere dopo un lungo lockdown spinge una famiglia di pescatori
    di Terrasini, padre, figlio e nipote, nella notte tra il 12 e 13 maggio, proprio alla riapertura, a sfidare il mare per la fame di sopravvivenza, a compiere scelte incaute, spinti dal bisogno, per essere inghiottiti dal mare una volta amico.
    E’ questo il senso della comunità che emerge dal dualismo perverso tra Stato e individuo, messo in pericolo da chi si oppone al lockdown e al suo prolungamento, per ritenersi veramente libero, e quindi poco vincolato dal rispetto della comunità e delle sue esigenze?
    Credo proprio di no. Ma anzi, la tutela e la salvaguardia dei diritti, nonchè una politica sanitaria meno pugnace e di guerra, prudente e senza panico, sono la migliore garanzia del bene della comunità.
    Infine una considerazione: nei secoli passati la magia di una ripresa dopo una terrible malattia,, la peste o altra aveva un sapore magico e miracoloso, la fede superava la scienza. Oggi nonostante segni di guarigione e di reparti vuoti ci è impedito di sognare. Nessuno però ci toglierà la speranza.
    Filippo Vitrano

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