Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Il passo del Vangelo: Mt 10, 37-42

37Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
40Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Il brano del Vangelo di questa domenica rappresenta una sfida costante per il fedele che vi si imbatte. Contiene, come tutta la Sacra Scrittura, una verità mai del tutto compresa, sebbene limpida e dirompente nella sua novità. Sono chiamati in causa i valori fondanti e “sacri” per gli uomini di ogni tempo: i legami famigliari e la vita stessa. Davanti ad essi viene posto il primato di Dio che, se comprensibile e accettabile “in teoria”, difficilmente l’uomo riesce a vivere.

Priorità

Una prima riflessione che emerge riguarda il concetto di priorità. Le precedenti traduzioni di questo testo utilizzavano la parola “odio” per indicare l’amare di meno. Quando Gesù afferma che, per essere degni di Lui, bisogna metterlo al primo posto, riconosce che c’è un ordine nell’amore e un “tesoro” in cui il cuore dimora (Mt 6,21). Potrebbe sembrare qualcosa di ovvio, eppure il nostro sentire al riguardo si colloca sempre tra una rigida gerarchia dell’amore (che diventa gerarchia delle persone) e l’illusione di poter amare tutto e tutti allo stesso modo, senza alcuna gradazione. Oggi Gesù presenta un’altra via, in cui il primato di Dio diventa condizione per amare ogni cosa e essere, quindi, “degni”.

L’altra faccia dei legami umani

Gesù propone una relazione con Dio che è, in qualche modo, incompatibile con gli altri sistemi umani, laddove essi sono assolutizzati e totalizzanti. I legami umani fondamentali, oltre che luogo di crescita e di libertà, posso essere luoghi di schiavitù e di ostacolo al fiorire della persona. Questa accezione negativa, dalla quale nessun legame umano è immune, rende le relazioni irreali, opprimenti (potranno ancora essere chiamate amore?) e idolatre, attribuendo agli altri (genitori, coniugi, figli) il ruolo di divinità a adorare. Ne scaturisce dipendenza, paura di deludere l’altro e l’assenza di una reale libertà del cuore.

Al primo posto

Mettere Gesù al primo posto significa, in primo luogo, essere consapevoli che Egli ci dà una amore che nessuno può darci, un amore realmente divino che realmente viene prima degli altri amori, che da esso scaturiscono. Significa, poi, mettere ordine nelle relazioni, che non potranno più essere basate su obbedienza, dipendenza e potere, ma sull’accoglienza del Suo amore che trabocca. Infine, il primato di Cristo rivela tutte quelle situazioni, all’interno della relazioni umane, che contraddicono la volontà di Dio, e costringe a fare una scelta, anche coraggiosa. In questo senso è segno di contraddizione. Mai il primato di Dio giustifica le mancanze di amore, anzi conferma e include ogni amore umano, svelando, invece il “falso amore”. In questo senso non è mai totalizzante e dispotico, perché non esclude, anzi include.

Croce e vita donata

L’amore si identifica con l’accoglienza del Figlio (e, di conseguenza, anche del Padre) e si concretizza in una croce presa sulle spalle e con una vita “perduta”. La croce, spesso identificata unicamente con la sofferenza o come “prova” da parte di Dio, indica la vita donata e non rivolta alla propria conservazione e gratificazione. Questa idea del dono e della “perdita” è molto distante dalla nostra cultura dell’affermazione di sé. Analogamente, l’idea che non assolutizza i legami famigliari era distante della cultura familista dei tempi di Gesù.

Essere degni

Accogliere il giusto e il profeta, fare un semplice gesto che lenisca la fatica dell’altro (dare un bicchiere d’acqua), soprattutto se invisibile ed emarginato per il mondo, sono i segni concreti dell’amore secondo Dio, l’unico possibile, la cui ricompensa è una dignità misteriosa, che nessuno potrà toglierci.

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