Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha messo in ginocchio la tenuta sociale ed economica del nostro Paese. Con vari provvedimenti a sostegno delle imprese e dei cittadini, le istituzioni nazionali ed europee cercano di rispondere ad una crisi che l’umanità da parecchio tempo non affrontava.

Delle misure a favore dei lavoratori e dell’economia, discutiamo con Italo Calafiore. Da anni attivo nel volontariato d’ispirazione cattolica, Calafiore è il Responsabile del Patronato ACLI di Caltanissetta.


– Il lockdown ha bloccato la nostra economia. I decreti del presidente del Consiglio Conte e le iniziative della Commissione Europea sembrano aver messo a disposizione parecchie risorse per rispondere alla crisi. Ad oggi qual è la situazione del nostro tessuto sociale ed economico?

Il nostro Paese, ancor prima dell’attuale emergenza sanitaria, non versava in una situazione sociale ed economica “prospera” o paragonabile ad altri Paesi dell’UE. Sul fronte nazionale, già da tempo, registriamo forti divari e disuguaglianze che inevitabilmente colpiscono le famiglie italiane e tutto questo genera situazioni di allarmismo su povertà e nuove povertà. Le nuove povertà ad esempio stanno riguardando quel ceto medio che fino a qualche decennio fa rappresentava uno zoccolo duro per l’intero sistema economico del Belpaese e questo oggi è un problema che sembra sfuggire di mano alla classe dirigente di qualsivoglia estrazione politica. Manca effettivamente una politica economica ampia che investa le famiglie, le imprese, che incentivi non solo i risparmi ma soprattutto gli investimenti. Puntare sulla famiglia, intesa come risorsa sociale e punto di riferimento anche economico, potrebbe accrescere la condizione di benessere a tutto tondo dei nostri territori, in modo particolare del Sud.

Gli attuali decreti del Governo sembrano continuare una strada che prevede la cultura dei “bonus”, in grado di dare risposte immediate ma non esaurienti, rappresentando di fatto una toppa piuttosto che una soluzione strutturale alle “tante” emergenze che già da anni sono sotto la lente d’ingrandimento dei tecnici e degli esperti di settore. Sta poi alla politica formulare un percorso chiaro e a medio/lungo periodo. Questa cultura dei “bonus” sembra dare soluzioni tangibili e concrete agli occhi della popolazione, ma sono inefficaci e talvolta ossigenano quel tanto che basta per potere affermare che “il governo ha fatto comunque qualcosa”. Ovviamente è un problema che risale da molti anni, pertanto non è riconducibile soltanto all’attuale governo. È un problema di sistema, cui la politica e il mondo dei partiti non riesce a superare, ormai da parecchi anni. Sembra quasi che questo meccanismo di incentivo “con i bonus” sia soddisfacente. Ma di fatto non lo è.

– Fra i vari provvedimenti governativi possiamo citare la cassa integrazione che, per via dei ritardi nell’erogazione, ha causato proteste e tensione fra i lavoratori dipendenti. Adesso il contesto è migliorato?

Il sistema degli ammortizzatori sociali del nostro Paese evidenzia un ritardo spaventoso in termini di burocrazia e procedimenti lenti e farraginosi. Lo stesso Presidente del Consiglio Conte in varie occasioni ha ammesso che il sistema di lavorazione, trattazione e liquidazione della cassa integrazione è piuttosto vecchio e farraginoso. La riflessione allora da porre, a pare mio, è la seguente: occorre una pandemia o una crisi di queste proporzioni per capire che le riforme vanno fatte per essere, appunto, lungimiranti così da farsi trovare pronti per il bene della gente in situazioni emergenziali? Ovviamente l’accesso alla cassa integrazione con i problemi e i ritardi che sono stati sotto gli occhi di tutti, in questo periodo ha riguardato milioni di italiani come non sia mai avvenuto in precedenza in tutta Italia.

Ma se guardiamo bene alle vicende passate che hanno riguardato crisi aziendali di molti lavoratori, ci accorgiamo che anche prima quei lavoratori hanno avuto erogata la cassa integrazione con notevole ritardo. Proprio perché la burocrazia è lenta. La differenza sta nel fatto che quando questi problemi coinvolgono una “fetta”, anche se consistente, di lavoratori allora il problema non è italiano, ma solo di quei pochi. Oggi abbiamo capito che una cassa integrazione rivolta a milioni di italiani per un problema che riguarda tutti, mette in evidenza queste falle. Tutto questo non fa bene al nostro tessuto economico e sociale. E non è mai un bel vedere alla nostra politica italiana da parte degli altri Paesi.

– Autonomi e partite IVA sono stati fra i primi a ricevere un soccorso pubblico. Le misure erogate sono state sufficienti a colmare le necessità causate dal blocco totale delle attività?

Mi sento di rispondere a questa domanda, ponendo in evidenza quello che tanti autonomi (commercianti, artigiani) e liberi professionisti titolari di partita iva mi hanno detto: “i mesi di chiusura non si recuperano mai più. Il perso è perso”. Alla luce di questa affermazione, è chiaro che qualunque tipo di intervento da parte del Governo risulti essere insufficiente rispetto al “ricavato mai incassato”. Se a questa insufficienza aggiungiamo la “cultura dei bonus” di cui abbiamo parlato in precedenza, ovviamente la risposta istituzionale diventa molto insufficiente. Se a tutto questo poi aggiungiamo infine che i famosi € 600,00 erogati agli autonomi sono stati concessi “a pioggia”, capiamo bene come questa cultura dei bonus ha perso il suo controllo. Perché è così: i bonus di € 600,00 sono andati anche a quegli autonomi che nel mese di marzo e aprile hanno avuto la concessione per continuare a rimanere aperti e a lavorare. Praticamente chi ha chiuso nel periodo del lockdown si è ritrovato lo stesso importo (€ 600,00) di chi ha continuato a lavorare. E questo sia per il mese di marzo che per il mese di aprile. Tutto questo genera sempre disuguaglianza.

Bastava verificare i codice Ateco di chi aveva avuto la concessione a lavorare e a restare aperto e l’Inps provvedeva a pagare soltanto chi effettivamente è stato costretto a chiudere. Questa modalità avrebbe dato anche un bel segnale di responsabilità istituzionale nel non sperperare denaro pubblico e di intervenire “ad hoc” nei confronti di chi ha avuto maggiore sofferenza e perdita economica. Inoltre, molti altri provvedimenti hanno riguardato misure sì economiche ma con la logica del credito d’imposta che prevede comunque una spesa anticipata da parte dell’autonomo che poi compensa con il fisco, ma oggi il problema riguarda la liquidità. Problema che sembra potersi attenuare in questo mese di giugno con la rimessa della procedura da parte dell’Agenzia delle Entrate sulle richieste a fondo perduto delle aziende che potranno dimostrare perdite nel biennio 2019-2020. Credo che gli interventi andavano fatti in maniera più accorta e mirata. Ma la politica risponderà ovviamente che eravamo sotto emergenza e che in emergenza occorre fare sempre in fretta.

– Durante la crisi, le famiglie hanno rappresentato la base fondamentale del welfare italiano. Tra didattica a distanza e smart working, tra perdita di posti di lavoro e cura degli anziani, le famiglie sono state sottoposte a un carico di lavoro e di servizio spesso non riconosciuto e sostenuto dalle politiche pubbliche. Questa crisi è anche l’occasione per avviare finalmente delle serie politiche familiari nel nostro Paese?

Assolutamente sì. Lo dicevo prima. Occorre puntare sulla famiglia. Sulle natalità. Un Paese che non investe sulla natalità è un Paese che non cresce. Se non cresce un Paese a livello demografico, come fa a crescere a livello economico? È un ragionamento molto ampio e articolato che certamente questa crisi sanitaria ha messo in evidenza in maniera forte. E in maniera forte la politica con la “P” maiuscola deve dare una risposta. Stesso discorso sul fronte del lavoro: lo smart working va regolamentato meglio, va strutturato per essere valore aggiunto a beneficio di tutti, aziende, famiglie, lavoratori, fornitori, clienti … tutti. In questo l’Italia è molto indietro. Ci sono i Paesi anglosassoni o del Nord Europa che in questo sono avanti di parecchi anni rispetto all’Italia. Dobbiamo migliorare ancora molto su questo aspetto.  

– La crisi ha spinto ad un processo di regolarizzazione di migliaia di lavoratori stagionali migranti. Come valuta questa scelta del governo italiano?

Tutto ciò che è regolamentato e regolarizzato è bene. Sempre. Il settore in cui questa regolarizzazione ha avuto attuazione è importante e strategico anche nella lotta alla criminalità organizzata. Il lavoro stagionale non è da meno rispetto ad altri che prevedono contrattazioni più durature: ogni lavoro deve avere la sua dignità e riconoscere il rispetto dell’uomo. Deve riconoscere nel lavoratore una risorsa per ogni territorio e per la collettività. E penso che questo processo è appunto un inizio: un percorso che va proseguito e rafforzato. Il bene dell’uomo passa proprio dal lavoro dignitoso e riconosciuto. Nel lavoro l’uomo riconosce spesso la propria essenza civica.

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