Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Il passo del Vangelo: Gv 6, 51-58

51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Il Vangelo di oggi, solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, affronta una verità centrale della fede, la cui accoglienza è molto ardua. Gesù non attenua il messaggio della sua identità divina, né risolve in metafora “la sua carne e il suo sangue” come nutrimento e fonte di vita eterna.

Il contesto

Il brano si inserisce in un discorso che segue la moltiplicazione dei pani, dopo che Gesù si è sottratto all’acclamazione della folla che voleva farlo re. Quest’ultima, stupita e forse anche delusa, lo incalza chiedendo “cosa fare per compiere le opere di Dio?”. Questo approccio rispecchia la visione veterotestamentaria di Dio, nella quale l’opera buona diventa la merce di scambio di cui l’uomo dispone per relazionarsi con Lui. La risposta di Gesù – cioè che l’opera di Dio si compie credendo in colui che il Padre ha mandato – ribalta questa visione. Per questo i presenti chiedono un segno, più grande di quello dei pani, a cui hanno appena assistito. Viene tirata in ballo la manna, il pane del cielo che Dio diede ai padri nel deserto. Inizia dunque questo discorso sul pane, la carne e il sangue, che costerà al Maestro una crescente incomprensione da parte dei presenti e degli stessi discepoli.

Pane terreno e pane celeste

Il cibo, che il termine “pane” rappresenta, è forse il modo in cui maggiormente l’uomo si mette in relazione con il mondo. Anche le prime (e primarie) relazioni interpersonali sono mediate dal nutrimento, attraverso cui il neonato entra in relazione con la madre. Il Vangelo di oggi ci mostra che c’è un cibo, diverso e “sconosciuto” (Dt 8,16), che ci mette in relazione con Dio.

Nel primo caso, il pane ci fa sopravvivere, deve essere guadagnato e ci fa sembrare la nostra vita capace di sostenersi sulle sue forze. I padri ne mangiarono e morirono. Nel secondo caso si parla di un “vero cibo” e di una “vera bevanda”, di una qualità tale da far sembrare falso, a confronto, tutto il resto. Tale nutrimento, che è la Parola che esce dalla bocca di Dio, Gesù stesso, ci è invece donata. Emerge l’immagine di un Dio che non pretende la carne sacrificale, ma la dona Egli stesso. Non è più l’uomo il cibo di Dio, ma Dio di fa cibo per l’uomo.

Un linguaggio duro

Essere pane vivo, disceso dal cielo e mandato dal Padre, colloca Gesù in una vicinanza con Dio che mette a dura prova la comprensione dei presenti, fortemente educati al monoteismo. Questo linguaggio è duro (Gv 6,60). Tuttavia, Gesù si spinge ancora oltre. Riferisce questo pane alla sua carne e al suo sangue. Il linguaggio non lascia spazio a interpretazioni metaforiche: quando Gesù parla di “masticare” la sua carne e bere il suo sangue, i presenti non potevano che inorridire all’idea. Sia perché avevano ben presente la pratica del sacrificio rituale, sia perché per essi il sangue era la vita, e per tale ragione non bevevano neanche quello degli animali.

Dimorare in Lui

Mangiare questa carne e bere questo sangue significa, quindi, entrare un inedito rapporto con Dio, in cui si accetta che Lui si faccia cibo per noi. E’ sintetizzato nella dizione di “dimorare in Lui”. Questa è la condizione per “avere la vita, la vita eterna ed essere risuscitato nell’ultimo giorno”. Una vita vera, che non sia solo un’apparenza, che abbia l’eternità sia in senso quantitativo, con la resurrezione, sia in senso qualitativo, espandendosi, già adesso, oltre i limiti dentro i quali noi la confiniamo. Questa vita viene dal Padre. È Lui che “ha” la vita. Essa può arrivare all’uomo grazie al Figlio che, con la carne della sua incarnazione e del suo sacrificio, la comunica a noi.

Questo cibo sazia la fame di salvezza che è nell’uomo. Saziato, egli vivrà per Cristo. La manna che mangiarono i padri, come il pane moltiplicato da Gesù, erano pur sempre cibi terreni, anche se donati da Dio. I padri morirono e il loro esodo non si realizzò, non giungendo alla terra promessa. Il pane del cielo che è il corpo di Gesù viene realmente dal cielo, promette la vita eterna e un esodo destinato a realizzarsi.

Il “diventare cibo” che Dio compie in Gesù, può realizzarsi anche in noi: può renderci capaci di non pensare a noi stessi ma agli altri e di nutrire qualcuno. Ogni uomo può diventare nutrimento e lievito per il mondo, se accetta di entrare in questa vita divina, che non conosce, e di dimorarvi.

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One Response Comment

  • SCHIAVO MANLIO  giugno 22, 2020 at 4:24 pm

    Grazie per questa ricca e stimolante « lectio », rispetto alla quale mi permetto di sollevare qualche perplessità, generata probabilmente dal fatto che, per necessità, il commento non puo’ estendersi nell’esplicitazione più ampia di alcuni passaggi concettuali.
    Mi riferisco alle due affermazioni :
    « Emerge l’immagine di un Dio che non pretende la carne sacrificale, ma la dona Egli stesso. Non è più l’uomo il cibo di Dio, ma Dio di fa cibo per l’uomo ».
    «Questa vita viene dal Padre. È Lui che “ha” la vita. Essa può arrivare all’uomo grazie al Figlio che, con la carne della sua incarnazione e del suo sacrificio, la comunica a noi ».
    La « teologia del sacrificio », chiaramente e giustamente « rifiutata » nella prima affermazione, mi sembra quasi volersi riaffermare nella seconda, creando, dunque, una certa « ambiguità » terminologica che, forse, sarebbe stato opportuno evitare o esplicitare più chiaramente nel suo senso più profondo, secondo gli esiti a cui è pervenuta, in tal senso, una ormai consolidata ed autorevole teologia (a proposito dell’ « ambiguità », ma solo per citare un esempio significativo, cfr. Louis-Marie Schauvet ,“Sacrificio”: una nozione ambigua nel cristianesimo, in «Concilium» 4/2013, fascicolo intitolato “L’ambivalenza del sacrificio”).
    Distinti saluti.

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