Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

La preghiera, ricchezza della vita di fede

Riteniamo di potere affermare che l’esperienza della preghiera, insieme a quella dell’unione con Gesù nell’Eucaristia, sia stata quella su cui don Divo Barsotti ha più insistito, l’esperienza a cui ci ha più insistentemente esortato eviscerandola, per noi, nelle sue meditazioni, offrendocela come cosa “altissima” e al tempo stesso accessibile a tutti.

Abbiamo sempre percepito, nelle lettere circolari di don Divo, l’ansia del padre che vuole distribuire fra i figli tutte le sue ricchezze senza però indugiare ad attendere un tempo ultimo, e la preghiera è proprio una di queste ricchezze. Ci ha sempre esortati a farne esperienza quotidiana, non nascondendone, talvolta, le difficoltà, proprio perché non ci scoraggiassimo nel viverla, dedicandole anzi la pazienza e l’attenzione dovuti alla ricerca della “perla preziosa” di Matteo.

Il padre don Divo non ha tenuto “corsi di preghiera”; piuttosto, leggendo i suoi diari, si percepisce, come la preghiera sia progressivamente divenuta in lui respiro, luogo privilegiato per “l’incontro con Dio”. A tutti noi consacrati in comunità ne ha chiesto l’impegno quotidiano, un impegno per la vita, proprio perché la preghiera, progressivamente, divenisse anche in noi respiro e potessimo vivere quotidianamente questo medesimo incontro, realizzando così la nostra vocazione. Ci ha detto tante volte, lo ricordiamo, che “lo scopo della nostra vita, della vita di tutti, di tutta la storia, è proprio questo incontro”; la preghiera è la porta sicura.

Preghiera e Spirito

È per questa ragione che il nostro Statuto raccomanda la preghiera come via maestra di unione col Signore, con la Chiesa e tra di noi che abbiamo risposto alla chiamata di Dio in una comunità di fratelli: “la perfezione della carità, cui obbliga la consacrazione, trova nella preghiera il suo mezzo più efficace, la sua espressione più propria, ed ha nella vita di orazione la sua espressione più alta” (STATUTO, Art. 19). Inserita nella Chiesa, come la Chiesa, la Comunità è una famiglia di anime oranti che lodano Dio perché, nel cammino di conoscenza, lo affermano nella sua grandezza (STATUTO, Art. 7). Per questo l’unico “obbligo” di noi consacrati riguarda l’orazione nella forma della recita delle quattro preghiere e della celebrazione della preghiera liturgica, ma anche di quella personale.

Fondamento e premessa necessaria di ogni esperienza di preghiera è la docilità allo Spirito Santo. D’altra parte, come dice san Serafino di Sarov al discepolo Motovilov : “La preghiera, il digiuno, le veglie e le altre pratiche cristiane, per quanto buone possano sembrare di per se stesse, non costituiscono il fine della vita cristiana, anche se aiutano a pervenirvi. Il vero fine della vita cristiana è l’acquisizione dello Spirito Santo di Dio”.

Necessità vitale: vivere in rapporto con lo Spirito santo

La vita cristiana non è raggiungere Dio, ma fargli posto” (don Divo). Certo fare posto a Dio, per qualsiasi essere umano, si rivela arduo e sembra non umanamente possibile al pari di raggiungerlo; tuttavia, creati a Sua immagine e somiglianza, portiamo nella nostra natura la sua impronta indelebile, siamo tutti naturalmente portati, “vocati” ad entrare in un rapporto di conoscenza reciproca e persino di intimità profonda con Lui. Possiamo chiaramente sottrarci dall’approfondire questa relazione perché, anche se “a Sua immagine”, siamo stati creati liberi, ma proprio a motivo della somiglianza, entrare in rapporto con Dio non solo ci è necessario ma è realmente possibile. Noi consacrati abbiamo già scelto di essere, nel nostro vivere quotidiano, in ogni stato di vita, “cercatori di Dio”; dobbiamo però mantenere un’ attenzione costante alla nostra personale docilità allo Spirito Santo; il cammino spirituale in comunità, infatti, è vero se è frutto di un costante, docile, cammino personale.

Ricordiamo che i Padri insegnano che l’uomo è formato di corpo, anima e spirito, lo spirito però non si “muove”, non agisce se non è visitato dallo Spirito di Dio. Lo spirito dell’uomo non è lo Spirito Santo, noi restiamo creatura, ma lo spirito è in noi una componente fondamentale. Perciò senza Dio, senza lo Spirito Santo, che è il principio vitale, quasi la causa formale dello spirito umano, resteremmo mutilati, vivremmo, si, ma non in pienezza. Ecco la necessità di un rapporto quotidiano, costante, che sostanzia la nostra vita di preghiera, anzi…. il rapporto è la preghiera.

Non ci sembra superfluo ricordare che con il sacramento del Battesimo abbiamo ricevuto proprio il “Dextrae Dei tu digitus”, il “dito della destra di Dio” come lo definisce il Veni Creator, ed è grazie alla Sua azione che non siamo più irrimediabilmente separati dal Padre a causa del peccato e del nostro essere creature, ma possiamo anzi partecipare alla vita divina, vivere una vita spirituale, una vita di preghiera. “(…) Quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale”, dice san Paolo (Rm 8,5).

Vivere la preghiera è accettare di abbandonarsi a Dio

Ognuno di noi, ripensando ad una esperienza di preghiera, sa di avere sperimentato arricchimento interiore, pacificazione, persino bellezza, eppure tutti sperimentiamo spesso una certa resistenza ad abbandonarci a questa esperienza: abbiamo paura.

“Basterebbe davvero che egli ci possedesse, basterebbe che noi ci abbandonassimo alla sua azione. Una cosa sola si impone: la docilità allo Spirito santo. Perchè vedete miei cari fratelli, ha ragione il padre Lallemant quando dice che per paura di essere infelici noi scegliamo di essere infelici tutta la vita: abbiamo paura di donarci a Dio. Proviamo un certo sgomento, vogliamo tenere il timone nelle nostre mani, vogliamo essere noi a guidare il nostro cammino, e così non ci doniamo a Dio, e così rimaniamo infelici. Credo infatti che nessuno di noi sia interamente contento di sé. (…) Egli ci dice: Vuoi tu essere per me? Io sono tutto per te, io mi donerò tutto a te, e tu in cambio vuoi darmi te stesso? Non possiamo non essere contenti di Dio, ma chi di noi può essere contento di sé? (Don Divo, omelia per la Trasfigurazione 6 agosto 1984).

Nel Magnificat Maria ci dice che lo sguardo del Signore si è posato su di lei per “l’umiltà della sua serva”, per questo tutte le generazioni la chiameranno beata: a motivo della sua docilità lo Spirito santo ha potuto fare in lei grandi cose, quelle che i profeti avevano promesso, il disegno di salvezza di Dio passa per il suo “si. La sua docilità rende possibile l’Incarnazione. Ora, Dio, continua ad operare nella storia, grazie ai suoi figli: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo ma da Dio sono stati generati (Giovanni 1, 12-13).

Dice anche san Paolo: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!»” (Rm 8,15). E don Divo si domanda: “Chi è che grida? È lo Spirito Santo, ma è anche l’uomo. Pur essendo lo Spirito Santo il principio delle nostre operazioni soprannaturali, esse sono anche nostre. (…) E ciò dice quanto lo Spirito è intimo alla vita del cristiano”.

Insegnaci a pregare

In alcune circolari alla Comunità don Divo parla di preghiera come di una scuola in cui siamo tutti principianti e in cui è necessaria una certa disciplina: si deve “imparare” a superare la fatica del separarsi dal nostro mondo di impegni, sentimenti e pensieri mondani per andare ad incontrare un Dio che non vediamo e che ci supera infinitamente, ma si può giungere a vivere l’orazione come mistero, cioè a partecipare al segretissimo dialogo tra il Padre e il Figlio.

Gesù stesso, “(…) nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime (…)” (Eb 5, 7)], così la preghiera liturgica inizia con l’implorazione di Cassiano, “O Dio, vieni a salvarmi”. Tanti Salmi hanno forma di supplica e sono grida dell’uomo a Dio: Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce (dal SALMO 129), ma anche Parola di Dio all’uomo: “Hai gridato a me nell’angoscia e io ti ho liberato…(dal salmo 80). Monaci, sulla scia dei Padri del deserto che ripetevano i salmi in un continuo re-incontrare lo Spirito Santo, nel mondo che è il nostro deserto, nella preghiera soltanto viviamo la nostra dipendenza dalla Sua azione.

Nelle meditazioni del padre troviamo in proposito anche un’ esortazione a non confondere la vera preghiera con l’esperienza psicologica. È vero, all’inizio della nostra vita spirituale c’è sempre un evento, un’esperienza che coinvolge la nostra sensibilità e suscita l’attenzione a Lui; possiamo ritenere che Egli stesso susciti così in noi il desiderio, la fame di Lui. Si tratta di quelle consolazioni interiori che i maestri di spirito consigliano di non rifiutare, ma da considerare mezzi e perciò da superare e abbandonare senza rammarico. Sono doni che Dio concede all’anima ma se ci si attacca a questi si corre il rischio di farne il nostro fine.

Non è possibile dire con esattezza in cosa consista la vera preghiera: è al di là degli affetti, del pensiero, degli istinti, lo spirito rimane come sospeso in una purissima attenzione alla realtà di Dio. D’altra parte sul piano pratico la nostra vita spirituale è sempre mescolata all’esperienza psicologica, per tale ragione siamo sollecitati a vivere la preghiera attuale: ci assicura il giusto orientamento dello spirito e possiamo confidare sull’azione dello Spirito Santo in noi. Se poi la nostra anima avverte il desiderio di Dio, talvolta il timore di averlo perduto, possiamo ritenere di averne fatto esperienza.

Non dobbiamo dipendere dunque dalla ricerca di uno stato d’animo tranquillo, per disporci alla preghiera, di comunione col creato, il solo sentimento o la gratificazione, ma orazione come rapporto, colloquio divino a volte anche conflittuale, perché si lotta col maligno e si lotta anche con Dio. Ma, dice don Divo, “è molto meglio lottare con Dio che credere di vivere una vita religiosa più alta quando di Dio non abbiamo una concezione vera e crediamo che tutta la religione consista in un’intima pace che non deriva da una comunione con l’Eterno, (…)”.

La preghiera lavoro del cristiano, il nostro lavoro

L’adorazione, la preghiera personale, quella del cuore, ma ancor più quella liturgica, così importante per la Comunità perché ci fa voce di tutta la Chiesa (STATUTO, Art. 24), vanno vissute in pienezza per andare “oltre la nostra piccola realtà”: ciascuno di noi deve diventare il cuore del mondo nel chiedere misericordia per le proprie e altrui ferite, difficoltà e debolezze, per il peccato del mondo, ma anche nel ringraziare per i doni meravigliosi ricevuti quotidianamente dal Signore, ringraziare anche per chi non ringrazia.

Una preghiera dunque che ci impegna, il lavoro del cristiano, come dice don Divo, nel senso che il Signore ci vuole attivi collaboratori nel suo piano di redenzione universale: la grazia che da Lui viene, infatti, ci trasforma e ci santifica solo nella misura di una nostra vera disponibilità a partecipare, con la nostra preghiera, al mistero eucaristico, al sacrificio di Gesù. “Credere nel primato della preghiera significa credere nella salvezza compiuta da Cristo – non nei nostri sforzi e nelle nostre opere – e che è solo la preghiera che può salvare il mondo, essendo l’atto tramite il quale l’uomo partecipa all’opera redentrice di Cristo”.

Scrive il padre: Nella preghiera del cristiano e della Chiesa il mondo si salva; se le anime consacrate non pregano per il mondo e per gli uomini, l’umanità e il mondo precipitano nel male”. “Tutto è sospeso alla preghiera dell’uomo. Dio ha voluto così. Dobbiamo sentire veramente la nostra responsabilità, perché tutto dipende da noi. Tutto dipende da Dio, eppure tutto dipende anche da noi: non solo la nostra salvezza, la nostra santificazione, ma la salvezza di tutti i nostri fratelli, ma la redenzione del mondo”.

Pregare l’ufficio divino: partecipazione quotidiana concreta

Dice don Divo riguardo ai salmi: “Chi parla nei salmi è l’uomo concreto che è legato al mondo, che è legato agli uomini, e perciò anche nella preghiera non può rinnegare il suo legame e porta, salendo vertiginosamente a Dio, con se stesso, tutte quante le cose: tutte nella sua preghiera le solleva, tutte le innalza davanti al volto di Dio”. 

Il nostro essere monaci nel mondo: Dio ha voluto così, una precisa, individuale, chiamata di Dio

Se abbiamo deciso, ad un certo punto della nostra vita, di vivere come anime consacrate, abbiamo preso un serissimo impegno.

Ci scrive il padre nel Gennaio del 1989: “Carissimi, dobbiamo prendere coscienza sempre più chiara della nostra vocazione non solo per una nostra santificazione personale – che è possibile solo in una risposta generosa e fedele a quel Dio che ci ha chiamato a seguirlo – ma anche per la responsabilità che ha ciascuno di noi nei confronti di tutti i fratelli, perché non vi è santità che non importi anche una missione nei riguardi di tutta la Chiesa, di tutti gli uomini.” (circolari vol.3).

Se abbiamo sottolineato il concetto di una responsabilità nei confronti del mondo, assunta per libera scelta, per volontà di Dio, nella Chiesa, è perché pensiamo importante ricordare, l’uno all’altro, che abbracciare e vivere una fede adulta resta per noi prioritario, prioritario l’allenamento al sentimento della divina presenza, nella tensione di passare progressivamente dal destinare alla preghiera un tempo della nostra giornata al vivere tutto il nostro tempo in Dio.

Semplicità e continuità

Ci sono raccomandate semplicità e continuità come caratteri della preghiera. La semplicità consiste nel trasformare ogni forma di vita e di attività umana in preghiera. Infatti, se la preghiera ci è necessaria per metterci in rapporto con Dio, è valida qualsiasi forma di preghiera, se raggiunge tale scopo: pregare col canto, con la mente, con le parole, con l’attenzione dell’anima, con il lavoro, con la sofferenza, con la gioia del cuore. Secondo l’esortazione di san Paolo: “Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor. 10,31). Crediamo d’altronde che con l’incarnazione del Cristo tutto ciò che è umano diviene ora il segno sacramentale della sua presenza e la preghiera coinvolge tutto il nostro essere.

Facendo le più svariate cose nell’unico amore, si raggiunge l’unità della nostra vita esteriore ed interiore e si realizza l’unità con Dio. Prima di giungere a questo coinvolgimento di tutte le nostre potenze bisogna però esercitarsi, iniziare dedicando assiduamente un tempo della nostra giornata alla preghiera fino a che questa progressivamente trasfigurerà tutta la nostra giornata. La semplicità dunque implica la continuità, cioè la coscienza che “in ogni istante noi possiamo ricevere Dio”. Il tempo non esiste in Dio, possiamo però con la preghiera partecipare dell’eternità. Il nostro tempo acquista un valore altissimo se ogni minuto mi può donare Dio e in ogni minuto io posso vivere l’eternità proprio a ragione del rapporto che realizzo con Dio nella preghiera.

In comunità siamo esortati a distinguere lo spirito di preghiera dagli esercizi di pietà. Non sono richieste devozioni particolari perché ritenute mezzi utili a seconda della maturità spirituale di chi le usa. Ci sono raccomandate invece tutte le forme di preghiera attuale che la Chiesa conosce, il tempo da dedicarvi varia ovviamente in ordine al temperamento, alla vocazione specifica, alla maturità spirituale raggiunta.

Leggiamo nel vangelo di Giovanni: ”I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità […]. Dio è spirito…” (4,23-24). La preghiera dello spirito è possibile in noi come preghiera virtuale, continua, anche se siamo impegnati in altre cose e ne abbiamo soltanto una coscienza riflessa. Certamente Gesù conosceva la nostra incapacità di vivere uno stato di concentrazione continua ma intendeva raccomandare un “orientamento” dello spirito che invece può essere continuo.

Per questa ragione nel cammino in Comunità siamo richiamati alla fedeltà alla preghiera stessa della Chiesa: partecipazione alla Messa, Ufficio divino, lettura biblica. Questi atti possono realizzare al massimo la vitalità dell’anima e costituire una vera ascesi per noi, completata però dall’ascesi dell’intelligenza, della volontà, dei sensi interni (fantasia, affetti) perché tutto sia rivolto, “convertito” a Dio.

Tutti gli atti possono essere vissuti in unione con Dio, sempre in rapporto con Lui nella fede più viva, di modo che non ci non ci sia più distinzione fra sacro e profano: tutto riconsacrato dalla preghiera. La preghiera è domanda, è intercessione, sempre nelle Scritture riceviamo testimonianza che la preghiera è onnipotente sul cuore di Dio, perciò la nostra spiritualità monastica pone l’orazione al di sopra di ogni forma di apostolato. La nostra azione, se trova in Dio il suo fondamento, può essere veramente efficace. Non abbiamo una efficacia diretta sugli altri, ma l’abbiamo sul piano soprannaturale, su Dio, se chiediamo nel nome di Cristo.

Porre davanti a Lui tutte le necessità in un fiducioso abbandono è il nostro apostolato.

Durante le tempora di Pentecoste del 1975 don Divo ci scrive:

…nella Chiesa vi possono essere famiglie di anime più particolarmente impegnate a vivere la preghiera come loro particolare missione di amore. Fra queste famiglie una vuol essere la nostra Comunità. La preghiera dovrebbe essere il nostro respiro: è certo, comunque, che è almeno il nostro impegno più alto e vero. Che cosa saremmo se non fossimo una famiglia di oranti? A questo ci chiama prima di tutto l’adozione filiale: figli di Dio noi dobbiamo partecipare al colloquio che unisce eternamente il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. È la lode divina che nasce da una conoscenza di Dio, dal riconoscimento delle sue perfezioni, dalla visione della sua divina Bellezza.
Ma se siamo figli di Dio in Cristo Gesù, siamo anche, in Cristo, partecipi della sua missione di salvezza per tutti i fratelli: di qui la necessità di una preghiera di intercessione che abbia presenti tutti i bisogni del mondo, che ci faccia solidali coi poveri, coi malati, cogli umili della terra, coi peccatori. La preghiera dovrà realizzare la nostra unione con Dio nella gioia di una intimità di amore (..)ogni giorno più grande, (…) realizzare la nostra unità con tutti i fratelli in una pietà e in una pena che dovrebbe farci sempre più partecipi delle loro umiliazioni, dei loro dolori. (…) E’ sincera davvero la nostra preghiera? E’ costante? Eppure mai come oggi la necessità di una risposta alla nostra vocazione s’è imposta di più. Dove va il mondo? Non si vuol negare che un cammino verso l’unità sia irreversibile e la storia del mondo debba segnare il processo di una unificazione dei popoli, delle razze, delle culture. Ma tutto rimane ambiguo se non è l’azione dello Spirito Santo che agisce nel cuore del mondo. (..) Lo Spirito Santo non vive forse nei nostri cuori? Non vive in noi Uno più grande del mondo?  Segno della vittoria del male è prima di tutto la nostra paura. Non è lecito alcuno sgomento. Dio farà pari i suoi figli alla missione che affida loro.

A proposito del contenuto della preghiera durante l’omelia del 1° maggio 1976 don Divo ci dice:

Ecco la prima cosa che si chiede ad un’anima consacrata: vivere la vita divina, vivere la vita di fede luminosa che, naturalmente, ci fa vivere anche la preghiera. Se Dio si fa presente, diviene naturale l’aprirsi nel bisogno che ha la nostra anima di vivere una comunione di amore, nel bisogno che ha di ricevere da Lui continuamente l’alimento alla nostra vita spirituale. Che la preghiera sia un dialogo vivo! Non si tratta di imparare a memoria, si tratta di vivere nella presenza di Dio quello che questa presenza suscita in te: l’amore, la gratitudine, la lode. È la sua presenza che dona il contenuto alla tua preghiera, perché nella presenza di Dio avverti di più il tuo peccato e trovi il perdono, tu ne conosci la bellezza e lo lodi, tu ne avverti l’amore e lo ringrazi e lo ami. È la presenza stessa che tiene il contenuto della preghiera; tante volte non sappiamo come pregare, tante volte non sappiamo che cosa dire, perché Lui è lontano, perché Lui è come se non ci fosse; ma apri gli occhi e guardalo! Apri gli occhi, apri gli orecchi e ascoltalo; apriti a questa presenza di Dio che ti investe da ogni parte e la tua vita si arricchirà immensamente, avrà un contenuto di amore che nessuna vita umana potrebbe mai conoscere.

Chi non conosce la vita cristiana, vedendola di lontano si allontana, anzi fugge … una vita così noiosa, così pesante, gli esercizi delle virtù … ma per chi la conosce, non c’è vita più bella, vita più grande; chi veramente conosce Dio non può più che desiderare di vivere questa comunione di amore. La nostra vita deve essere essenzialmente questo. Ecco la prima cosa che dovevo dirvi per una vita consacrata. Non vi sarà mai né una vita cristiana né, tanto meno, una vita consacrata, che non trovi nella preghiera la sua espressione più autentica e vera, più necessaria.

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