Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

Fiducia, ma anche richiesta di impegno

«Qui a Codogno è presente l’Italia della solidarietà, della civiltà, del coraggio. In una continuità ideale in cui celebriamo ciò che tiene unito il nostro Paese: la sua forza morale. Da qui vogliamo ripartire». Il discorso del capo dello Stato per la festa della Repubblica, è stato pieno di fiducia non tanto nelle risorse produttive, quanto in quelle etiche, di un’Italia che esce duramente provata da quattro mesi di pandemia. Alla fiducia, però, si è accompagnato un preciso appello: «Questo è tempo di un impegno che non lascia spazio a polemiche e distinzioni. Tutti siamo chiamati a lavorare per il Paese, facendo appieno il nostro dovere, ognuno per la sua parte», ha scritto Mattarella nel tradizionale saluto ai prefetti.

Una permanente campagna elettorale

Parole che a molti sono sembrate di routine, ma che adombrano le fin troppo reali preoccupazioni del presidente della Repubblica, figura simbolica dell’unità della Nazione, in un contesto in cui da tutte le parti arrivano segnali che sembrano contraddirne lo spirito.

È sotto gli occhi di tutti lo scenario di un Paese dove sembra che tutti siano contro tutti. Altro che solidarietà! Già all’interno del governo – secondo uno stile che questa Terza Repubblica ha purtroppo consacrato a partire dal Conte 1 –, ogni partito parla ai suoi elettori, sottolineando la distanza che lo separa dagli alleati e in polemica con essi, in uno stile di permanente campagna elettorale, come se si trovasse all’opposizione.

Il vecchio sistema certamente non escludeva le differenze di punti di vista all’interno dell’esecutivo, ma prevedeva, da parte delle forze politiche che vi concorrevano, l’impegno di non enfatizzarle pubblicamente, per discuterne all’interno del consiglio dei ministri e offrire alla fine un’immagine unitaria del governo. Oggi è diventato normale, invece, dissociarsi a gran voce dai colleghi, arrivando al punto – lo abbiamo visto accadere pochi giorni fa – di lasciare in sospeso fino all’ultimo la scelta se appoggiare o meno la mozione di sfiducia presentata dall’opposizione nei confronti di un ministro. Al di là del merito della questione, quello che manca in questo momento storico è innanzi tutto una cultura di governo.

I meriti del presidente del Consiglio

Né, francamente, sembra avere la statura politica per ripristinarla l’attuale presidente del Consiglio. Dopo la disastrosa prova di inconsistenza offerta nel governo precedente, egli ha mostrato assai maggiore senso di responsabilità in questa seconda esperienza e gli italiani hanno apprezzato il suo coraggio nel prendere in mano la situazione, all’esplodere della pandemia, perdonandogli gli equivoci iniziali (quando aveva assicurato il Paese di avere la situazione sotto controllo) e le non poche incertezze e contraddizioni successive. Gli è stato rimproverato, dalle opposizioni, di aver fatto tutto da solo e di non averle ascoltate.

In realtà, chi ha un minimo di memoria sa che questa è stata per l’Italia una fortuna, che le ha evitato di fare la fine dell’Inghilterra e degli Stati Uniti.

Anche la linea di condotta verso l’Europa è stata abbastanza equilibrata, senza cedevolezze, ma evitando le clamorose rotture che i sovranisti esigevano. E i risultati, per quanto ancora parziali, si sono visti, dall’accordo tra Francia e Germania per avallare la soluzione proposta dal governo italiano, alla decisione della Banca Centrale Europea di raddoppiare gli acquisti di titoli per aiutare i Paesi colpiti dalla pandemia.

E i suoi limiti

Resta il fatto che Conte non è Napoleone, ma neanche la Merkel, e le sue capacità di mediatore fra le diverse anime del suo governo non riescono, ora che la paura del coronavirus ha riaperto il reciproco gioco al massacro, a evitare uno stato di permanente precarietà dell’esecutivo e una cronica lentezza nel prendere le decisioni (come è stato per il decreto contenente le misure per il rilancio dell’economia, slittato a metà maggio).

Pur senza avallare le aspre parole del presidente di Confindustria, Bonomi, secondo cui la politica di questo governo «rischia di fare più danni del Covid» – anch’esse certamente espressione di un clima tutt’altro che cooperativo –, bisogna riconoscere che la sensazione è di una seria difficoltà di Conte e dei suoi ministri nel far ripartire il Paese.

Manifestazione di forza o di debolezza?

Ma non sembra stare meglio in salute l’opposizione. Anche la manifestazione del 2 giugno, che nelle intenzioni degli organizzatori avrebbe dovuto dimostrare la capacità della destra di prendere in mano le sorti del Paese, ha evidenziato il contrario. E non tanto per la mancanza di distanziamento e di mascherine, quanto per l’assenza di reali proposte alternative.

«Siamo qua per risolvere i problemi, non per protestare, ma per proporre soluzioni», ha detto Salvini. Ma, di fatto le sue richieste concrete – «burocrazia zero e taglio delle tasse» – non possono non apparire dei semplici slogan a chiunque abbia un minimo di conoscenza dei problemi cronici del nostro Paese nel semplificare la burocrazia e combattere l’evasione per ridurre le aliquote fiscali (problemi, peraltro, che neppure il governo gialloverde, di cui Salvini era vicepremier, ha risolto).

Va aggiunto che molti manifestanti hanno insistito sulle dimissioni del governo e sulla richiesta di nuove elezioni. Anche la Meloni ha alluso alla necessità di un nuovo governo «scelto dai cittadini». Una polemica fondata sul misconoscimento delle regole costituzionali, che prevedono lo scioglimento delle Camere solo quando non è possibile una maggioranza scelta, appunto dai cittadini (che invece, pur sgangherata com’è, indubbiamente c’è), ma soprattutto completamente estranea al contesto attuale, dove l’inevitabile vuoto di potere che si determinerebbe sarebbe un puro e semplice suicidio. In ogni caso, non si tratta certo di un atteggiamento che miri alla collaborazione con l’attuale esecutivo, come continuano a ripetere i leader dell’opposizione.

A mancare è soprattutto la fidcuia

Ma a preoccupare Mattarella dovrebbero essere soprattutto le notizie che arrivano dal “Paese reale”. Della classe politica, purtroppo, si conoscono da tempo i limiti. Ma il coronavirus sembra aver colpito al cuore italiani. Lo dicono già i dati relativi all’economia, che stenta a ripartire a livello produttivo soprattutto per il crollo della domanda. Un crollo che, secondo gli analisti, è determinato da un diffuso venir meno della fiducia. Gli italiani non spendono perché hanno paura del futuro. E questo è più drammatico della pura e semplice dicesa del Pil.

Sondaggi ufficiosi, ma purtroppo verosimili, parlano di una crescente disillusione nei confronti sia del governo che dell’opposizione, che può tradursi in una disastrosa disaffezione verso la democrazia. La rabbia cieca dei “gilet arancioni”, che hanno insultato anche il capo dello Stato, evoca lo spettro di un’anti-politica che può solo fare del male alla nostra Repubblica.

Disoccupati e inoccupati

Ma forse ancora più allarmanti sono i dati dell’Istat secondo cui ad aprile il tasso di disoccupazione scende al 6,3% dall’8,0% di marzo. Si tratta del minimo dal novembre del 2007. Sembrerebbe una buona notizia, e invece non lo è, perché questa diminuzione non deriva dall’aumento dei posti di lavoro – anzi, l’occupazione ha registrato una diminuzione di quasi 300 mila unità –, ma dal fatto che ci sono state 484 mila persone in meno a cercare lavoro (-23,9% rispetto a marzo), i cosiddetti “inoccupati” Un altro drammatico segnale della sfiducia di cui parlavamo.

Ricominciare dalla gente

Da dove ricominciare? Inutile negare che la politica ha un ruolo determinante nel provocare depressione e può averlo, viceversa, nel restituire speranza. Però, da quello che abbiamo visto e che è ragionevolmente prevedibile – ormai, in barba alle pretese dei 5stelle, il populismo ha dato vita a una nuova casta, non meno consolidata della precedente (solo meno qualificata) –, non c’è da aspettarsi che autonomamente cambi rotta.

Però, in democrazia, i rappresentanti sono obbligati a tenere contro di coloro che rappresentano, della gente. I sondaggi servono a questo. Forse è dal basso che qualche stimolo salutare potrebbe venire. Da una politica che non sia quella delle segreterie di partito e dei salotti televisivi (ormai divenuti il megafono dei leader), ma quella dei cittadini, delle persone comuni, nella misura in cui si rendono conto che, se non intervengono loro, la barca rischia di affondare.

È possibile sperare che dei semplici cittadini, in un clima di confronto costruttivo sulla rete, percepiscano la responsabilità del bene comune e facciano partire fra loro quel dialogo cooperativo, libero da sterili polemiche, che il capo dello Stato ha auspicato? E che, alla luce di questo sussulto di coscienza civile, facciano pesare le loro esigenze di solidarietà nazionale sui rispettivi partiti di riferimento, di destra o di sinistra che siano?

Non sono in grado di rispondere a queste domande. Forse puntare su quello che dicevo è utopia. So però che solo se gli italiani riusciranno a dar vita a un risveglio dal basso e a far sentire la loro voce, il presidente della Repubblica non resterà solo a sperare in un’Italia diversa.

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One Response Comment

  • Filippo Vitrano  giugno 8, 2020 at 7:22 pm

    Personalmente ritengo che il vuoto di potere esista già oggi e che le elezioni sono l’unica strada possibile.
    Un rilancio dal basso, dalla gente, richiederebbe certamente tempi lunghi, ammesso che fosse realizzabile con successo.
    Io penso che in questo momento sia piuttosto importante trovare la concordia tra le forze politiche ed una intesa su una visione politico-progettuale comune.
    Il problema è il come.
    Oggi sembra almeno a parole che tutti indichino e convergano su temi centrali: la lotta alla burocrazia con poche norme chiare e semplici per favorire gli investimenti e ridurre la corruzione che attecchisce spesso sul groviglio di norme; procedure di appalti pubblici semplificate per velocizzare la creazione di infrastrutture sul modello Genova; la riforma della giustizia con interpretazioni prevedibili e tempi rapidi di decisioni quale presupposto anche per attrarre fiducia dagli investitori; riduzione del carico fiscale e vera semplificazione (due o tre imposte con poche aliquote;cultura della fiducia nelle imprese come soggetto produttivo e fonte di lavoro); esigenze di equità sociale con abbattimento dei super stipendi di manager pubblici e pensionati d’oro, costi delle istituzioni sostenute con i sacrifici dei contribuenti tutti (sino a qualche anno fa il capo della polizia percepiva oltre 450 mila euro annue, e nessuno si scandalizzava, e oggi si discute di rinnovare al conduttore di trasmissione televisiva sulla rai un contratto per 2,2 milioni annui per condurre la trasmissione che tempo che fa, e nessuno si scandalizza o invoca assunzioni di responsabilità).
    Su questo a parole sono quasi tutti d’accordo, e però la concordia non può nascere senza una indispensabile fiducia reciproca tra le due forze politiche.
    Oggi questa fiducia è impensabile perché troppo compromessa dall’andamento delle relazioni politiche e da gravi errori, a mio avviso soprattutto del governo.
    Si è prima sottovalutata l’epidemia e i suoi effetti (memorabili gli stadi affollati dopo la dichiarazione di pandemia), salvo poi tentare di correre precipitosamente ai ripari con un lockdown tra i più rigidi del mondo, sul modello autoritario cinese.
    E’ di qualche giorno fa la denuncia del Presidente della Federazione Italiana Diritti Umani, dott. Antonio Stango, secondo cui Conte ha imitato il modello cinese, imponendo coercizioni soffocanti tra le più dure dei paesi al mondo , che impone alla popolazione un comportamento anziché suggerirlo, e che questa non è la scelta migliore quando ci sono sicuramente altri modelli che sarebbe stato più opportuno seguire.
    Si è, infatti, attuato un controllo sulle attività umane sino a toccare gli aspetti più personali e intimi delle nostre vite, e il panico e la paura hanno corso più del virus.
    Il risultato oggi è che si parla della più grave crisi economica che l’Italia ha attraversato dal dopoguerra.
    Immagino che una gestione diversa dell’emergenza senza il blocco totale e meno terrore e colpevolizzazioni verso i cittadini, con meno arroganza normativa, certamente non avrebbero creato queste disastrose conseguenze. Basti per tutti l’esempio delle messe proibite (anche solo andare a messa veniva considerato un atto di irresponsabilità), quando, poi, come dimostrano i fatti odierni, la gestione delle messe avviene in sicurezza e con senso di responsabilità, e certamente poteva avvenire molto prima, senza nessun contagio ulteriore, che ad oggi non c’è stato. Questo esempio poteva trasporsi, dunque, in tutte le attività produttive e lavorative, riservando solo a specifiche e circoscritte attività la chiusura totale (penso ai cinema e ai teatri da indennizzare adeguatamente e prontamente, e alle manifestazioni di massa). Le prescrizioni di oggi, dunque, il Governo avrebbe dovuto adottarle a monte, a gennaio, a febbraio, per evitare di chiudere le attività produttive, e non già rimettersi a verità di comitati di scienziati e virologi, che in interviste pubbliche hanno affermato che quello che dicevano oggi, tra un mese poteva essere non vero (intervista a Burioni su Che tempo che fa), e il Governo ha dato fiducia a questi scienziati. Il risultato di questa cattiva gestione è quello di una economia vertiginosamente in discesa, disperazione e rabbia della gente (non certo di quelli che hanno un tranquillizzante stipendio pubblico e vivono di posizione), e poi le visite e glie esami per la salute e la cura delle malattie pericolosamente rinviate (si parla di esami e interventi omessi che faranno più danni del virus). Una politica, insomma, disastrosa, che certamente non ha ridotto i decessi nel nostro Paese rispetto a quelli di altre parti del mondo, (risultando, anzi, primi in proporzione alla popolazione), cosicché il famigerato modello Italia sarebbe stato tra i migliori al mondo solo per autocelebrazione. Dire che il governo è al timone del paese (gubernum vuol dire timone), significa che la direzione del timoniere deve essere sicura e autorevole, perché è l’organo politico con il massimo potere. Ed è emblematico, invece, che questo stesso governo più volte ha chiesto scusa perché gli aiuti economici non sono ancora arrivati, quando in America, in Germania, in meno di una settimana sono stati accreditati nei conti correnti. Il Governo che sta al timone dice che la colpa è della burocrazia, come se con pochi articoli in un decreto legge, il Governo non poteva stabilire norme in deroga a quelle esistenti, e dare subito i soldi stanziati ai cittadini e a molti non ancora arrivati. Chi sta al timone ha il potere normativo di urgenza e necessità, uno strumento formidabile e costituzionalmente corretto, da usarsi proprio nei casi di emergenza, con poche, chiare e incisive norme, invece il Governo ha chiesto scusa, quando in questi casi forse è più dignitoso e leale dimettersi, come avviene per molto meno in altri paesi. Dire state tutti a casa e chiudo tutto può farlo chiunque. Non occorre essere politico che ha doti di autonomia, lungimiranza e visione politica per le generazioni presenti e future
    La gravità dei propri sbagli si misura dalla diffusione delle conseguenze.
    Se un ministro si dimette per avere, in passato, copiato una tesi di laurea, riesce difficile pensare che, per quanto in buona fede, chi commette gravissimi errori (e non dare i soldi promessi ai disperati è un gravissimo errore così come quello di imprigionare la vita per timore), certamente non può limitarsi a chiedere scusa e continuare a governare.
    L’opposizione, da parte sua, non ha avuto una linea ponderata e ferma nel contributo alla gestione dell’emergenza.
    Anzi ha accettato di stare in silenzio di fronte a gravissimi e più che fondati dubbi di violazioni costituzionali da parte del Governo che hanno costituito pericolosi segnali di declino della libertà e dell’interesse alla democrazia parlamentare.
    E’ stato un errore accettare la quarantena del Parlamento.
    La denuncia di plurime violazioni costituzionali è stata sostenuta da almeno tre Presidenti emeriti della Corte Costituzionale (Pres. Marini, Baldassare, Silvestri, il quale ultimo ha affermato significativamente che la democrazia non può essere sospesa neanche per un minuto). Si è avallata l’idea che in una situazione eccezionale la sovranità è in concreto di chi comanda, mentre la costituzione afferma che la stessa sovranità che appartiene al popolo e dunque al Parlamento, non può travalicare il rispetto della Costituzione.
    Nel nostro caso le regole sono state dettate con decreto monocratico del Presidente del Consiglio, senza alcun vero coinvolgimento e dibattito parlamentare. Tutto questo nel silenzio dell’opposizione, tranne che nell’ultima fase, e purtroppo anche nel silenzio del primo difensore della Costituzione, che rappresenta tutti gli italiani e ha taciuto di fronte a tali dubbi da più parti autorevolmente sollevati. Un silenzio che ha provocato un certo dispiacere.
    In una democrazia costituzionale come la nostra, vige il principio che la Costituzione è a tutela delle minoranze, contro il pericolo di una dittatura democratica della maggioranza. Un altolà del Presidente della Repubblica avrebbe costituito un correttivo ed un equilibrio nella gestione politica, ripristinando il corretto rispetto della gerarchia delle fonti del diritto, un uso responsabile e armonico del potere, che non può prescindere dalla intangibilità del complesso dei diritti umani (i costituzionalisti certamente conoscono la teoria dei controlimiti costituzionali, costituita dal nucleo di diritti inviolabili e mai tangibili consacrati nella Costituzione e nemmeno toccabili con un procedimento di revisione costituzionale, o da normativa internazionale. Figuriamoci da atti normativi di livello individuale e secondario, di carattere regolamentare amministrativo di un organo monocratico del Presidente del Consiglio.
    L’opposizione, da parte sua, purtroppo, continua ad alimentare una politica antimigranti che la rende del tutto inaccettabile, e ciò pur promuovendo idee liberali e di politica Keynesiana, appropriate per un vero rilancio dell’economia (promozione di pubblici investimenti con una cultura della fiducia e della autocertificazioni contro una cultura del sospetto e della sfiducia verso l’impresa e molti italiani,che frena, complica e blocca i processi di spesa, senza ridurre la corruzione, ma aumentandola).
    Una simile politica non potrà avere la fiducia e la stima soprattutto dei cattolici, perché la dignità dei migranti è un valore assoluto e non negoziabile, e vanno aiutati ad un vero inserimento, e non già demonizzati e strumentalizzati.
    Le reciproche accuse attuali, le gravi incapacità e responsabilità del governo, a mio avviso, impediscono attualmente l’instaurasi di un clima di concordia e collaborazione. La via di uscita, dunque, appare quella di una nuova partenza, con soggetti nuovi, e sopratutto con figure autorevoli e prestigiose (ed in Italia ce ne sono), con l’importante mediazione del Presidente della Repubblica per una nuova fondazione, giustificata anche dalla eccezionalità del momento, sulla base di quei principi e obbiettivi che almeno oggi sembrano convergenti.
    Si potrebbe discutere in sede di competizione elettorale di proporre a ciascuna forza politica un decalogo, con l’indicazione dei citati obbiettivi oggi condivisi e come realizzarli.
    Il principio ispiratore, che dovrebbe costituire patrimonio comune, e su questo il Presidente della Repubblica può richiamare lo spirito costituente, è quello del rispetto e della dignità della persona, che, all’epoca dell’assemblea costituente unificò prospettive e posizioni tra loro antagoniste sul modello del movimento cattolico del personalismo.
    Non è vero che il Presidente della Repubblica è una figura meramente simbolica, perché il suo ruolo è essenziale e fondamentale proprio nel momento in cui il meccanismo politico istituzionale sembra inceppato, e se ne può lubrificare i meccanismi anche solo attraverso il potere di esternazione, e attraverso il potere di messaggio alle Camere a seduta congiunta.
    Non aiuta infine lo stallo psicologico esistente dovuto alla paura mediatica sull’attuale emergenza sanitaria.
    Situazioni di emergenza e di difficoltà complicatissime ne ha sempre attraversate l’Italia (il terrorismo, crisi economiche), non ultime emergenze sanitarie passate, che quasi nel silenzio mediatico hanno provocato oltre 30.000 morti, poco meno di quella attuale.
    Oggi è indispensabile che la paura ceda il passo alla fiducia e all’ottimismo. Continuare a dire che il virus ritornerà (nessuno può sapere con certezza se ciò avverrà), e continuare ad insistere sul pericolo di morte dietro l’angolo, significa non fare un buon servizio al rilancio della fiducia, e al ritorno alla normalità. Occorre certo non dimenticare le misure protettive, ma renderle coerenti con i quadri epidemiologici di ciascuna area (che oggi sembrano estremamente ridotti e scomparsi in alcune aree).
    Si tratta di circoscrivere gli interventi ai casi e alle situazioni specifiche di tutela degli anziani e al potenziamento di forme di cura di assistenza domiciliare, per non sguarnire gli ospedali, già oggi fortunatamente potenziati, e così proteggere quel 5% dei contagiati, che secondo gli esperti sanitari necessitano di ricoveri e terapie intensive.
    Nessuno ha pensato ai bambini nei confronti dei quali il virus non è mai stato fortunatamente aggressivo, e che pure continuano ad essere vittime silenziose di politiche di isolamento relazionale, con scenari Kafkiani di ritorno a scuola (come messo in luce da associazioni delle famiglie) e con possibili danni psicologici permanenti. Fino a quando la paura si impadronirà delle persone e della classe politica, ogni misura di rilancio sarà inutile. Non dobbiamo farci imprigionare dalla paura. Occorre tranquillizzare e dare fiducia, perché la gente oggi non solo ha paura del futuro, ma anche del presente, e stenta ad essere tranquilla. Da molte parti vengono mosse critiche, sia all’uso distorto dell’epidemia messo in atto da alcune trasmissioni televisive che con un martellamento mediatico hanno strutturato i loro palinsesti esclusivamente sulla diffusione del Covid, contribuendo ad alimentare tensione e paura, al limite dell’ossessivo, e sia l’atteggiamento di molti politici che sono venuti alla ribalta con provvedimenti discutibili, proprio in forza di tale emergenza sanitaria (penso ad esempio alle ultime disposizioni secondo cui nelle cabine degli stabilimenti balneari si deve entrare uno alla volta, tranne che si sia congiunti, parola questa e provvedimenti simili già usati dal Presidente del Consiglio, e che evidentemente hanno fatto scuola, o che i bambini non possono neanche uscire di casa, visto che non lavorano e non fanno spesa, e quindi inchiodati quattro mesi a casa, e nessuno ha gridato a provvedimenti di irresponsabili, con una informazione allineata e supina, e tante altre situazioni simili che hanno avuto il merito di fare parlare di sé, e di avere una visibilità politica che sperano tornerà utile un domani).
    Che la paura e l’inquietudine possano cedere il posto alla fiducia e alla speranza, a mio avviso è possibile valorizzando e non demonizzando le ultime affermazioni di medici autorevoli, non meno scienziati di altri, che non appartengono a comitati scientifici, ma sono medici sul campo, che non partecipano a talk show, profumatamente pagati, ma che, lavorando in terapia intensiva, dicono che il virus non è più fonte di malattia ospedaliera, e che comunque il monitoraggio prudentemente continua. Dare ottimismo e non terrore e incertezza.
    Solo seppellendo gli errori normativi, istituzionali, e politico mediatici di questi mesi si potrà creare la speranza di una nuova fiducia, non solo sul futuro, ma anche sul presente, con una auspicabile prospettiva di concordia politica.
    Ma non c’è dubbio che il Paese, di fronte alle prospettive presenti e future, già profondamente ferito, deve essere interpellato tutto intero. Deve potersi esprimere su questa nuova e importante stagione politica. La storia del Paese è piena di anticipati scioglimenti delle Camere. Le circostanze eccezionali di quest’ultimo periodo, le sfide impegnative che ci attendono, non possono che chiamare in causa senza ulteriori indugi la volontà popolare, per una rinnovata e credibile stagione istituzionale, come è accaduto nei momenti più importanti della storia del nostro Paese.
    Grazie per avermi letto e consentito il commento sui fatti.
    Filippo Vitrano

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