Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giulia Lauria - Luciano Sesta

Giulia Lauria insegna Orientamento e Pari Opportunità presso un Istituto Professionale.
Pedagogista ed Esperta per gli interventi di comunità e progettazione del lavoro sociale,
lavora anche per un team che si occupa di progetti contro la dispersione scolastica.
Luciano Sesta insegna Filosofia e Storia nei Licei Statali. È anche docente a contratto di Antropologia filosofica all’Università di Palermo e di Bioetica e Filosofia della Medicina presso Master e Corsi afferenti alla Facoltà Teologica di Sicilia e al Policlinico Universitario di Palermo.
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La vita virtuale alla ribalta

Sapevamo che la quarantena avrebbe messo alla prova la nostra umanità. La coabitazione “forzata” ha manifestato, sin dall’inizio, i suoi inesorabili effetti di selezione: i più riflessivi hanno riscoperto il gusto del pensiero destato dalle circostanze; alcune famiglie hanno consolidato, altre deteriorato, il loro rapporto, mentre chi in tempi di pace si faceva trascinare dalla frenesia della routine, ha potuto, e saputo, reinventare le proprie abitudini.

Fra queste abitudini, com’è noto, per molti cittadini c’era una vita già in quarantena, almeno “virtuale”, vista la notevole quantità di tempo passata sui social, con alcuni ormai noti effetti collaterali sulla qualità della nostra attenzione ai diversi stimoli comunicativi e persino sull’equilibrio della nostra personalità e del nostro carattere. Il lockdown di quasi tutte le attività sociali off-line ha finito per enfatizzare e potenziare l’unica rimasta, quella on-line, che, visti i recenti dibattiti, ha evidentemente funzionato come una valvola di sfogo di rapporti sociali mancati. Con esiti di preoccupante moltiplicazione delle espressioni di odio e di violenza, in cui anche persone altrimenti insospettabili si trasformano in pericolosi haters.

Dottor Jekyll e Mister Hyde?

Prima dell’avvento dei social media, nelle diverse occasioni di confronto e di dialogo fra persone in contesti pubblici off-line, non era poi così frequente assistere a insulti o a interventi polemici scomposti. Poteva succedere, naturalmente. Ma un certo pudore, legato alla reazione immediata e fisicamente percepibile dei presenti, agiva come sicuro freno inibitore.

Sappiamo tutti, anche per esperienza diretta, che i social network hanno profondamente modificato le relazioni interpersonali. La rete ci ha uniti al di là dei limiti spazio-temporali di una volta, ma nel farlo ha anche scavato nuove e inedite distanze. Persone che un tempo, faccia a faccia con i propri interlocutori, non si sarebbero sognate di esprimersi verbalmente in certi termini, diventano ora violente, sommarie, talvolta ciniche. Quando discutiamo di certi temi, scopriamo che dentro ciascuno di noi si annida, se non proprio un troll, almeno un piccolo leone da tastiera.

La diffusione della pandemia, con le conseguenti misure di lockdown, ha per certi versi radicalizzato queste tendenze, già ampiamente diffuse. In un tempo che rischia di prolungare la necessità di vivere rapporti on-line, la comunicazione rende particolarmente suscettibile il rapporto, pressoché imposto, tra viso e tastiera. L’emergenza in corso ha infatti offerto nuova materia di riflessione in un clima di alta tensione, costringendo tutti a discuterne ancora di più nelle forme, già tendenzialmente nervose, della comunicazione telematica.

Persone oltre le circostanze

Per comprendere il drastico peggioramento del clima relazionale a cui abbiamo assistito in questo periodo, basti fare un solo, banale, esempio. Se pronunciassimo i nomi di Silvia Romano, Giuseppe Conte, Vittorio Feltri, Vincenzo De Luca, Roberto Burioni, Guido Silvestri e altri, penseremmo tutti a scontri infuocati su Islam e Occidente, sull’operato del governo nel corso dell’emergenza, su scienza e democrazia, su razzismo e meridione. I nomi citati, per noi, non corrispondono più a persone, ma a “personaggi”, e dunque non a ciò che essi sono, ma a ciò che di essi ci viene mostrato nelle circostanze “teatrali” che accendono il nostro tifo, ora per una causa, ora per l’altra.

Fatta salva la possibilità, e talvolta persino il dovere, di valutare criticamente parole e comportamenti altrui, soprattutto quando sono in gioco questioni di interesse pubblico, bisognerebbe al tempo stesso ricordarsi che ogni persona ha la propria dignità, che andrebbe sempre comunque rispettata. E invece, il cinismo di alcune violente parole scagliate contro chi cade fuori dalla cerchia dei nostri più prossimi affetti contraddice platealmente la sensibilità che, diversamente, proveremmo dinanzi ad eventi che dovessero toccare, in prima persona, noi stessi o i nostri cari.

Al di là del galateo: verso un umanesimo social

Si parla tanto di netiquette e di etica nei social, che spesso rischia però di ridursi a un superficiale galateo telematico. La prima regola di un’adeguata gestione realmente “etica” dei social, dovrebbe riguardare non tanto lo stile comunicativo o i contenuti verbali, ma una conversione di sguardo che liberi gli esseri umani coinvolti – non solo quelli con i quali si parla, ma anche quelli dei quali si parla – dal contesto polemico che, rendendoli prigionieri dei nostri sentimenti partigiani, ci induce a dimenticare non solo la loro umanità, ma anche la nostra. Senza questo continuo sforzo di umanizzazione dello sguardo, rischiamo di basare la nostra etica della conversazione on-line su basi troppo fragili. Che, alla prima occasione, non impediranno il risorgere della violenza verbale, dell’odio e del leone da tastiera che sonnecchia in ciascuno di noi.

E in effetti così è stato, in un’altalena di metamorfosi caratteriali dell’utente medio dei social. L’iniziale diffondersi della pandemia ha dapprima mobilitato un’empatia viscerale, tra slogan e patriottici flashmob. Le medesime persone che avevano manifestato il loro patriottismo solidale sono cadute, nel breve tragitto di ritorno alla tastiera dopo aver cantato in balcone, nell’oceano di litigiosità di Facebook e di Twitter. In entrambi i casi, ahimè, sotto la suggestione di un contagio allarmante.

Uno degli effetti più caratteristici di questo contagio, com’è noto, è la sindrome del “piccolo esperto”. Non è raro leggere commenti da parte di chi, dal divano di casa, con i pop corn a portata di mano, emette la propria sentenza su ogni tipo di episodio con tanta, severa leggerezza. Dando prova, prima ancora che di mancanza di consapevolezza dei propri limiti e della complessità delle cose, di un certo analfabetismo innanzitutto emotivo. Quando infatti i propri giudizi colpiscono sommariamente innanzitutto altre persone, ci troviamo di fronte, prima ancora che a un difetto di conoscenza e di esperienza, a una mancanza di umanità.

Infodemia, disorientamento e arroccamento

È chiaro che qui non si tratta, semplicemente, di moderare i nostri “colloqui virtuali”. Lo stesso bisogno di un moderatore è il sintomo, non la cura, di una malattia tanto virale quanto il Covid-19: la cosiddetta “infodemia”. Il traffico di informazioni, vere o false, dentro cui siamo quotidianamente immersi, crea un duplice effetto: di disorientamento (informativo), da un lato, di arroccamento (ideologico), dall’altro lato. E il secondo, si badi, sembra una diretta conseguenza del primo. Poiché facciamo fatica a orientarci su questioni che ci stanno decisamente a cuore – la salute, la libertà, la sicurezza, la religione – ci attacchiamo all’opinione verso la quale già emotivamente propendiamo, facendone una “clava” da brandire contro tutto e contro tutti.

Da qui il noto fenomeno della radicalizzazione e insieme della polarizzazione del dibattito pubblico 2.0: non si entra più nel merito delle vicende, ma le si usa pregiudizialmente come occasione per far prevalere il proprio punto di vista, già definito a prescindere dalla vicenda in questione. E così, di fronte a una ragazza finalmente libera dopo quasi due anni di sequestro, alle dovute felicitazioni umane viene anteposta la polemica. Una polemica resa ancora più radicale e sterile dall’altrettanto noto fenomeno delle echo chamber, le “camere dell’eco”: tendiamo a circondarci di contatti che la pensano già come noi e che, dunque, fanno appunto “eco” alla nostra posizione, rinforzandola e contrapponendola con ancora maggior veemenza a quella contraria.

Le misure di lockdown, dalle quali stiamo gradualmente uscendo, hanno accentuato drammaticamente questi meccanismi. Privato della propria libertà, sembra che l’utente medio si sia sentito autorizzato a sguinzagliare il lato peggiore di sé, quasi rivendicando una sorta di risarcimento per la reclusione sociale subìta. Il dibattito pubblico sui diversi temi si è così trasformato in un gigantesco pretesto, alimentando violenti dibattiti che, nella maggior parte dei casi, sono resi virali e accessibili a un pubblico privo di filtri e di censure, in cerca di claque e condivisioni. Eppure, se scavassimo dentro le parole lette o scritte attraverso uno smartphone – orfani delle sensazioni accompagnate, di solito, da un vis-a-vis – riusciremmo forse a interiorizzarne il peso e ad avvertire, più che mai, la necessità di una rieducazione/educazione emotiva.

Per una non-violenza 2.0

Qual è, allora, la via più auspicabile? Come mantenere una vera democrazia, in cui sia cioè tutelata la libertà di espressione senza che, per ciò stesso, ci si senta autorizzati a scadere nell’insulto gratuito e nel giudizio sommario? Diciamolo chiaramente: un’autentica e integrale “bonifica” etica dei social non è pensabile in termini “polizieschi”, ossia come politica aziendale del singolo social o come censura collettiva. Una simile strategia avrebbe solo l’effetto di spostare altrove il problema. Un ingentilimento del confronto può invece nascere da un rinnovato impegno pedagogico rivolto soprattutto ai singoli attori coinvolti nella rete. Più che di una politica dell’esclusione del mal-educato, avremmo bisogno di un’etica che miri, inclusivamente, alla sua educazione.

Una possibilità a nostro avviso intrigante proviene dalla lezione della non-violenza, soprattutto nella proposta formulata originariamente dal Mahatma Gandhi. Nella sua prospettiva, infatti, la ri-educazione dell’altro non avviene dall’alto della propria presunta superiorità, ma tramite un’educazione di se stessi. Finché non educhiamo in noi stessi la violenza che non accettiamo nell’altro, non potremo mai realmente dialogare con lui.

La non violenza, in effetti, non è affatto sinonimo di remissività o di passività, ma sempre frutto di un lavoro pedagogico su se stessi. Al contrario. La non violenza richiede una straordinaria forza, che consiste nel moderare il proprio impulso a prevalere, in questo caso nella discussione. Di fronte alla violenza di certi toni e di certi dibattiti, l’introduzione di un punto di vista garbato e moderato può avere un effetto sorprendente. Proprio Gandhi faceva notare, acutamente, che quando si reagisce amichevolmente di fronte a chi ci tratta con violenza, la reazione dell’interlocutore è quasi sempre di iniziale spaesamento. La non violenza ha infatti il potere di rompere una spirale prevedibile, che è appunto il meccanismo di azione e reazione tipico della violenza e del suo potere di contagio: a insulto segue insulto, a calunnia segue una contro-calunnia e così via all’infinito. La pratica della non violenza, al contrario, fa sì che lì dove troll e haters si aspetterebbero il trionfo del loro stile, e cioè altrettanta superficialità e violenza verbale, trovino inaspettatamente l’apertura di un varco: di fronte a pacatezza verbale e a gentilezza di toni, infatti, ci si sente quasi costretti a passare dal piano di chi è preoccupato di prevalere sul proprio interlocutore, a quello di chi, guardando insieme a lui le cose di cui si parla, cerca di capirle meglio.

Né si tratta, è sempre Gandhi a precisarlo, di umiliare l’interlocutore. Lo scopo della non violenza, al contrario, è di conquistarlo. E non necessariamente alla propria causa. Se così fosse, infatti, la non violenza sarebbe solo una strategia alternativa alla violenza, il cui scopo non si distinguerebbe da quello di quest’ultima, ossia prevalere e imporsi. Tutt’altro. La non violenza mira a trasformare l’odio e la chiusura dell’interlocutore in dialogo aperto con lui. Certo, non è indifferente che un punto di vista sia presentato in forma garbata piuttosto che sciatta e maleducata. A favore dell’opinione garbata, infatti, c’è come una presunzione di verità. Affinché un’opinione possa avere l’attenzione che merita, in effetti, il metodo più efficace è presentarla in forma garbata. Paradossalmente, è proprio la rinuncia a imporsi attraverso l’insulto, il giudizio velenoso, l’insinuazione, che qui finisce per attirare l’attenzione e per rendere più persuasivo un determinato punto di vista. Lo sappiamo tutti: più difficilmente chi si agita nervosamente contro qualcosa o qualcuno ha le idee chiare dell’argomento di cui tratta. E lascia sempre una cattiva impressione a chi lo ascolta o lo legge.

È questa, forse, la sfida più impegnativa di un’adeguata etica dei social media: evitare che la passione con cui discutiamo, e che motiva il nostro legittimo impegno, divenga nervosismo, e che le convinzioni che ci siamo sinceramente formati divengano fanatismo. Se cominciamo a vigilare affinché questa pericolosa trasformazione non avvenga in primo luogo in noi stessi, forse incontreremo meno haters sulla nostra strada.   

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