Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Tra limiti e possibilità nuove

Lo scrittore triestino Mauro Covacich, nell’articolo apparso nel supplemento al Corriere della Sera  “La Lettura” del 26 aprile 2020, parla del potere progettuale del sogno e dell’immaginazione. Oggi più che mai, visto il tempo di ristrettezze che stiamo vivendo, potremmo riattivare o riconciliarci con questa parte generativa che possediamo. Essa non genera un altro mondo, esplora quello che abbiamo; solo che, invece di fermarsi alle notizie e ai dati oggettivi forniti dalla scienza o dalla lettura dei fenomeni, si spinge nel nucleo profondo della vita e da lì prova a portare in luce nuovi dettagli, nuove informazioni. Spesso è un viaggio interiore (stile quello di Dante nella Divina Commedia), a maggior ragione se si tratta di un diario, compiuto senza infingimenti, e può trasformarsi in un vero e proprio viaggio d’avventura.

Sognare scrivendo

Per fare qualche esempio possiamo parlare del diario di Anne Frank o di quello di Etty Hillesum nati dal sogno di una vita libera, del diario di Witold Gombrowicz o dei diari di Franz Kafka espressioni del sogno di un ricomponimento unitario di una struttura culturale che stava sgretolandosi sempre più o ancora del diario segreto dell’imperatore Marco Aurelio che sognava la pace e trovò la guerra. Per non parlare dell’antico diario di pellegrinaggio in Terra Santa, conosciuto come diario di Egeria (del IV secolo), che fa conoscere riti e liturgie altrimenti sconosciuti, facendoci anche apprezzare l’intraprendenza e il coraggio di una donna avventura ante litteram. In ogni diario l’io viene esposto, messo in gioco, perché attraverso il vissuto personale all’interno della grande storia in cui è inserito, traspaia una verità condivisa o potenzialmente condivisibile da tutti. In questo lavoro di ri-scrittura del reale, è innegabile che emerga anche l’orizzonte progettuale, i desideri e i sogni di chi lo redige, tra le righe della narrazione o nella stessa scelta delle parole (e fatti) da raccontare o tacere. Sarebbe interessante, soprattutto in questo tempo di pandemia, che ognuno di noi scrivesse un «Diario di bordo» (lo sta facendo Sandro Veronesi insieme ad altri sette scrittori) in cui annotare non tanto le reazioni emotive alle scelte politiche, sanitarie e religiose più o meno condivisibili, quanto piuttosto quello che di più profondo ci lega alla vita, facendolo passare dal guado dell’io e dal sogno progettuale del futuro.

Riconciliarci con il limite

Occorre, in altri termini, riconciliarci con la vita fragile e frammentata, e per far questo è necessario narrare e narrarci, conoscere quelli che sono realmente i nostri pensieri e le nostre paura, consegnandoli al faticoso crogiuolo della scrittura, della narrazione e della progettualità. Può scrivere bene il presente solo chi sogna il futuro e sognare il futuro è passare dalla reazione ad una realtà che non abbiamo scelto (la pandemia in atto) all’azione progettuale.

Nessuno di noi vorrebbe vivere la situazione di emergenza sanitaria in atto, così come nessuno vorrebbe la malattia o una crisi famigliare o la perdita del lavoro. Dinanzi ad una realtà così complessa, la prima cosa che facciamo è reagire istintivamente spinti da quella parte più arcaica del nostro cervello che tende a farci scappare dinanzi al pericolo (parte rettiliana).

Il problema sarebbe continuare ad agire aizzati solo da questa reazione: saremmo solo e sempre in preda alla paura o alle frustrazioni. Molti in questo periodo stanno presentando l’incertezza come piaga gravissima dell’umanità: da quella economica a quella politica, da quella relazionale (visti i distanziamenti sociali che continueranno per il contenimento del contagio) a quella che mette a dura prova le modalità di presenza della comunità cristiana.

Dall’incertezza l’essere umano non può scappare, oggi come ieri; paradossalmente questa sembra essere l’unica certezza possibile. La progettualità e il sogno possono aiutarci a fare del limite – di ogni limite – una opportunità di rinascita. Per questo è necessaria una vera e propria rieducazione al sogno, per ritrovare una grammatica capace di fecondità. Il compositore tedesco Richard Wagner narra così una notte veneziana insonne, affacciato al Gran Canale: «Giaceva innanzi a me nell’ombra, come un profondo sogno, la favolosa città della laguna. D’un tratto si levò dal più silenzioso dei silenzi il grido lamentoso, semplice e potente di un gondoliere che si destava allora nella sua gondola come sogno iniziale in mezzo alle fitte tenebre».

La teoria del sogno studiata da Wagner in Arthur Schopenhauer diventava ispirazione per la sua musica: «senza il sogno ogni musica è muta e ogni sentimento diventa sottofondo insignificante». Per il compositore tedesco il sogno era necessario per ogni vera musica capace di raggiungere il cuore degli uomini. Il tempo che stiamo vivendo, oltre a metterci dinanzi in modo drammatico alla fragilità di ogni struttura umana, può darci l’opportunità di ritornare a sognare, anche se in mezzo alle fitte tenebre, direbbe Wagner.

Parole antiche e sempre nuove

Ritornare a sognare un mondo nuovo e bello per tutti, di cui l’uomo è solo il custode e non l’usurpatore; parte del creato e non creatore. Per rinascere e ripartire come umanità (e non solo come realtà economica), occorre tornare a sognare in grande a partire da quegli elementi semplici che fanno la vita: la dignità della vita in tute le sue fasi con il diritto al lavoro, l’attenzione agli ultimi, l’economia a servizio dell’uomo e non viceversa, il diritto al riposo.

Sembra strano notare nei vari decreti ministeriali di contenimento covid-19 leggere che “le attività commerciali resteranno chiusi nei giorni festivi”. Eppure prima dell’era del culto laico domenicale dei centri commerciali era così. La domenica ci si riposava, si andava al mare o in campagna, ci si ritrovava come famiglia e comunità cristiana nella celebrazione dell’Eucarestia.

La pandemia sta facendo riemergere parole che avevamo dimenticato o che al massimo facevano parte di un vocabolario arcaico da cultori della lingua italiana: regole, obbedienza, limiti, responsabilità. Per rieducarci a sognare in modo umano, dobbiamo ripartire dal limite, da ogni limite; dal limite di non poter andare dove vogliamo al limite drammatico di celebrare un funerale solo con quindici persone, dal limite di non poter fare weekend vacanzieri al limite di non poter celebrare l’Eucarestia domenicale come comunità di credenti.

La pandemia sta mostrando l’inganno della libertà come proprietà individuale, facendoci riscoprire la solidarietà e la fratellanza come le più alte forme etiche di libertà. La privazione della libertà individuale allora – direbbe lo psicoanalista Massimo Recalcati – non è solo sacrificio ma anche donazione della mia persona. Si può sognare un futuro migliore in un tempo di crisi generale come quello che stiamo vivendo? Il profeta Isaia (11,1) parla di un tenue virgulto che germoglia dal tronco reciso e apparentemente senza vita della discendenza di Davide.

Un virgulto che non è nel tronco – ormai morto – ma che nasce dalle sue radici. Rieducarci a sognare significa pensare al dopo pandemia come tempo opportuno e fecondo per ripartire dalle radici dell’umanità, tra limiti e possibilità inedite ancora da scoprire.

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