Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Libertà d’opinione politica e relativismo morale

Leggiamo nella nota dottrinale del 24.11.2002 della Congregazione per la Dottrina della Fede “Circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”:

“La Chiesa venera tra i suoi Santi numerosi uomini e donne che hanno servito Dio mediante il loro generoso impegno nelle attività politiche e di governo. Tra di essi, S. Tommaso Moro, proclamato Patrono dei Governanti e dei Politici, seppe testimoniare fino al martirio la «dignità inalienabile della coscienza». Pur sottoposto a varie forme di pressione psicologica, rifiutò ogni compromesso, e senza abbandonare «la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime» che lo distinse, affermò con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale». (…) La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato. Questa concezione relativista del pluralismo nulla ha a che vedere con la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra le opinioni compatibili con la fede e con la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune. La libertà politica non è né può essere fondata sull’idea relativista che tutte le concezioni sul bene dell’uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore, ma sul fatto che le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico, geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato.”

L’importanza di una corretta visione della persona

La legittima pluralità di opzioni temporali mantiene integra la matrice da cui proviene l’impegno dei cattolici nella politica e questa si richiama direttamente alla dottrina morale e sociale cristiana. È su questo insegnamento che i laici cattolici sono tenuti a confrontarsi sempre per poter avere la certezza che la propria partecipazione alla vita politica sia segnata da una coerente responsabilità per le realtà temporali.

La Chiesa è consapevole che la via della democrazia se, da una parte, esprime al meglio la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, dall’altra si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona. Su questo principio l’impegno dei cattolici non può cedere a compromesso alcuno, perché altrimenti verrebbero meno la testimonianza della fede cristiana nel mondo e la unità e coerenza interiori dei fedeli stessi. La struttura democratica su cui uno Stato moderno intende costruirsi sarebbe alquanto fragile se non ponesse come suo fondamento la centralità della persona. È il rispetto della persona, peraltro, a rendere possibile la partecipazione democratica. Come insegna il Concilio Vaticano II, la tutela «dei diritti della persona umana è condizione perché i cittadini, individualmente o in gruppo, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa pubblica». A partire da qui si estende la complessa rete di problematiche attuali che non hanno avuto confronti con le tematiche dei secoli passati.

La tutela della vita umana

La conquista scientifica, infatti, ha permesso di raggiungere obiettivi che scuotono la coscienza e impongono di trovare soluzioni capaci di rispettare in maniera coerente e solida i principi etici. Si assiste invece a tentativi legislativi che, incuranti delle conseguenze che derivano per l’esistenza e l’avvenire dei popoli nella formazione della cultura e dei comportamenti sociali, intendono frantumare l’intangibilità della vita umana. I cattolici, in questo frangente, hanno il diritto e il dovere di intervenire per richiamare al senso più profondo della vita e alla responsabilità che tutti possiedono dinanzi ad essa.

Giovanni Paolo II, continuando il costante insegnamento della Chiesa, ha più volte ribadito che quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative hanno il «preciso obbligo di opporsi» ad ogni legge che risulti un attentato alla vita umana. Per essi, come per ogni cattolico, vige l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione in favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare ad esse il suo appoggio con il proprio voto. Ciò non impedisce, come ha insegnato Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Evangelium vitae a proposito del caso in cui non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista già in vigore o messa al voto, che «un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica».

La proposta sociale cristiana è una concezione globale

In questo contesto, è necessario aggiungere che la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti. Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente ad esaurire la responsabilità per il bene comune. Né il cattolico può pensare di delegare ad altri l’impegno che gli proviene dal vangelo di Gesù Cristo perché la verità sull’uomo e sul mondo possa essere annunciata e raggiunta.

A questo proposito riportiamo quanto ci diceva il padre don Divo in una lettera circolare in occasione della Pentecoste del 1976, sollecitato anche dall’evento pubblico delle dimissione di Aldo Moro, Presidente del Consiglio, e dal successivo impegno dei cittadini a votare, richiamandoci alla responsabilità nei confronti di questo atto e invitandoci ad una scelta consapevole e coerente con la fede cristiana:

“Carissimi, non importa davvero che io insista in una analisi della situazione italiana, tanto essa appare grave e drammatica. Vi è chi, affacciandosi a un baratro si sente tentato e spinto a buttarsi giù nell’abisso: a questa risponde oggi la tentazione di accelerare una rovina, di cooperare a una distruzione di tutto con la speranza folle che possa sorgere un mondo nuovo dalla morte e dal nulla. Pretendere che la salvezza possa venirci da dottrine e movimenti che sono decisamente in opposizione col pensiero cristiano e ostili alla Chiesa, è talmente assurdo per noi che non voglio nemmeno ritenere che alcuno lo creda. Come sarebbe possibile affidare la salvezza, anche solo temporale, del mondo a chi non solo non riconosce l’unico Salvatore, ma in ogni modo lo avversa e combatte coloro che credono in lui? Non è dunque questa fede e questa speranza, che già equivalgono per me come a un rinnegamento del Cristo e una apostasia della Chiesa, che posso supporre in alcuno di voi, ma piuttosto la tentazione, dal momento che non si vede nessuna schiarita all’orizzonte, di non voler rimandare l’esperienza della fine. Così chi crede di essere condannato a morte, si uccide da sé stesso.

La situazione italiana è grave e drammatica perché gli italiani hanno perduto ogni fiducia di guarigione: non sanno credere più nei valori di una tradizione cristiana che assicuri nella libertà, non solo la fedeltà alla Chiesa, ma l’esercizio di una vita religiosa che deve esprimersi anche pubblicamente e permeare di sé tutti gli organismi e gli istituti della società… Carissimi, vi chiedo in nome del Signore e in nome di tutti i fratelli, che domani potrebbero soffrire per causa vostra per la perdita della libertà civile e religiosa, di riflettere seriamente, con senso di profonda responsabilità, all’atto che fra poche settimane sarete chiamati a compiere nel dare il vostro voto per il rinnovamento del Parlamento.

Vi sono valori umani che debbono essere difesi se si vuol difendere la stessa fede in Dio: né la rivelazione né la vita di grazia possono essere comunicate se gli uomini non hanno la possibilità di accogliere il dono. La grazia suppone la natura: così la vita religiosa esige una certa maturità umana ma anche un mondo politico e sociale nel quale l’uomo possa liberamente esprimere sé stesso”. 

Certo, la nostra opposizione a movimenti politici e sociali, che si dichiarano radicalmente ateistici, ha la sua ragione nel nostro impegno, che è primario, di rendere testimonianza al Signore e tuttavia non potremmo militare o appoggiare o collaborare comunque con questi movimenti nemmeno per motivi esclusivamente politici e sociali. In una società che non rispetti la libertà, l’uomo non può sopravvivere… . Non si nega che ogni potere in questo mondo di peccato ha qualcosa di demoniaco e tende per sé all’asservimento dell’uomo. Ma è proprio per questo che il cristiano contro ogni potere non deve solo affermare, ma deve anche difendere la libertà dell’uomo. Senza la libertà non potrebbe mai essere riconosciuta la sua suprema dignità di persona. Con tristezza abbiamo assistito impotenti già in questi ultimi anni alla manipolazione della cultura, anzi, della stessa verità. Cosa potrebbe avvenire domani? Certo, non sarebbe necessaria l’opposizione diretta quando di fatto gli uomini non incontrassero più il nome di Dio, quando la verità fosse sempre e solo appoggio al potere e tutto quello che non è conforme e tanto più avverso al potere fosse contro la verità e la giustizia.

Il voto che siamo chiamati a esprimere dovrà essere necessariamente un atto di fede nei nostri principi per la difesa dell’uomo e per la testimonianza che dobbiamo rendere a Cristo, come unico salvatore del mondo. So bene che il regno di Cristo non è di questo mondo, ma so anche che la vita di quaggiù, sia quella personale di ognuno di noi sia quella sociale e politica, deve preparare e annunciare quel regno: non si può dividere il mondo di quaggiù dal mondo di Dio. Non so se è veramente assicurato un cammino che avvicini sempre più l’umanità a quel regno di giustizia e di pace; ma sarebbe non riconoscere più che il Dio che ci salva è anche il Dio creatore; separare e opporre il mondo presente al regno di Dio. So anche che fino alla manifestazione gloriosa del Cristo, in questo mondo sarà presente il peccato e regnerà anche purtroppo il potere del male: ma perché i cristiani debbono vivere in questa economia presente se non per annunciare e preparare quel regno? Che il Signore vi ispiri e vi guidi al compimento di un dovere che è particolarmente grave oggi per noi. Nessuno si sottragga a quella testimonianza che ciascuno deve rendere a Lui; nessuno si sottragga a quell’impegno di amore che deve assicurare ai nostri fratelli la libertà di essere veramente uomini, per essere anche cristiani. E il Signore vi benedica e doni all’umile vostro atto la fecondità che gli avrà meritato la vostra fede e il vostro amore. Il Padre La fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) chiede ai cristiani lo sforzo per inoltrarsi con maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e contenuti della Tradizione cattolica. La necessità di presentare in termini culturali moderni il frutto dell’eredità spirituale, intellettuale e morale del cattolicesimo appare oggi carico di un’urgenza non procrastinabile, anche per evitare il rischio di una diaspora culturale dei cattolici.”

Verità e libertà

La Chiesa insegna che non esiste autentica libertà senza la verità. «Verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono», ha scritto Giovanni Paolo II. In una società dove la verità non viene prospettata e non si cerca di raggiungerla, viene debilitata anche ogni forma di esercizio autentico di libertà, aprendo la via ad un libertinismo e individualismo, dannosi alla tutela del bene della persona e della società intera, i fedeli siano esortati così a «compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno».

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