Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

Questione ambientale e questioni sociali

Da parecchi anni molti studiosi collegano la distruzione ambientale in atto a livello globale alle molteplici crisi sociali, migratorie e politiche sparse nel mondo. La pandemia da Coronavirus ha riproposto con forza tale questione che, con progetti concreti e non soltanto tramite proclami e dichiarazioni, dovrebbe attivare in modo maggiore le istituzioni nazionali e internazionali oltre che modificare lo stile di vita di buona parte degli abitanti del cosiddetto “primo mondo”.

Di tale questione discutiamo con Grammenos Mastrojeni. Diplomatico italiano, già coordinatore per l’ambiente della Cooperazione allo sviluppo, Mastrojeni è segretario generale aggiunto all’Unione per il Mediterraneo. Incaricato dell’Azione climatica e presidente delle Alleanze globali delle montagne (UN Mountains) e delle isole (Global Island Partnership), insegna Ambiente e Geo-strategia in vari atenei. Nel 2017, insieme ad Antonello Pisani, ha scritto il volume Effetto serra. Effetto Guerra. Il riscaldamento globale, i ricchi, i poveri appena ripubblicato dall’editrice Chiarelettere.

– Da tempo il pianeta terra ci lancia segnali legati alla perdita del proprio equilibrio di sistema. Il Covid-19 è uno di questi?

Il sistema Terra, tecnicamente, è caotico nel senso che è solcato da un numero incalcolabile di insondabili interdipendenze ed effetti farfalla. Per questo, non è alla portata delle nostre analisi, non possiamo rigorosamente affermare che proprio COVID-19 sia causato dal degrado ambientale, così come non si può asserire che uno specifico ciclone sia causato dal riscaldamento globale. Ma possiamo notare che è parte di una tendenza statistica che suggerisce, ad esempio, che AIDS ed Ebola siano entrati nel circuito umano grazie al nostro rapporto distruttivo con le foreste, o che il prossimo invincibile super batterio nascerà in uno di quegli allevamenti crudeli ove si stipano animali, imbottendoli di antibiotici fino ad incubare la resistenza a qualsiasi farmaco. E non è un problema in più rispetto al clima o alla drammatica perdita di biodiversità; è lo stesso problema perché ha come causa gli stessi errori dell’uomo. E tutto si lega in una biosfera fatta di interdipendenze: basti pensare a come mangiamo.

Produciamo calorie sufficienti a sfamare più di 10 miliardi di persone. Ma chi dobbiamo ringraziare se questo apparente successo si è trasformato in un sistema che spreca il 30% del cibo prodotto, depreda risorse come le foreste – diminuendo l’assorbimento di CO2 e favorendo la diffusione di Ebola – che ha indotto 1,5 miliardi di ipermangiatori insalubri a fronte di 815 milioni di denutriti? Se orientassimo giuste dosi di tecnologia su produzioni più piccole, sovrane e locali, culturalmente ricche e varie, ne avremmo per tutti di cibo, migliore, e in abbondanza.

Non solo, ma le diete sarebbero meno avvelenate, potrebbero provenire all’uomo in dosi salutari, da animali che hanno vissuto un’esistenza dignitosa e senza antibiotici, o da vegetali cresciuti in terreni sani, fertilizzati con deiezioni di animali sani, riportando il sistema agricolo alla sua dimensione, cioè quella di un sistema chiuso che non crea effetto serra poiché il ciclo del carbonio si compie senza residui. Tutto questo al posto dell’agricoltura industriale, quella degli obesi contro i denutriti, che invece è responsabile di oltre il 20% dei gas serra.

– Una certa politica italiana ed europea utilizza il tema dei migranti per riscoprire una forma di nazionalismo e di tradizionalismo che sembravano ormai desueti. Tuttavia, l’arrivo in Europa di migliaia di uomini e donne in situazioni di povertà è solo l’ultimo effetto di una catena che lega il clima impazzito alle ondate migratorie e ai conflitti. Ci spiega perché?

Di solito si parla solo di due impatti della crisi climatica sull’umanità: in primo luogo, quelli sulla fisiologia umana – tra cui le epidemie nuove o di cui si estendono le aree di incidenza – oppure le morie di anziani causate dalle ondate di calore anomale. Poi si parla dei danni alle infrastrutture, causati soprattutto da un clima più violento. Si tratta di dinamiche non trascurabili, ma ci si dimentica dell’effetto più devastante: il clima è l’orologio della natura e se si sregola non c’è più una tempistica certa per coltivare, non ci sono più regolarità per decidere come distribuire l’acqua o per scegliere come costruire una casa in un dato luogo.

Questa imprevedibilità disorganizza le società e le economie, soprattutto le più fragili e crea spinte a migrare. Ma la risposta di chiusura è non solo immorale, bensì contraria ai nostri interessi. l’Africa è in ebollizione, fustigata da estrema iniquità, società precarie, e dai cambiamenti climatici; in assenza di sostegno è prevedibile che il continente nero sperimenti un collasso a catena e, in questa ipotesi, gli esodi saranno vastissimi e saranno associati all’esportazione di instabilità e illegalità anche verso l’Europa, con costi incalcolabili.

È necessario quindi intervenire in aiuto, la cooperazione allo sviluppo non è un lusso moraleggiante, è una necessità anche nel nostro interesse e si dovrà realizzare con le nostre tasse: è inevitabile. Tuttavia, il libero migrante fa cooperazione allo sviluppo più efficiente di quella pubblica e con i proventi del proprio lavoro – invece che con le nostre tasse – perché le rimesse degli emigrati giungono euro per euro lì dove servono nelle patrie d’origine e senza perdite amministrative e gestionali; i fondi di aiuto pubblico, invece – anche nei sistemi più trasparenti ed efficienti – provengono dalle tasse e non giungono tutti a destinazione perché c’è un ineludibile costo di amministrazione nel loro trasferimento e utilizzo.

Se concordiamo che è nostro interesse impedire che l’Africa esploda, finisce che il migrante fa il lavoro al posto nostro, in modo più efficace, e a proprie spese: e noi in Italia – ricostruita per due volte con i vaglia postali dei nostri migranti – dovremmo saperlo bene.

– La giovane Greta Thunberg ha mostrato al mondo intero, specie all’Occidente, che le nuove generazioni sono disposte a cambiare stile di vita per preservare il futuro dell’umanità. Dal “voto col portafoglio” all’impegno per il territorio tramite associazioni e reti, i cittadini possono contribuire alla generazione di una nuova cultura fondata sulla tutela dell’ambiente. Tale contributo è quello determinante?

Assolutamente sì, solo che proprio i Friday for Future insistono più sulle colpe dei governi che sulla mobilitazione individuale. Anche se si fossero raggiunti i migliori accordi internazionali e i più avanzati provvedimenti pubblici, questi sono solo pezzi di carta a cui l’ecosistema non reagisce. Servono a facilitare un cambiamento di condotte degli individui, ed è quello che fa la differenza: sarebbe più facile e rapido andare direttamente al punto, noi tutti assieme.

Ci frena la falsa nozione di essere “gocce nell’oceano”, quando invece l’ecosistema moltiplica a dismisura l’impatto positivo anche di piccolissimi gesti individuali. Ci frena poi la ritrosia ad affrontare – magari prima degli altri – un “sacrificio” per l’ambiente e la giustizia. E questo è ancor più sbagliato perché tutte le scelte di sostenibilità ci lasciano con più soldi in tasca – si tratta di risparmiare perché si diviene più efficienti – e con una migliore qualità della vita. Abbiamo moltissimo da cambiare nella nostra immediata sfera personale: come mangio, cosa butto, come mi muovo, ecc. Col portafoglio, siamo ancora più potenti perché la domanda è la vera regina del mercato, decide cosa si vende e cosa no.

– Appena insediata, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha dichiarato di voler avviare un piano “green” per lo sviluppo, non solo industriale, dell’Europa dei prossimi anni. Nella partita per la difesa dell’ambiente quanto è importante il ruolo delle istituzioni?

A ognuno il suo: la vera differenza la fanno i cittadini, ma le istituzioni possono creare l’ “unisono”. È importante ribadirlo in tempi di pandemia: proprio nel momento in cui si stava varando una svolta forse epocale nella relazione fra esseri umani e con il pianeta, il Green Deal europeo – è giunto COVID19 a farci cambiare priorità, e a minacciare che i fondi previsti per la svolta verde vadano impiegati su altre urgenze. Ironia della sorte, dobbiamo fare proprio il contrario: non perché “verde” sia più importante della salute, ma poiché le misure più efficaci per riprenderci dalla crisi sanitaria in tutti i suoi aspetti, e prevenirne una nuova, sono esattamente quelle previste nel Green Deal.

Il Coronavirus ci lascia con l’economia rallentata, disoccupazione, disparità acuite fra ricchi e poveri: fra le nazioni ma anche fra chi, nei vari paesi, ha retto l’onda di un’economia che inaspettatamente si è fermata e chi non aveva i mezzi per farlo. Ma il Green Deal è una politica espansiva dell’economia che, finanziando la riconversione di vari settori, crea crescita e occupazione qualificata. La crescita contemplata nella svolta verde si distingue tuttavia dalle precedenti perché creerebbe valore aggiunto nella qualità invece che nella quantità: qualità e durata del prodotto, ma anche del processo produttivo e nelle vite di chi vi partecipa.

– Papa Francesco ha dedicato l’enciclica Laudato si’ alla relazione fra la crisi ambientale e quella umana. Qual è il suo pensiero su questo insegnamento di Bergoglio?

Il 2015 è stato l’anno delle “coincidenze”: proprio mentre si approvava l’Agenda di sviluppo sostenibile 2030 alle Nazioni Unite, è giunta anche la Laudato si’. Entrambe finalmente riconoscono che ambiente e giustizia sono la stessa cosa, che è una questione di senso e dignità della vita, e che l’ambiente non è minacciato dallo sviluppo, bensì dallo sviluppo iniquo. Si complementano in maniera straordinaria: al dettaglio tecnico costruito sull’Agenda 2030, l’Enciclica fornisce spessore.

Inoltre porta gli stessi valori, ma con un linguaggio comprensibile a comunità vaste che non avrebbero normalmente neanche sentito parlare di un documento ONU. Ma l’enciclica ha anche una marcia in più in almeno due concetti: l’ecologia integrale, e il monito contro il “paradigma tecnocratico”. Ci ricorda che è illusorio affidarsi a tecnologie che rendono meno nocivi per l’ambiente gli errori di umanità e giustizia di sempre. La tecnologia è fantastica: se accompagna scelte migliori, non per consentire di perseverare nell’ingiustizia di sempre.

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