Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

Le ricadute psicologiche della pandemia

Le conseguenze sociali, economiche, politiche e culturali della diffusione del Covid-19 sembrano accelerare, e quasi materializzare, quel “cambiamento d’epoca” più volte annunciato negli anni scorsi.

Delle caratteristiche e degli effetti di tale periodo, discutiamo con Nicolò Terminio. Psicoterapeuta e dottore di ricerca, Terminio fa parte di Jonas (Centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi) e di Divergenze (Associazione per le pratiche della cura e della clinica). Terminio pratica la psicoanalisi nel proprio studio a Torino e online con sedute via Skype.

– Diverse sono le conseguenze delle crisi in atto. Dall’emergenza sanitaria a quella economico-sociale attraversiamo un tempo di incertezze, restrizioni e disagi. Forse questo è un tempo per riflettere sulla necessità di tornare a vivere, e a costruire, una civiltà “a misura d’uomo”?

In questo momento tutti noi, sebbene ciascuno in modo diverso, stiamo vivendo un trauma collettivo che come ogni trauma scombussola il nostro quadro della realtà e nel confrontarci con la dimensione perturbante della vita ci spinge a riconsiderare i presupposti del nostro stare al mondo. Questo trauma ha disorganizzato e lacerato la trama su cui erano adagiate le nostre abitudini e le nostre certezze e allo stesso tempo ci mostra che la funzione fondamentale per costruire una trama che umanizza la vita è quella della cura. Per troppo tempo a livello sociale e culturale è stata sopravvalutata la trama della performance, una trama in base a cui ciascuno di noi viene convocato a dare il meglio di sé per vincere e raggiungere obiettivi socialmente accettati e incoraggiati.

Fino a qualche settimana fa i personaggi di successo del mondo dello spettacolo, dello sport o del business hanno rappresentato nell’immaginario dei social ma anche nel nostro scenario interiore il modello con cui misuravamo, più o meno consapevolmente, il valore delle nostre vite. Basta pensare a quanto spazio occupavano i calciatori famosi nei mezzi di comunicazione a fine febbraio e quanto rilevanza rivestono oggi gli stessi personaggi. Oggi di fronte al trauma questi riferimenti sono evaporati perché funzionano come degli idoli, come un velo immaginario che ci protegge da un confronto diretto con il reale della vita.

Quando il trauma lacera la nostra trama abbiamo quindi occasione per accorgerci di ciò che effettivamente conta per costruire una trama, una trama vera e umanizzante e non una trama immaginaria che ci distoglie soltanto dalla presa di contatto con le questioni fondamentali del nostro stare al mondo. Oggi, ancor più di prima, possiamo apprezzare i veri eroi e capire che sono coloro che si dedicano alla cura dell’Altro. Questo trauma collettivo, se saremo bravi a elaborarlo collettivamente, ci porterà a ricalibrare la passione per la performance investendo il meglio delle nostre risorse sulla cura dell’Altro. Senza cura non c’è performance, il vero successo è prendersi cura della mancanza senza negarla con un successo momentaneo che ci ha fatto soltanto chiudere gli occhi sulla nostra effettiva condizione di umani. Ciò che ci umanizza è vivere nell’amore.

– In molti in questo periodo, da Papa Francesco a Massimo Recalcati, hanno sostenuto che nella nostra società “nessuno si salva da solo”. A suo parere, cosa vuol dire tale espressione per l’uomo occidentale del XXI secolo?

Il discorso è molto ampio, ma potremmo sintetizzarlo riprendendo l’opposizione tra performance e cura. La performance rischia di polarizzare l’attenzione degli umani troppo su se stessi, la cura invece sposta il baricentro del senso della vita nella relazione con l’Altro, nell’apertura all’Altro anziché nella chiusura sull’immagine dell’Io. Credere nell’Io e coltivare l’individualismo è stato il messaggio sociale dominante che ha caratterizzato la cultura del narcisismo che in modo più o meno subdolo ha permeato le convinzioni e i presupposti di ciascuno di noi. Ma l’Io è un rifugio che viene sopravvalutato quando si perde la fiducia nel legame con l’Altro.

Nel momento in cui in una cultura vengono persi i grandi riferimenti ideali, allora la tentazione difensiva è quella di ritirarsi nella fortezza del proprio Io, cercando di coltivare un’indipendenza patologica che non tiene conto della nostra effettiva condizione umana. Non esiste infatti soggetto senza Altro e se si punta troppo sull’Io si corre il rischio di ridurre l’Altro a uno spettatore o a un follower. Ma, come dicevamo, questa è una strategia difensiva che il trauma del coronavirus ha messo in crisi perché ci ha riportato a quella condizione di inermità radicale che contrassegna la nostra venuta al mondo. La paura della malattia e l’orizzonte della morte ci fanno sperimentare la dipendenza strutturale dall’Altro, dall’aiuto e dal riconoscimento dell’Altro. Senza l’Altro non può avvenire l’umanizzazione della nostra vita, senza un incontro con l’Altro il nostro Io diventa una fortezza vuota.

– Insomma, è giunto il tempo di “tornare alle virtù”?

Sì, se consideriamo le virtù come un’esperienza intimamente sentita e come l’occasione per scoprire la propria autenticità. Affinché le virtù siano un’occasione di conversione del cuore devono essere vissute non come un modello esterno a cui uniformarsi, ma come la via per sintonizzarsi con l’Altro esprimendo al contempo quella parte di sé che altrimenti non sarebbe mai venuta fuori.

Un cammino nelle virtù non è quindi l’adattamento a qualcosa di astratto o predeterminato, ma è l’occasione per incedere verso l’ignoto racchiuso nel proprio destino avendo fiducia in quel lanternino che è la relazione con l’Altro.

– Le restrizioni impediscono ai fedeli di partecipare ai riti religiosi. Tuttavia, anche se i luoghi di culto restano chiusi, molti credenti – in svariati modi – hanno riscoperto o continuano ad alimentare la propria spiritualità. In tal senso, la pandemia da Covid-19 può innescare una sorta di rivoluzione interiore?

Se alle restrizioni esterne segue la scelta della preghiera allora può essere scoperto un nuovo rapporto con se stessi. Non abbiamo adesso il tempo per approfondire il tema della preghiera, mi limito pertanto ad accennare alle possibilità trasformative della preghiera, che se la consideriamo anche dal punto di vista degli studi “psi” sappiamo che ha una portata trasformativa anche a livello neurobiologico. Se in questo periodo ci affidiamo alla pratica della preghiera potremo tracciare non solo i “neurosentieri del sacro” ma anche una postura soggettiva che ci farà riconsiderare la giusta priorità delle cose.

Perché la preghiera viene esaudita quando ritroviamo quel filo interiore che ci riconnette alla nostra reale vocazione. Per la psicoanalisi si sta male tutte le volte che ci si allontana dalla propria vocazione, riscoprire la propria vocazione è la rivoluzione interiore più preziosa. Ed è una rivoluzione che potrebbe avere un impatto sul nostro modo di intendere anche i nostri legami sociali.

– In queste settimane, tutti quanti constatiamo il valore della tecnica capace di tutelare e salvare molte vite umane dinanzi al diffondersi inesorabile del virus. Eppure, il sociologo Ferrarotti afferma che il vero progresso è connesso alla capacità dell’uomo di riconoscere “il senso del limite”. È d’accordo?

Dipende come consideriamo il limite: c’è un limite che istituisce la soggettività e c’è un altro tipo di limite che va superato senza rassegnarsi allo status quo. Affinché il limite abbia senso occorre che sia interpretato come il vincolo necessario per essere generativi e creativi: senza limiti e disciplina non c’è alcuna possibilità per mettere a frutto i propri talenti. Direi che il limite sensato ha la struttura di una sintassi temporale, ci permette cioè di regolare il nostro tempo vissuto. Il senso del limite risiede quindi nella regolazione che può dare al battito temporale della nostra vita.

Le assicuro che non sto andando fuori dal tema della sua domanda perché quando parliamo del modo in cui una persona vive il tempo (ma ciò vale anche per una società) ci stiamo riferendo all’intreccio tra la dimensione più pulsionale del soggetto e la sua capacità progettuale. Il modo in cui noi viviamo il tempo esprime l’intreccio tra la nostra soddisfazione personale e il nostro modo di tradurla in un legame e progetto intersoggettivo. Pensiamo per un attimo alla crescita di un bambino, sin dai primi momenti: dare un limite ai suoi tempi permetterà al bambino di stabilire un buon rapporto con se stesso grazie alla relazione con l’Altro.

È importante allora proporre la dimensione del limite come l’occasione per ritrovare un rapporto sensato con se stessi e con gli altri. Il trauma è un evento che ci scombussola perché ci fa perdere il contatto quei vincoli che funzionavano da organizzatori psichici e sociali. In questo periodo stiamo tutti ricercando di ritrovare i nostri limiti e ci stiamo accorgendo che era solo un’illusione poter vivere, individualmente e socialmente, puntando tutto sull’accelerazione delle nostre vite.

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