Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Il passo del Vangelo: Gv 20, 19-31

19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Incontrare il Risorto

Il Vangelo di oggi, seconda domenica di Pasqua, racconta due eventi di esperienza del Risorto. Sebbene possano sembrare situazioni assolutamente lontane della nostra vita, in esse sono descritti quei tratti dell’incontro che ogni uomo e ogni discepolo può avere con Cristo. Siamo al primordio della vita della Chiesa. Questo evento non differisce così tanto dagli incontri che sempre, da duemila anni, il Signore ha con gli uomini, nonostante lo “stare in mezzo” di Gesù, prima della sua ascensione, lo possiamo immaginare come un’esperienza in qualche modo più “corporea”.

Insieme

I discepoli si trovano “a porte chiuse” e sperimentano, insieme al lutto, un serio timore dei Giudei, avendo paura di fare la stessa fine del Maestro. Un primo aspetto molto interessante è che essi sono insieme: non si sono dispersi subito dopo quella tremenda notte della cattura e della condanna. L’annuncio delle donne, la visione della tomba vuota, hanno mantenuto un barlume di speranza nei loro cuori. La vita con Gesù ha unito intimamente i destini di questi uomini, anche di fronte alla crisi e all’apparente fine del loro percorso di sequela del Maestro.

In mezzo

Gesù “sta in mezzo a loro”. È difficile persino immaginare la qualità di questa esperienza: potremmo pensare ad alcuni aventi di vita che non sappiamo ben spiegare, ma che non di meno sono veri e preziosi. Egli sta in mezzo, in quel punto strategico in cui si è vicini e si raggiunge tutti. Dona la pace ai discepoli. In questi tempi di tribolazione dovremmo ricordare che l’incontro con il Risorto è fonte la pace: non quella che annulla ogni tensione, ma quella di chi sa profondamente di essere amato. Per farsi riconoscere mostra le mani e il fianco. Gesù Risorto porta i segni della Passione inflitti sul suo corpo prima di morire. I segni dell’amore, anche se è costato un immenso dolore, come nel caso di Gesù, sono indelebili, non si cancellano mai. Anzi sono quelli attraverso cui si riconosce l’altro. Non è un inganno, chi è in mezzo a loro è proprio Gesù: ogni altro uomo avrebbe cancellato i segni della sua tortura, ma non Lui, che si è consegnato ad essa per vivere fino in fondo il Vangelo.

Altro dono è lo Spirito Santo per il perdono e la riconciliazione. L’amore di Gesù è un amore che invia, che non chiude in un universo di privata beatitudine, ma che rimanda agli altri. La comunità, già riunita, è sempre per gli altri, sempre destinata ad uscire per raggiungere gli uomini.

Fuori dalla comunità

Segue il racconto dell’incredulità di Tommaso. Ognuno di noi almeno una volta ha sperimentato la fatica nel credere. Tommaso era un discepolo, aveva cambiato la sua vita per seguire Gesù, era disposto ad “andare a morire con Lui” (Gv 11,16). Però egli non era con gli altri in quel momento. Proprio lui, detto Didimo, gemello, colui che è prossimo al fratello da tutta la vita, era lontano. Fuori della comunità, individualmente, non ha incontrato ancora il Risorto. Ascoltando il racconto degli altri, a lui manca un tassello, e si irrigidisce nel non credere. La divisione che gli aveva impedito di essere lì presente mentre Gesù arrivava, è la stessa che gli impedisce di credere senza sperimentare anche lui questo incontro.

La beatitudine di credere

Otto giorni dopo il Signore sta di nuovo in mezzo a loro. C’è una cadenza nel presentarsi di Gesù, nel raggiungere la comunità. Anche da Risorto, come nell’Incarnazione, incontra l’uomo non in modo caotico e fuori dal tempo, ma nel ritmo del nostro vivere. Questa volta Tommaso si trova con loro. Non sembra essere un caso. Ci suggerisce che egli ha speranza in un incontro, che lo cerca. Torna Gesù e, dopo aver donato la pace, subito di rivolge al discepolo, invitandolo a toccare con mano i segni della Passione, i più forti segni identificativi di Gesù Risorto, e invitandolo a credere. La professione di fede che Tommaso fa subito dopo è grande, non dobbiamo ritenerla ovvia. Dire “mio Signore e mio Dio” di un uomo che la religione ha ucciso come il peggiore dei criminali è forte. È stato però necessario avere “le prove” della avvenuta Risurrezione, del miracolo di uno che era morto e adesso è vivo, per accreditare divinità a signoria all’uomo Gesù. C’è una beatitudine di cui il Risorto parla, per coloro che senza queste “prove” crederanno, a cui tutti siamo chiamati. Anche passando attraverso momenti di sfiducia, ma vicini alla comunità e non isolati, desiderosi di incontrare Cristo.

La vita nel suo nome

Il Vangelo finisce mettendo in stretta connessione la fede con la vita. Forse il salto più difficile da fare è proprio questo, per i primi discepoli come per noi: che credere in Cristo e unirci a Lui non ci tolga qualcosa ma ci dia la vita, la amplifichi affinché sia piena e sia “in abbondanza” (Gv10, 10), più grande, eterna. “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17, 3).

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