Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

La vita politica nella prospettiva cattolica

Si legge nel compendio della dottrina sociale della Chiesa che “La comunità politica scaturisce dalla natura delle persone, la cui coscienza «rivela e ordina perentoriamente di seguire» l’ordine scolpito da Dio in tutte le Sue creature: «un ordine etico-religioso, il quale incide più di ogni altro valore materiale sugli indirizzi e le soluzioni da dare ai problemi della vita individuale ed associata nell’interno delle comunità nazionali e nei rapporti tra esse». Tale ordine deve essere gradualmente scoperto e sviluppato dall’umanità. La comunità politica, realtà connaturale agli uomini, esiste per ottenere un fine altrimenti irraggiungibile: la crescita più piena di ciascuno dei suoi membri, chiamati a collaborare stabilmente per realizzare il bene comune, sotto la spinta della loro tensione naturale verso il vero e verso il bene”. (par.384)

Un servizio etico per la società civile

Tale affermazione non può non sorprendere, abituati come siamo ad associare il “fare politica” a confronti rabbiosi e spesso perfino insultanti da parte di esponenti di partiti di ogni colore. Eppure, ricercando le ragioni che ne sono a fondamento, sappiamo che, in verità, l’impegno politico è uno strumento a servizio della società civile, avente per fondamento e fine la persona umana. Ecco che si comprende che l’impegno politico ha assolutamente a che fare con il bene, con la verità e con l’ordine morale e, se il fondamento ed il fine sono “la persona umana”, certamente il cristiano di tutti i tempi non può restarne estraneo.

Al di là ed oltre ad una partecipazione attiva di “rappresentanza politica”, che può non essere per tutti, resta per tutti il dovere di perseguire, ciascuno nel proprio ambito di vita, quanto è necessario perché siano tutelate e promosse, per ogni cittadino, le migliori condizioni per esercitare i propri diritti ed adempiere ai relativi doveri. A partire da queste riflessioni, la partecipazione dei cattolici alla vita politica si presenta come occasione, come scelta consapevole di far fluire i valori di cui siamo portatori, come una linfa, in ogni aspetto della vita sociale.

Un’espressione della carità

Per attendere “con retta coscienza” a questo impegno è chiaro che il formarsi una coscienza politica, il ricercare il valore morale di ogni scelta nel vivere quotidiano, ci appaiono per quello che sono: un modo irrinunciabile e concreto per declinare oggi il precetto evangelico della carità. Siamo si cittadini del mondo, ma con un legame indissolubile con Dio che ci fa, al contempo cittadini del cielo.

Ricordiamo a tal proposito la famosa Lettera a Diogneto:

«I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. […]. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. […]. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. […]. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. […] A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. […] L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile.»

Nel contesto del nostro tempo e dal punto di vista della Rivelazione ebraicocristiana, possiamo intendere l’impegno politico dei cattolici con l’aiuto ed alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), richiamata in apertura, dottrina elaborata nel tempo attingendo a due fonti: la Parola di Dio (fides) e l’esperienza umana (ratio).

La “Libertatis conscientia”: la Chiesa come stimolo ad un nuovo ordine umanista

Approccio fondamentale al tema è la lettura dell’Istruzione “Libertatis conscientia”, emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 22 marzo 1986, con cui la Chiesa «offre un insieme di principi di riflessione e di criteri di giudizio, e quindi di direttive di azione», che hanno per fondamento “tre pilastri”: la verità sull’uomo, la verità su Cristo e la verità sulla Chiesa. La Chiesa cammina insieme a tutta l’umanità lungo le strade della storia. Essa vive nel mondo e, pur non essendo del mondo, è chiamata a servirlo.

Questo stile è sostenuto dalla convinzione che è importante per il mondo riconoscere la Chiesa quale realtà e fermento della storia, così come per la Chiesa non ignorare quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dall’evoluzione del genere umano (cfr GS 44) La Chiesa «serve il Regno diffondendo nel mondo i “valori evangelici”, che del Regno sono espressione e aiutano gli uomini ad accogliere il disegno di Dio. Essa, segno nella storia dell’amore di Dio per gli uomini e della vocazione dell’intero genere umano all’unità nella figliolanza dell’unico Padre (cfr LG 1), intende proporre a tutti gli uomini un umanesimo all’altezza del disegno d’amore di Dio sulla storia, un umanesimo integrale e solidale, capace di animare un nuovo ordine sociale, economico e politico, fondato sulla dignità e sulla libertà di ogni persona umana, da attuare nella pace, nella giustizia e nella solidarietà» (cfr CDS nn. 6,7 e 19).

È lo stesso Spirito del Signore a ispirare soluzioni nuove e attuali alla creatività degli uomini, alla comunità dei cristiani inserita nel mondo e aperta alla ricerca con persone di buona volontà (cfr CDS 53). Questa ricerca è fondata su Gesù Cristo, rivelatore del volto di Dio come Amore: Egli ci insegna che la legge fondamentale della trasformazione del mondo è il nuovo comandamento della carità, tale principio illumina i cristiani sul significato della convivenza politica.

Dio, in Cristo, non redime solo la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini; dal “Decreto sull’apostolato dei laici Apostolicam actuositatem leggiamo: “L’opera della redenzione di Cristo, mentre per natura sua ha come fine la salvezza degli uomini, abbraccia pure l’instaurazione di tutto l’ordine temporale. Perciò la missione della Chiesa non è soltanto di portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche di permeare e perfezionare l’ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico. I laici dunque, svolgendo questa missione della Chiesa, esercitano il loro apostolato nella Chiesa e nel mondo, nell’ordine spirituale e in quello temporale: questi due ordini, sebbene siano distinti, nell’unico disegno di Dio sono così legati, che Dio stesso intende ricapitolare in Cristo tutto il mondo per formare una nuova creatura, in modo iniziale su questa terra, in modo perfetto nell’ultimo giorno. In ambedue gli ordini il laico, che è ad un tempo fedele e cittadino, deve continuamente farsi guidare dalla sola coscienza cristiana».

Il pensiero del Padre Barsotti

Il padre don Divo, meditando gli Atti degli Apostoli, addita un fondamento biblico dell’impegno cristiano nella realtà temporale, leggiamo il suo pensiero: “Il cristianesimo ha certo una dimensione interiore e contemplativa, e si deve dire che questo aspetto non solo è essenziale, ma primario; e tuttavia il cristianesimo non si esaurisce in questa dimensione. La Chiesa è anche storica, pubblica … Gesù dopo la sua Resurrezione e ascensione ottiene ogni potere nel cielo e sopra la terra e dà agli apostoli una missione che è, di per sé, pubblica e universale. Egli, prima di ascendere al Cielo dà ai dodici questa consegna: Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra (Atti 1.8), (…) questo è importante.

La stessa vita contemplativa nel cristianesimo non è evasione dal mondo, non è evasione dal tempo, ma si deve comporre e si compone con una dimensione storica e pubblica propria del Cristianesimo. L’interesse di Luca – autore degli Atti – è quello di presentare il cristianesimo come messaggio di salvezza che era stata promessa dai profeti: salvezza universale, ma portata precisamente a tutta l’umanità attraverso gli uomini che reggono le nazioni. Pietro, Stefano, Giacomo sono in rapporto con Erode Agrippa, col sinedrio, poi ancora Pietro e Paolo a confronto con i proconsoli… e poi finalmente con Cesare. Noi dobbiamo essere i testimoni del Cristo come lo furono i primi discepoli, dobbiamo portare il messaggio della salvezza come loro lo portarono, manifestare la presenza dello Spirito che opera in noi. E dobbiamo rivolgerci a lui e non aver paura di offendere i potenti di oggi.

Di contro alla potenza delle antiche signorie, oggi è la potenza della stampa e pubblicità (“dei social”); la potenza dei partiti politici, la potenza del capitale che manovra le leve della storia, imbriglia gli uomini e li rende schiavi senza che nemmeno si accorgono della loro schiavitù … È spaventosa la schiavitù in cui l’uomo si trova! Ci libererà da essa solo la Fede, una Fede però che potrai conservare solo nella misura che fin dall’inizio sei povero e vuoi rimanerlo e non ti interessa né il potere della pubblicità, né il potere politico o economico, ma vuoi essere servo e figlio di Dio: servo perché devi esercitare un ministero, figlio perché possiedi l’umile confidenza di chi vive nelle mani di Dio e sente che il suo cammino è come un camminare nell’acqua. Nulla nuoce a chi si fida di colui che l’ha chiamato. A noi importa renderci conto che non abbiamo e non vogliamo avere altro potere che quello di essere testimoni di Cristo e per essere tali dobbiamo conquistare la libertà che ebbero gli apostoli.

Nella loro libertà essi poterono sfidare il sinedrio, sfidare la potenza di Roma. Umili pescatori annunciarono ai potenti del mondo la Parola di Dio. Noi viviamo nel mondo e dobbiamo rimanere nel mondo. Il Cristo fece presente Dio in mezzo agli uomini. Se noi dobbiamo vivere nel deserto, il nostro deserto è la città di oggi dove vi sono sì gli uomini, ma è assente Dio. L’umanità intera, ogni uomo vive essenzialmente un rapporto con Cristo; lo vive nel bene lo vive nel male. Il male è averlo rifiutato ed ucciso; il bene è la conversione al Cristo risorto. La vita cristiana è rapporto con lui. Non esiste la legge, l’adempimento di una norma; la vita è rapporto col Cristo.

Con la Pentecoste al dono della legge (nel Sinai) si sostituisce il dono dello Spirito. Il cristiano non conosce più la legge. La vita del cristiano è libertà. D’altra parte la libertà del cristiano non sottrae il cristiano alla chiesa; lo Spirito Santo pur donandosi a ciascuno è l’anima di tutta la chiesa, e non vive in ciascuno che in quanto egli è nella chiesa. Così la legge dello spirito è la legge della libertà e realizza l’unità di tutti i credenti nell’unità del Cristo, sicché rimanendo distinto ogni credente, non vive in tutti che il medesimo spirito. L’azione dello Spirito realizza l’unità nella distinzione delle persone. Fra gli elementi umani, su cui insiste di più l’autore ispirato (Luca), è l’unità dei sentimenti, unità di cuore e di anima. Prima di parlarci della comunità dei beni, libera perché frutto di amore, ogni volta l’autore insiste su questa unità di sentimenti dai cui procede ogni attività: Un cuor solo e un’anima sola (At. 4-32). Dio non concede il dono dei miracoli per i fratelli nella fede, ma il miracolo più grande che Dio compie per loro è l’Amore che crea l’Unità.”

Il Tributo a Cesare

Attingendo al dato biblico – che costituisce l’imprescindibile orizzonte del pensare cristiano – troviamo che Gesù istruisce i suoi discepoli a distinguere, vale a dire a non confondere ma anche a non separare, il piano della relazione con Dio (religioso) e il piano della relazione con il potere mondano (politico). Attraverso due suggestive immagini, quella del sale e quella della luce «Voi siete il sale della terra…voi siete la luce del mondo» (Mt, 5 13-14) dice loro come deve essere la loro presenza nel mondo. Il testo evangelico «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mc 12,13-17), che la DSC richiama all’art 379, evidenzia poi come Gesù non consideri ingiusto il tributo a Cesare.   

Così commenta in proposito Enzo Bianchi: “Gesù, tenendo in mano la moneta, ribatte a sorpresa con una domanda: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Al sentirsi rispondere: “Di Cesare”, può dunque concludere con una sentenza divenuta celebre: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Queste parole brevissime sono come un seme, una chiave che richiede di essere decodificata, un’affermazione sapiente che necessita di essere interpretata dai discepoli di Gesù in modo sempre nuovo, a seconda dei tempi e delle situazioni cangianti del mondo. Occorre molta vigilanza per non rendere queste parole uno slogan, come tante volte è successo e succede nei rapporti tra lo stato e la chiesa, tra l’autorità politica e i cristiani. Ma qui ecco apparire lo specifico della via aperta da Gesù Cristo, dunque del cristianesimo, che può anche sembrare paradossale: il cristiano, obbediente alle leggi dello stato, deve tuttavia riconoscere sempre “ciò che è di Dio”. Ed è di Dio la persona umana, perché l’uomo, non Cesare, è l’effigie, l’immagine di Dio (cfr. Gen 1,26- 27), dunque è ciò che occorre rendere a Dio. Così il potere nella polis è riconosciuto, ma non in modo assoluto, senza limiti: va obbedito fino a che non opprima, non schiacci la persona nella sua libertà, nella sua dignità, nella sua coscienza. A Cesare, dunque, va pagato il tributo, ciò che deriva dal suo potere; ma ciò che appartiene a Dio, la vita umana, va data a Dio. E quando le due autorità entrano in conflitto, occorre ricordare le parole degli Apostoli: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29).

Di seguito si propone un articolo di Bartolomeo Sorge (Editoriale Aggiornamenti sociali 2008) in merito al rapporto tra Chiesa e politica: “Quando si parla di «Chiesa» bisogna distinguere il duplice significato nel quale il termine viene usato. Nel linguaggio corrente, ci si riferisce anzitutto alla «Chiesa istituzione», costituita dal Papa, dai vescovi e dai sacerdoti, indicata anche con il termine di «Gerarchia» o di «Pastori». C’è però una seconda accezione, con la quale più esattamente si indica l’intera comunità dei battezzati (Pastori e fedeli laici insieme), unità nell’unico «Popolo di Dio». Pertanto, una cosa è il rapporto dell’istituzione ecclesiastica con la politica e un’altra, ben diversa, l’impegno politico dei fedeli laici, i quali, non meno dei Pastori, sono parte viva ed essenziale della Chiesa «Popolo di Dio». (….)” Per quanto concerne il rapporto tra Chiesa istituzione e politica, il Concilio Vaticano II stabilisce un criterio fondamentale: «La missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è di ordine politico, economico e sociale: il fine, infatti, che le ha prefisso è di ordine religioso» (Gaudium et spes,n.42). Tuttavia – spiega – missione «religiosa» non significa affatto disinteresse per la realtà sociale, e in particolare per l’ambito politico; indica piuttosto la prospettiva specifica che la Chiesa ha nei confronti della politica, rimanendo sul piano di un’etica ispirata dalla fede e, nello stesso tempo, razionalmente argomentabile non solo per i credenti.

In altre parole, poiché la fede illumina il discorso sull’uomo, la Chiesa istituzione, evangelizzando, compie un servizio che tocca la vita politica intesa come promozione di un modo di presenza nella società (fatto di atteggiamenti interiori, di elaborazioni concettuali e di comportamenti), che sta a monte di ogni ricerca di soluzioni operative. Non perché il modo della presenza possa sostituire le competenze necessarie, ma perché esso costruisce i rapporti reciproci tra i soggetti della convivenza sociale, riguarda la loro umanità, qualifica e orienta da una parte la strutturazione delle relazioni e dall’altra lo stile con cui si opera all’interno delle istituzioni. La Chiesa istituzione, quindi, esercita un influsso mediato e indiretto sull’attività politica, in quanto il Vangelo ispira i comportamenti personali e sociali, privati e pubblici, di chi liberamente lo accoglie: «Proprio da questa missione religiosa – esplicita il Concilio – scaturiscono dei compiti, una luce e delle forze che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina». (….) “la Chiesa in quanto istituzione si autoesclude dall’intervenire direttamente nella prassi politica in senso stretto, partitico.

Non perché questa sia qualcosa di sconveniente o di «sporco», ma perché, nella sua universalità, la missione religiosa non può divenire «di parte» come è proprio di ogni scelta politica. Precisa Benedetto XVI: «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell’argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare» (Deus caritas est, n. 28).(….) Se invece si prende la Chiesa nel suo significato di «Popolo di Dio», allora il criterio fondamentale da tenere presente è la distinzione, all’interno dell’unica missione evangelizzatrice, tra il ruolo dei Pastori e quello dei fedeli laici. Questi, a differenza della Gerarchia, sono chiamati a fare politica in tutte le sue accezioni, con l’«esclusiva» nei casi della «prassi» partitica e amministrativa”.

Sottolineando alcuni punti chiave della riflessione del padre Sorge, riguardo all’attività politica militante:

  • La Gerarchia si autoesclude da ogni intervento diretto, tuttavia «mediante» l’annuncio e l’educazione alla fede contribuisce a «purificare la ragione» e a risvegliare le forze morali di quanti vi sono impegnati; invece il compito dei fedeli laici in politica è «immediato», essendo loro missione animare le realtà temporali. «Non spetta ai pastori della Chiesa — dice il Catechismo della Chiesa Cattolica – intervenire direttamente nell’azione politica e nella organizzazione della vita sociale.
  • Questo compito fa parte della vocazione dei fedeli laici, i quali operano di propria iniziativa insieme con i loro concittadini.

La riflessione prosegue: “I criteri esposti, riguardanti la Chiesa istituzione, si riferiscono, ovviamente, anche al rapporto dei sacerdoti con la politica.(…) Giovanni Paolo II, rifacendosi al Sinodo dei Vescovi del 1971, ha dedicato a questo delicato problema un importante discorso che non ha riscosso l’attenzione che avrebbe meritata (cfr «Il presbitero e la società civile», in L’Osservatore Romano, 29 luglio 1993). (…) Il Papa, dopo aver riaffermato «la necessità per il presbitero di astenersi da ogni impegno di militante nella politica», stabilisce una chiara differenza tra la sfera privata e il comportamento pubblico. Per quanto riguarda la sfera privata – dice –, è ovvio che ogni sacerdote «conserva certamente il diritto di avere un’opinione politica personale e di esercitare secondo coscienza il suo diritto di voto».(Per un approfondimento: “Il sacerdozio ministeriale” e  “La giustizia nel mondo”, documenti del Sinodo mondiale dei Vescovi del 1971).

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