Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

La prospettiva familiare nei nuovi standard sociali

In questo periodo di quarantena, le famiglie di tutta Italia e di molti altri paesi del mondo sono messe a dura prova. Possiamo far fruttare questo tempo di drammatica attesa tornando a riflettere sul valore della famiglia oggi, chiedendoci se è ancora possibile affermare che il matrimonio faccia la differenza all’interno di una coppia, e rivolgendoci in special modo ai giovani.

Se fino a ieri decidere di sposarsi e creare una famiglia, non era visto come una vera e propria scelta di vita, ma praticamente un’opzione già scritta, naturale, così come – troppo spesso – quella di definirsi vagamente “cristiani”, per l’educazione ricevuta dai genitori, – su entrambi i fronti – possiamo affermare, con una certa sicurezza, che oggi non è più così, che quello che lo standard globalizzato di “vita di successo” propone ad un giovane (studio, carriera, sport, vita sociale, relazioni a distanza) contempla altrettanto “naturalmente” l’impossibilità, se non la totale rinuncia, ad instaurare un legame indissolubile, o che quantomeno ci prova.

Smettiamola di ripetere che i giovani d’oggi non vogliono assumersi responsabilità e sposarsi e cominciamo a vedere che è il mondo nel quale vivono (lavorativo, sociale e dunque relazionale) e in cui sono immersi a “diseducarli” al matrimonio.

Una scelta potenzialmente rivoluzionaria

Senza bisogno di riprendere le solite logiche della mercificazione delle relazioni, basta dire che non è possibile e non è pensabile che il desiderio di un’unione fedele, armonica e duratura nel tempo con una persona amata sia svanito, sia semplicemente crollato sotto le picconate della rivoluzione sessuale, la quale è sembrata fornire formalmente una giustificazione ad una liberazione del desiderio sessuale dai “rigidi” schemi dell’assetto societario. Sarebbe ridicolo infatti credere che oggi, nell’era del “divorzio breve” e delle “coppie di fatto”, il matrimonio possa essere visto ancora come la gabbia soffocante dell’amore e del desiderio o ironizzato come la fine della libertà individuale.

Ad oggi pare, al contrario, che la precarietà e – numericamente – la fatica di rimanere insieme a qualcuno per tutta la vita, nonostante il tempo che passa, permettano all’istituzione matrimoniale di poter avere la chance di “sfidare le contraddizioni del nostro tempo”.

 In un mondo globalizzato in cui ormai sono pochissimi i giovani che nascono, studiano e lavorano nella stessa città quasi per tutta la vita, fare famiglia è davvero un atto di coraggio, è un atto rivoluzionario. Segna la fuoriuscita dallo schema di una vita da “migrante”, da vagabondo relazionale che ha come unico maestro “le esperienze” ma che non ha più guide, e non le vuole avere, poiché vivendo in un mondo sempre più “smart” sa benissimo che verità e conoscenza non lo precedono, ma gli stanno avanti, sempre un passo avanti, e seguono dunque lo schema dell’avanzamento tecnologico.

Riscoprire il gusto di un’unione forte

Quello che davvero importa sottolineare, è come in fin dei conti non si tratti di fare la morale a nessuno, messaggio che traspare ampiamente anche dall’esortazione apostolica di Papa Francesco Amoris Letitiae:

“Bisogna aiutare i giovani a scoprire il valore e la ricchezza del matrimonio. Devono poter cogliere l’attrattiva di un’unione piena che eleva e perfeziona la dimensione sociale dell’esistenza. […] Non si tratta di dare loro tutto il Catechismo, né di saturarli con troppi argomenti.”

Citando le parole del grande Ignazio di Loyola, infatti, “Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare interiormente le cose”.

Non è dunque di un contenitore normativo che le persone hanno bisogno per maturare la consapevolezza che il desiderio d’amore autentico si nutra di una spinta verso l’infinito, e dunque spinga l’amante a stabilire con l’amato un legame “forte come la morte” – come recita il Cantico dei Cantici – ma è di un contenuto e di esempi credibili che hanno disperatamente bisogno i giovani, di un insegnamento che sia autenticamente liberante e che fornisca gli strumenti intellettuali, psicologici, pedagogici e anche teologici per rompere la catena dell’amore narcisistico, che tiene lontana per timore o egoismo la felicità e la gioia della condivisione piena, mentre tiene legati all’incantamento dell’ego e dunque alle dipendenze di “qualcuno” – come accade spesso sul lavoro .

Spossessamento

Il fatto che noi stessi siamo quel qualcuno da cui dipendiamo narcisisticamente non ci rende, infatti, meno schiavi e meno incapaci di donare “tutto” di noi a qualcun altro, il quale rimarrà sempre un po’ estraneo per quanto conosciuto, misteriosamente inafferrabile e talvolta incomprensibile. È proprio il caso di dire, allora, che correre il rischio dell’amore significa al contempo riceverlo compiutamente in dono, quale unica esperienza di spossessamento che ci libera davvero ed è in grado di farci sentire “salvati”.

Sull’essenziale differenza che intercorre tra il semplice, seppur genuino, slancio dei cuori e la maturazione dell’impegno matrimoniale l’Amoris Letitiae aggiunge:

“Imparare ad amare qualcuno non è qualcosa che si improvvisa, né può essere l’obiettivo di un breve corso previo alla celebrazione del matrimonio. […] Nulla è più volubile, precario e imprevedibile del desiderio […]. Se si riconoscono con chiarezza i punti deboli dell’altro, occorre avere una fiducia realistica nella possibilità di aiutarlo a sviluppare il meglio della sua persona per controbilanciare il peso delle sue fragilità, con un deciso interesse a promuoverlo come essere umano. Questo implica accettare con ferma volontà la possibilità di affrontare alcune rinunce, momenti difficili e situazioni conflittuali […] individuare i segnali di pericolo che potrà avere la relazione per trovare prima di sposarsi i mezzi che permettano di affrontarli con successo”.

Una sfida a superare i propri schemi

Lungi dall’astrattezza dell’“e vissero per sempre felici e contenti”, il modello fornitoci dall’esortazione apostolica di Papa Francesco comunica un messaggio di tangibile concretezza e pragmaticità. Il matrimonio, in quest’ottica, fa la differenza perché sottrae l’amore alla vaghezza del sentimentalismo, e si delinea compiutamente come “progetto a due”, come patto e promessa reciproca di affrontarne conseguenze e contraddizioni.

Remando contro il vecchio detto “ogni testa è tribunale”, la sfida rivoluzionaria che il matrimonio cristiano mette al centro della vita di coppia è vincolarsi alla deposizione delle vesti del giudice che sentenzia nello spazio pubblico del foro, e imparare ad uscire continuamente dai propri schemi per incontrare l’altro da amante, ammettendolo, invece, allo spazio privato e condiviso della casa.

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