Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Alberto Randazzo

È dottore di ricerca in “Giustizia costituzionale e diritti fondamentali”. Ricercatore a t.d. di Istituzioni di diritto pubblico, presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell’Università degli Studi di Messina; ha conseguito il titolo di avvocato e l'abilitazione a professore associato di Istituzioni di diritto pubblico. È autore di diverse pubblicazioni e collabora con varie riviste in materia pubblicistica. È Presidente diocesano di Azione Cattolica della Diocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela, nonché membro dell’Équipe dell’Ufficio Diocesano per i Problemi Sociali e il Lavoro.
Alberto Randazzo

Premessa

Straordinario! Così possiamo definire il momento che il 27 marzo ci ha regalato papa Francesco. È stata scritta una pagina di storia: per la prima volta è stata concessa l’Indulgenza Plenaria fuori dalle condizioni stabilite dalla Chiesa.

Non è solo questa la motivazione che ha reso unica l’ora durante la quale, al tempo del “Coronavirus”, milioni di spettatori sono stati davanti ad uno schermo, riponendo le proprie preoccupazioni e le proprie speranze in quelle immagini. Proviamo a rivivere, con il pensiero, quel pomeriggio.

Il racconto (prima parte)

Piazza San Pietro è vuota, un Uomo in veste bianca si incammina da solo, zoppicante, con un incedere incerto ma con la solida certezza della Fede, sotto la pioggia e senza ombrello; come qualcuno ha notato, sale sul “monte” (cfr. Mt 17,1-9) per guidare una preghiera destinata a rimanere per sempre nei cuori di tutti.

Era stato previamente scelto il brano della “tempesta sedata” (Mc 4, 35-41); il cielo di Roma sembra saperlo e così lo scrosciare dell’acqua accompagna Francesco e tutti noi.

Anche il Crocifisso dei Miracoli, che il Papa ha fatto trasportare dalla chiesa di San Marcello al Corso, è rigato dalla pioggia. L’immagine è fortissima: sul costato di Cristo si vede, sulla Sua destra, il sangue pitturato, dall’altra parte – a sinistra – si vedono le linee dell’acqua piovana, quasi come lacrime che scendono. La mente va alla Sacra Scrittura: “uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19,34), quella immagine che – com’è noto – è apparsa a suor Faustina Kowalska. Anche il volto di Cristo è bagnato, una goccia si intravede sul naso e ci ricorda il sudore di Gesù e di tutti noi nell’ora della prova. Quel Crocifisso è straordinariamente “umano”, in grado – com’è – di trasmettere la sofferenza della Passione che, in altro modo, l’umanità sta vivendo in questo tempo.

Sulle parole di Francesco

Il Vangelo che viene proclamato parla di noi; come al solito, nella Parola c’è la nostra vita e la nostra vita può essere letta alla luce della Parola. La riflessione di Francesco è davvero splendida e drammatica allo stesso tempo; muovendo dal brano della “tempesta sedata” ci rivolge un discorso che arriva dritto al cuore, perché se è vero che in quella piazza non c’è la consueta moltitudine di fedeli, è certo pure che milioni di cuori – come detto – sono “sintonizzati” sulla “frequenza” delle parole del Pontefice.

Quel discorso, da leggere e rileggere, è – a mio modesto avviso – al tempo stesso uno “schiaffo” ed una “carezza” per chi ascolta, capace di scuotere le anime tiepide, intorpidite e assuefatte ad uno stile di vita da riformare, ma anche in grado di farsi prossimo pure a quelle stesse anime (e a tutte le altre) vinte dallo sconforto, dalla paura e dalla fatica.

Molte delle considerazioni del Santo Padre non possono, inoltre, non interpellare pure i non credenti e, anche se qualcuno potrebbe avere difficoltà ad ammetterlo, sono convinto che ce ne siano stati tanti davanti alla televisione, tra le 18.00 e le 19.00 del 27 marzo 2020.

Sul Vangelo proclamato

Nel brano evangelico si contestualizza: “venuta la sera”; Francesco osserva che “da settimane sembra che sia scesa la sera” e, proprio sotto un cielo nuvoloso, afferma che “fitte tenebre […] si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio”. È proprio vero: sul chiasso delle nostre giornate, sulla frenesia della nostra quotidianità, nell’ultimo mese, è sceso tanto silenzio. Non siamo abituati, ad esempio, a non sentire il rumore delle strade o il vociare delle serate in pizzeria e, in generale, dei tanti luoghi affollati che siamo soliti frequentare, per svago o per necessità.

Nel Vangelo, poi, si parla di quella “barca” sulla quale ci troviamo tutti e con noi c’è anche Gesù; a volte, lo dimentichiamo. Quando, poi, la tempesta infuria e le acque si agitano, come sta accadendo in questo tempo, incominciamo a sentirci instabili, fragili, impotenti, appuriamo tutta la nostra incapacità di stare “a galla”, abbiamo paura. Non sono essi i sentimenti che avvertiamo in questo momento? Allora, ci chiediamo come mai Gesù consenta tutto questo senza intervenire, ma Lui è lì ed anzi, come il Santo Padre ha fatto notare, è a “poppa” (ossia “proprio nella parte che per prima va a fondo”) e dorme (Mc 4,38a). Quante volte, sinceramente, abbiamo pensato che dinanzi alle nostre piccole e grandi difficoltà del quotidiano Lui stesse “dormendo”… Chi ha fede, però, non smette di invocarLo, come i discepoli nel racconto (loro si rivolgono a Lui in quel difficile frangente proprio perché hanno fede, osserva il Papa).

Non ci è mai capitato, seppure con altre parole, di domandarGli: “non t’importa che moriamo?” (Mc 4,38b). In questi casi, ecco la nostra incredulità, la nostra fede vacillante esce allo scoperto. Francesco ci rassicura e ci chiarisce, parlando di Gesù, che “a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati”.

Il Santo Padre ci ricorda che quando il Maestro viene svegliato calma le acque e il vento, rispondendo in questo modo ai discepoli, ai quali però anche Lui rivolge una domanda che oggi si indirizza anche a noi: “perché avete paura? Non avete ancora fede?” (Mc 4,40). Eh sì, la paura si scaccia con la fede, che diventa “vaccino” contro il male che ci affligge.

Il racconto (seconda parte)

Sorretto dal cerimoniere, il Santo Padre si avvicina all’icona della Salus Populi Romani, portata lì dalla Basilica di Santa Maria Maggiore; quindi, si pone sotto il Crocifisso miracoloso, sostando intensamente in preghiera. In seguito, guida con altrettanta intensità un momento di Adorazione Eucaristica all’ingresso della Basilica di San Pietro, che si conclude con la benedizione Urbi et Orbi e con la concessione dell’Indulgenza Plenaria; mentre solitamente l’Indulgenza viene concessa solo ai presenti e a coloro che sono collegati grazie ai vari mezzi di comunicazione, in questo caso, essa è rivolta anche a coloro che, non potendo fare altrimenti, si stiano unendo “spiritualmente con il desiderio al presente rito di benedizione”.

Alla fine, Francesco esce sulla soglia della Basilica per benedire, con il Santissimo Sacramento, Roma e il mondo intero. In questo momento, accade una cosa straordinaria: il suono delle campane si mescola con quello della sirena di un’ambulanza… Si conclude così, nel modo più emblematico possibile, mentre solennità e sofferenza si “impastano”, una preghiera di affidamento dell’umanità dolente al Padre; un’ora “forte” durante la quale, nel chiuso delle abitazioni, sono certo che non poche ginocchia si siano piegate, non poche lacrime abbiano solcato i volti, non poche mani si siano giunte.

Cosa abbiamo provato…

Nella drammaticità del momento, che meraviglia… Se ora ci pensiamo, quel giorno, un “miracolo silenzioso” si è compiuto: ognuno, pur trovandosi nel proprio isolamento, non si è sentito solo, si è sentito accanto al Successore di Pietro sul sagrato della più bella basilica del mondo, si è sentito al posto del cerimoniere che sorreggeva Francesco dal braccio, si è sentito sotto quel Crocifisso, davanti a quella effigie della Vergine Maria con il Bambino e al cospetto del Santissimo Sacramento.

Ognuno di noi, poi, ha avvertito chiara la sensazione di essere in comunione di preghiera con milioni di persone, sapeva che i propri amici e conoscenti (e anche i non conoscenti) stavano condividendo quello stesso tempo; insomma, ciascuno di noi si è sentito parte di una comunità orante, parte di un “tutto”, nel quale credenti e non credenti si sono stretti, consapevoli che – come ha detto il Pontefice – siamo tutti sulla stessa “barca”.

Di certo, quanto accaduto lo scorso 27 marzo, oltre a “consegnarci” un turbinio di emozioni, ci ha invitato ad un serio esame di coscienza, che in tanti abbiamo fatto durante (e dopo) la riflessione del Papa e che continueremo a fare tante altre volte ripensando a quelle parole.

Dei tanti insegnamenti che abbiamo ricevuto durante questo straordinario e solenne evento parleremo a lungo, in molte altre occasioni. Adesso è il momento di fare un po’ di silenzio, di riflettere, di pregare…

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