Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Il Vangelo di oggi: Mt 21, 1-11

1 Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, 2dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. 3E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: «Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito»». 4Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:

5Dite alla figlia di Sion:
Ecco, a te viene il tuo re,
mite, seduto su un’asina
e su un puledro, figlio di una bestia da soma.

6I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: 7condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. 8La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. 9La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava:

«Osannaal figlio di Davide!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Osanna nel più alto dei cieli!».

10Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». 11E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

 


 

 

Verso il compimento

Oggi, Domenica delle Palme, ripercorriamo l’ingresso di Gesù a Gerusalemme e gli eventi della sua Passione. Inizia la Settimana Santa, culmine dell’anno liturgico: siamo chiamati a viverla in modo singolare, senza la possibilità di riunirci, ma vicini nella preghiera, più raccolti, preparando il cuore alla gioia della Pasqua.

L’ingresso a Gerusalemme significa, per Gesù, avvicinarsi al compimento della sua opera. Durante gli anni della vita pubblica ha annunciato il Regno, ha chiamato i discepoli e guarito molti nel corpo e nello spirito. Insieme all’accoglienza e alla fedeltà di chi lo segue, nonostante incomprensioni e fatica, cresce, sempre più aspro, il rifiuto da parte di altri, soprattutto in seno ai gruppi religiosi “di potere”. Fino a questo momento Gesù ha sempre, in qualche modo, evitato l’esplicita definizione di Messia. Adesso il tempo è compiuto: egli entra nella città che uccide i profeti; la sua identità e il suo messaggio si rivelano pienamente, e non senza conseguenze.

Uno strano ordine

L’episodio inizia con uno strano ordine che Gesù fa ai discepoli, relativo a un’asina e un puledro legati, che devono essere sciolti perché “il Signore ne ha bisogno” (è la prima volta che, nel Vangelo di Matteo, Gesù usa tale definizione per se stesso). Questa insolita e umile cavalcatura compie la profezia della salvezza messianica fatta di Zaccaria (Zc 9,9), richiamata dall’evangelista Matteo.

“Portare” Gesù al mondo

L’immagine di questo puledro che porta Gesù può essere uno spunto di riflessione per noi. Si specifica che esso è legato e che i discepoli devono slegarlo. Ciò che Cristo prende non è rubato né stretto per essere posseduto (infatti “li rimanderà subito”) ma è tramite perché Gesù ami gli uomini. Per farsi strumenti di Cristo non si può essere legati e avere idoli o padroni. Così è per noi: quando il Signore ci chiama non è per appropriarsi indebitamente della nostra vita, ma per liberarci dalle catene che ci legano e per poterlo “portare” al mondo, ognuno con la propria vocazione, nell’umiltà, come uomini liberi.

Nel nome del Signore

Gesù entra a Gerusalemme compiendo le profezie, suscitando giubilo e benedizioni da parte della folla, che stende i mantelli come per l’investitura del re. Egli entra in città senza le insegne del potere, confondendo coloro che attendevano un Messia guerriero. È “colui che viene nel nome del Signore”: viene in nome di Dio, come Figlio, non in nome di se stesso (come ogni uomo narcisisticamente conduce la propria vita). C’è qualcosa di profetico nel riconoscimento regale che la folla dà a Gesù, soprattutto alla luce degli eventi della Passione, in cui Egli sarà calpestato e ogni dignità gli sarà negata.

Il Re

L’ingresso di Gesù mette la città in agitazione, crea un terremoto: è il fermento della storia che giunge alla pienezza, di ogni tensione che tocca la massima intensità. Alcuni aspettano che Egli scateni una sommossa, già i farisei concordano di ucciderlo. Il rabbì di Nazareth, su un’umile cavalcatura, è il Re: accolto, frainteso e tradito, non si sottrarrà a nulla, neanche alla morte, per rivelare il vero volto del Padre e mostrare che un’altra vita è possibile.

Gesù ci raggiunge in modi inattesi, al punto da sembrare stoltezza o follia: riconoscerlo e accoglierlo diventano per noi una sfida e ci invitano, nella Pasqua ormai vicina, alla vigilanza e allo stupore.

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