Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Uno sconvolgimento globale

Almeno in Italia, il coronavirus sembra avere toccato il suo picco e, pur permanendo l’emergenza sanitaria, si comincia a fare più pressante l’interrogativo sul “dopo”. Perché ci rendiamo conto che questa pandemia non è stata solo un “incidente di percorso”, ma il più radicale sconvolgimento a livello planetario dopo la seconda guerra mondiale. Niente, probabilmente, sarà più come prima.

Un “sistema” che il Sessantotto aveva contestato senza riuscire a intaccarlo veramente, che il terrorismo aveva simbolicamente colpito, con l’attentato dell’11 settembre, in modo più spettacolare che sostanziale, nel giro di tre mesi è stato travolto a livello finanziario – borse in picchiata –, economico – attività produttive e commerciali bloccate –, sociale – rapporti umani sospesi o affidati esclusivamente a internet –, religioso – funzioni religiose di ogni tipo sospese.

La politica senza più alibi

Non sappiamo ancora come sarà possibile uscire da questa crisi, ma fin da adesso è chiaro che un ruolo decisivo spetterà alla politica. Ora che la pretesa inviolabilità delle regole del mercato neocapitalistico è stata messa in crisi dal coronavirus, emerge l’importanza delle scelte politiche che stanno dietro i dettami dell’economia e della finanza. La pandemia smaschera l’illusione della “mano invisibile”, che affidava al libero gioco degli interessi particolaristici il raggiungimento del miglior risultato per la comunità, mettendo in piena luce l’insostituibile responsabilità di chi ha il compito di garantire il perseguimento del bene comune.

Europa ed Italia

Ciò è vero, in particolare, per l’Europa, che fino ad ora si era aggrappata a un apparato di convenzioni economiche per eludere il progetto originario di un vera unità politica, col superamento degli egoismi nazionali.

Ancora più vero è per un Paese come l’Italia, che era già in crisi prima del coronavirus, con un debito pubblico spaventoso e un tasso di crescita che rasentava lo zero, ma che soprattutto ha sofferto – a partire dalla fine della Prima Repubblica – di un vuoto di politica.

L’inadeguatezza della nuova casta

Da noi, i protagonisti della scena pubblica, in questi ultimi anni, non hanno offerto uno spettacolo rassicurante. L’esperienza italiana ha evidenziato la falsità del teorema del populismo, secondo cui il popolo non ha bisogno della mediazione di rappresentanti specificamente preparati per esercitare l’arte del governo – inevitabilmente portati a costituirsi come una “casta” –, perché può benissimo governarsi da sé attraverso leader improvvisati che siano espressione della “gente comune”. Abbiamo visto tutti gli effetti pratici di questa illusione: alla fine si è solo creata una nuova casta, forse ancora più attaccata alle “poltrone” di quella precedente, solo più portata a sostituire la politica con una campagna elettorale permanente.

La protesta incontrollata dei diseredati

Non è dunque con le carte migliori che stiamo per affrontare la difficile partita che attende il nostro Paese. Cosa accadrà? La minaccia più immediata, già in qualche modo affiorante dalle cronache, è l’esplodere – in seguito al disastro economico prodotto dalla pandemia – di tensioni sociali incontrollabili, soprattutto al Sud.

Abbiamo letto in questi giorni di supermercati presi d’assalto da una folla di disperati pronti a tutto per procurare a sé e alla proprie famiglie generi alimentari di prima necessità. Non è, per ora, la situazione della media borghesia. Lo è però – soprattutto al Sud – di una massa di persone che vivevano ai margini del sistema economico, lavorando spesso “in nero” come camerieri e cameriere, garzoni, posteggiatori abusivi. Per non parlare dei mendicanti, che non hanno più chiese affollate sui cui gradini chiedere l’elemosina. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Ho visto una foto di prostitute in fila davanti a un centro della Caritas…

Una crisi a lungo termine

Ma questi sono solo i primi sintomi. Molte piccole imprese e molti esercizi commerciali non sopravviveranno, probabilmente, alla crisi della pandemia, e dovranno licenziare impiegati ed operai. Il settore dei trasporti e quello del turismo hanno già avuto danni enormi, ma ancora maggiori ne sono prevedibili per l’estate. È troppo pessimistico prevedere un drammatico acuirsi della conflittualità sociale?

La forbice delle disuguaglianze

In realtà, la pandemia è venuta a rendere insostenibile una situazione che già era folle. La forbice che divide i ricchi dai poveri da molti anni è in costante allargamento. Ai primi di gennaio, secondo Eurostat, il 20% della popolazione italiana che godeva dei redditi più alti aveva entrate sei volte superiori al 20% dei meno abbienti. Per non parlare dei patrimoni: secondo il rapporto Oxfam, dello stesso gennaio 2020, il patrimonio del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41% della ricchezza nazionale netta) è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% più povero (cfr. «Sole24ore» del 20 gennaio 2020).

Non è “comunismo”, ma etica politica

Qui ci vorrebbe una presa di posizione della politica che rimetta in discussione il dogma dell’intoccabilità dei patrimoni. In Italia, rispetto agli altri Paesi europei, la tassazione è esorbitante riguardo ai redditi (anche perché non si colpiscono gli evasori o si fanno condoni nei loro confronti), ma estremamente blanda verso i patrimoni, per esempio nel caso delle eredità. C’è gente che dal resto d’Europa viene a morire in Italia per far pagare meno tasse di successione ai figli.

Adeguarsi allo standard europeo non significherebbe certo cedere alla logica del “comunismo”, come gridano alcuni (milionari) appena se ne accenna. Ma una simile scelta esigerebbe un consenso, a partire da una diffusa consapevolezza etica che da molti anni sembra essersi eclissata, della responsabilità di ognuno verso tutti e del primato del bene comune sugli interessi privati.

di European Parliament

Luci e ombre della gestione del governo

Quello che il governo sta facendo è, comprensibilmente, volto a fronteggiare l’emergenza conseguente alla pandemia. Il punto è che qui non basterà gestire l’esistente. Siamo in un contesto in cui, come si è visto, è necessaria una svolta. Ne sarà capace un presidente del Consiglio che, pur con tanti limiti e ed errori, sta facendo probabilmente del proprio meglio, meritandosi la fiducia della grande maggioranza degli italiani, ma che non sembra ancora capace di grandi prospettive e di scelte coraggiose? Ne sarà capace il Paese, per evitare il caos?

Una campagna di disprezzo e di odio

Quello che è certo è che chi attualmente contrasta Conte non è sulla linea che ipotizziamo. Purtroppo rientra nel deficit di politica del nostro Paese il comportamento dell’opposizione. Non mi riferisco tanto alle prese di posizione ufficiali dei suoi capi – anche se definire pubblicamente «criminale» il presidente del Consiglio, come ha fatto Giorgia Meloni, non è certo un modo di favorire la collaborazione nell’affrontare l’emergenza nazionale –, quanto al nutrito gruppo di quotidiani che rappresentano una certa opinione pubblica.

A differenza di tutti gli altri mezzi d’informazione, questi giornali, invece di dedicare i titoli di prima pagina alle tragiche cifre della pandemia e alla lotta contro di essa, in queste settimane si sono impegnati, con una costanza degna di miglior causa, ad attaccare ogni giorno personalmente il capo del governo, accusandolo e irridendolo, anche nei modi più volgari, per delegittimarlo.

L’incitamento a scatenare la paura

È presumibile che il clima di disprezzo e di odio a cui questa campagna contribuisce non favorirà la coesione del Paese nell’affrontare il difficile futuro che lo attende. Ma non sembra questo, del resto, l’intento di questo tipo di opposizione. Mi ha colpito il contenuto dell’editoriale di Vittorio Feltri, direttore di uno di questi quotidiani («Libero» 24 marzo scorso), che rimproverava il leader della sua parte politica, Matteo Savini, di scarsa incisività di fronte alla visibilità pubblica di Giuseppe Conte. «Tu non puoi lasciargli delle praterie di consenso», scriveva Feltri, «devi frenarlo, abbatterlo, almeno zittirlo. Cavalca la paura delle gente come sai fare tu, non permettere di essere accantonato quasi fossi diventato una comparsa. Reagisci da par tuo come se ti trovassi al cospetto di una nave piena di africani clandestini. In tal modo riconquisterai la tua posizione apicale».

Che tipo di politica si prospetta in queste righe? Quello che da molti viene rimproverato a Salvini, nelle sue prese di posizione sulla questione migratoria – l’aver giocato sulle passioni irrazionali per ottenere il consenso – è indicato qui come un modello di comportamento da seguire. Altro che politica volta al bene comune!

Tra presente e futuro

Siamo sospesi tra un presente ancora tutt’altro che rassicurante e un futuro carico di incognite ma, forse proprio per questo, di possibilità nuove. La pandemia ci sta già insegnando molte cose che avevamo dimenticato. Ci sarà, queste, un modo di fare politica che tenga conto della verità e della giustizia più di quanto si sia fatto nel recente passato? Possiamo almeno sperarlo. Ma soprattutto possiamo fare quello che è in potere di ciascuno di noi, come cittadini, perché questo avvenga.

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