Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

Il coronavirus ci fa riscoprire l’ambivalenza dell’umano

Il coronavirus, sconvolgendo le regole della quotidianità, sta evidenziando l’ambivalenza e l’imprevedibilità del “fattore umano”, come avveniva in passato durante le guerre, quando il pericolo faceva uscir fuori in ognuno risorse di coraggio insospettate fino ad allora, oppure fragilità nascoste. C’è un modo costruttivo di reagire alla drammatica sfida di questa epidemia, e ce n’è uno che può distruggerci. In ogni caso siamo davanti a una prova che ci costringe a chiederci chi siamo e, soprattutto, chi vogliamo essere.

Un nuovo contesto spaziale…

All’origine di questa prova ci sono le condizioni quasi surreali in cui le nostre giornate trascorrono. Privati della corazza delle preoccupazioni e delle attività abituali, stiamo avendo tutti una nuova percezione dello spazio e soprattutto del tempo.

Vivere giorno dopo giorno, per settimane, fra le pareti di un luogo chiuso, è un esperimento che forse avevamo visto fare con i topi, per verificarne le reazioni,  ma di cui non ci saremmo mai immaginati di diventare noi i protagonisti. Con esiti diversi, ma egualmente problematici, se si vive da soli o in famiglia.

Nel primo caso, a pesare è l’innaturalità dell’assenza di rapporti umani. Abbandonati come Robinson Crusoe nella sua isola, si è liberi sì, ma di una libertà che si rivela un vuoto e che suscita la fame di sentire la voce di altre persone.

Nel secondo, di persone ce ne sono anche troppe, perché non si era abituati a dividere con loro il proprio spazio vitale, col rischio di urtarsi (e non solo fisicamente) ad ogni parola detta e ad ogni movimento fatto.

Giocano molto anche fattori materiali: altro è vivere questa forzata reclusione in un appartamento spazioso, provvisto di tutti i confort, altro trovarsi a gestire un gruppo familiare numeroso in un angusto bivani, o in una casa senza riscaldamento.

…e temporale

Ancora più irreale è il rapporto con un tempo che è improvvisamente diventato lunghissimo, svuotato com’è dagli appuntamenti che lo scandivano. Anche chi ha continuato a studiare e a lavorare da casa, lo fa ormai con margini di libertà molto più ampi e senza essere incalzato dalle scadenze che prima scandivano la sua giornata. C’è poi chi, nel nuovo contesto, ha poco o nulla da fare e che la mattina, alzandosi dal letto, guarda alle ore che lo aspettano come a una immensa pianura senza strade e senza segnaletica.

Qui soprattutto possono pesare differenze culturali: questo vuoto acquista un peso diverso per coloro che sono abituati alla lettura e per quelli che non lo sono; per i ragazzi che, sapendo padroneggiare i mezzi  telematici, potranno egualmente seguire le lezioni collegandosi on line, e per quelli sprovvisti di queste competenze.

Alla prova della solitudine

In questa nuova situazione le persone stanno reagendo nei modi più disparati, riconducibili però a due alternative fondamentali. C’è chi, nella solitudine, ha l’impressione di impazzire e chi, invece, scopre con stupore di poter vivere anche senza aggrapparsi agli altri.

Per i primi il silenzio risulta insopportabile, e reagiscono tuffandosi nei social, magari inviando ai loro conoscenti raffiche di foto, barzellette, clamorose notizie più o meno veritiere raccattate sulla rete (è il trionfo delle fake news).

I secondi possono viverlo come una liberazione dalle vuote chiacchiere della routine quotidiana e l’inattesa scoperta del proprio mondo interiore, in cui far risuonare il grande grido di dolore che in questi giorni si leva tutt’intorno .

Gli altri possono essere “inferno”…

Anche nella forzata coabitazione di gruppo scattano comportamenti di segno opposto. Ci sono famiglie per cui vivere insieme tutto il giorno è un dramma, o perlomeno un problema. Per alcune coppie il vivere in gran parte fuori casa, in ambienti diversi, ritrovandosi solo in alcune ore, consentiva il mantenimento di un discreto, anche se fragile, equilibrio. Costretti a stare tutto il giorno insieme, si può scoprire di avere ben poco da dirsi. E la noia è un pessimo indizio in una vita di coppia.

Per non dire che ci sono situazioni in cui il rapporto era già così logorato dalle reciproche incomprensioni da ricordare la triste considerazione di Jean-Paul Sartre: «L’inferno sono gli altri». Si può passare il tempo a litigare per ogni minima cosa, fingendo di confrontarsi, ma in realtà solo per dirsi “no” a vicenda.

Ci può essere di peggio. Proprio in questi giorni si è parlato sui quotidiani della condizione di donne esposte a violenze domestiche, che non sanno, in questa situazione, come sfuggire ad esse.

Qualcosa di analogo può accadere fra genitori e figli. I più giovani sono sottoposti, in queste circostanze, alla prova più dura. La loro voglia di vivere, di uscire, di frequentare amici, di vedersi con il proprio ragazzo o la propria ragazza, è pesantemente frustrata. Da qui la maggior suscettibilità, le tensioni, gli scatti d’ira da parte dei figli nei confronti dei genitori e l’esasperazione di questi ultimi nei confronti dei figli.

…oppure, se non “paradiso”, “purgatorio”

Ci sono però anche famiglie che stanno cercando di cogliere il positivo in questa forzata convivenza h24. Essa può essere l’occasione, per una coppia, di parlare finalmente con calma di se stessi, del proprio rapporto, dei propri problemi. Può sembrare strano, ma in un rapporto di coabitazione questo avviene molto di rado. La comunicazione, spesso, è soprattutto funzionale alla gestione della vita familiare e dei problemi pratici che essa comporta. Proprio perché ci si vede sempre, si crede di essere vicini. Ma quello che ognuno dei due vive nel suo intimo non sempre riesce a trovare il modo di esprimersi. E perfino la comunione fisica realizzata nel rapporto sessuale può diventare una copertura delle rispettive solitudini.

Stare in casa tutto il giorno crea le condizioni favorevoli a comunicare “davvero”. A guardarsi. A manifestarsi la gioia di volersi bene, scambiandosi quegli atti di attenzione che esplicitano un amore troppe volte dato per scontato… A fermarsi, per poter finalmente dirsi le parole non dette per la fretta di andare al lavoro o per la stanchezza dopo una giornata stressante in ufficio.

Non è detto che questo porti pace. Tra l’inferno dei reciproci insulti e i paradiso di una famiglia sul modello del “mulino bianco” c’è la più probabile via intermedia di una reciproca correzione, dolorosa ma salutare, che sarà per entrambi una specie di purificazione  – un purgatorio –, ma nella fiducia di volersi bene.

Oltre la portaerei

Anche con i figli il rapporto in questi giorni può essere più difficile, ma anche più costruttivo. La vera emergenza educativa, nella nostra società, è costituita dalla mancanza di tempo per dialogare. I genitori, specialmente se impegnati entrambi fuori casa per lavoro, ne hanno ben poco per fermarsi e ascoltare. Fanno, sì, domande ai loro figli – «com’è andata a scuola?», «ti sei divertito alla gita?»; «ma chi è quel ragazzo con cui ti ho visto più di una volta?» –, ma non sono quelle giuste. “Ascoltare” non significa voler sapere, in breve, quello che ci interessa, ma lasciare che l’altro dica, prendendosi il tempo di cui ha bisogno, quello che interessa a lui. Il genitore indaffarato e frettoloso non è in grado di aver questa pazienza.

Reciprocamente, i figli non sono spontaneamente inclini a parlare delle proprie cose. A volte per pudore, a volte per la sfiducia di poter essere capiti, a volte perché non vedono nei genitori persone capaci di ascoltarli davvero.

I riti della vita quotidiana favoriscono in modo decisivo questa incomunicabilità. Non ci sono più i momenti comuni di una volta, quando la sera si mangiava insieme e ci si raccontava a vicenda la giornata trascorsa. Già la televisione aveva interrotto questo scambio. Ma almeno si assisteva allo stesso programma. Oggi ormai spesso non si mangia nemmeno più insieme o lo si fa per fuggire via subito dopo. Molte famiglie danno così l’idea di una portaerei su cui continuamente atterrano degli aeroplani mentre altri ne decollano, senza incontrarsi.

Ora che i voli sono vietati – tutti a casa –, e si è obbligati a stare insieme, i genitori possono avere più tempo per ascoltare e i figli per parlare. Anche in questo caso non bisogna farsi illusioni: il percorso è difficile e può intrecciarsi con fasi che ricordano il clima di scontro di cui parlavamo prima. Ma è una opportunità che alcuni stanno riuscendo a sfruttare.

Non è un destino

Queste alternative non sono così nette come può sembrare dalla presentazione che ne abbiamo fatto. In realtà tra i due stremi c’è tutta una gamma di situazioni dove luci e ombre coesistono e si mescolano. Resta vero che la maledizione del coronavirus, se da un lato sta seminando sofferenze inaudite e morte, dall’altro ci pone di fronte a noi stessi e ci impone delle scelte. Non certo scelte asetticamente libere: abbiamo visto quanto sia grande il peso dei condizionamenti esterni in una situazione che è comunque patologica. Eppure, in una certa misura è anche dalla nostra consapevolezza e dai nostri sforzi – o, viceversa, dalla nostra resa passiva alla sfida del coronavirus –, che dipende ciò che saremo diventati, quando tutto questo sarà finito.

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