Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Laura Mollica - Maurizio Muraglia

Laura Mollica (1979) è architetto e docente di Storia dell’arte presso il Liceo Statale “De Cosmi” di Palermo. Ha svolto attività di disegnatrice responsabile dell’elaborazione di progetti presso società di ingegneria e consulente in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
Maurizio Muraglia (1962) insegna Lettere presso il Liceo Classico annesso all’Educandato “Maria Adelaide” di Palermo. In qualità di esperto di questioni educative e didattiche svolge attività di formatore per docenti ed è presente nelle riviste specializzate. È opinionista dell’edizione siciliana di “Repubblica” sui temi della scuola. Gestisce il blog su scuola, didattica e letteratura https://mauriziomuraglia.com/
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Questa rubrica vuole porre all’attenzione dei lettori di Tuttavia la capacità della poesia e delle arti figurative di rappresentare l’immaginario delle varie epoche storiche e delle stagioni culturali che si sono succedute nel nostro Occidente a partire dal Basso Medioevo, cioè da quando si è andata costruendo la civiltà delle città e del ceto medio che in esse si è andato affermando. Abbiamo definito pittura e poesia “linguaggi dell’anima” per la loro capacità di coinvolgere in modo integrale chi ne fruisce, ovvero in modo da mobilitare, oltre alla dimensione razionale del comprendere, anche gli aspetti affettivi, emotivi e volitivi dell’esistenza.

A tale scopo saranno sottoposti quindicinalmente dei testi poetici e iconici paralleli, reinterpretati quali “oggetti culturali” per la loro capacità di esemplificare l’immaginario di un’epoca. Alla poesia e alla pittura potrà affiancarsi anche la musica, quando gli autori riterranno di proporre qualche fonte musicale, coeva oppure a noi contemporanea, capace di evocare efficacemente lo spirito dell’epoca trattata. Il parallelismo potrà anche strizzare l’occhio agli insegnanti – quali sono i due autori – che volessero istituire nessi più stringenti tra i vari linguaggi, nella convinzione che i ragazzi amano le contaminazioni e soprattutto si lasciano coinvolgere volentieri nello spazio della creatività e dell’interpretazione.


L’Ottocento romantico: l’anima in un paesaggio  

Poesia e arti figurative testimoniano l’immaginario romantico intrecciando linguaggi riconducibili all’idillio, al pittoresco, al sublime. Nell’esperienza poetica di Leopardi e pittorica di Constable si tocca con mano l’intimo compenetrarsi di paesaggio e stato d’animo, per il quale differenti registri emozionali convivono nella realizzazione estetica di ciascuno dei due artisti.

Giacomo Leopardi: La quiete dopo la tempesta (1829)

Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe là da ponente, alla montagna;
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
risorge il romorio
torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
con l’opra in man, cantando,
fassi in su l’uscio; a prova
vien fuor la femminetta a còr dell’acqua
della novella piova;
e l’erbaiuol rinnova
di sentiero in sentiero
il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
per li poggi e le ville. Apre i balconi,
apre terrazzi e logge la famiglia:
e, dalla via corrente, odi lontano
tintinnio di sonagli; il carro stride
del passegger che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
l’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? o cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
piacer figlio d’affanno;
gioia vana, ch’è frutto
del passato timore, onde si scosse
e paventò la morte
chi la vita abborria;
onde in lungo tormento,
fredde, tacite, smorte,
sudàr le genti e palpitàr, vedendo
mossi alle nostre offese
folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
son questi i doni tuoi,
questi i diletti sono
che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
é diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
che per mostro e miracolo talvolta
nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
prole cara agli eterni! assai felice
se respirar ti lice
d’alcun dolor: beata
se te d’ogni dolor morte risana.

È uno dei Canti leopardiani attribuiti convenzionalmente alla sua visione totalmente negativa dell’esistenza. A 31 anni il poeta è approdato alla convinzione che il piacere della vita non esiste, e che all’uomo è preclusa ogni gioia che non provenga dalla cessazione momentanea del dolore. Insomma, Leopardi pessimista cosmico, come si recita ancora nelle scuole. Non da ora ho preso le distanze da questi costrutti.

E con questo sguardo rileggo La quiete leopardiana. Qui è rappresentata la vita che ricomincia dopo la paura. C’è stata una tempesta e adesso è finita. Si ricomincia a vivere. Il testo presenta tre strofe: nella prima viene descritta la gioia del ritorno alla normalità; nella seconda si considera come questa gioia, piuttosto che “originaria”, sia tale perché discende dalla paura provata; nella terza se ne conclude che la vita, qui chiamata “la natura”, gioca con noi umani perché ci illude di provare piacere negli intervalli tra un dolore e l’altro. Da qui lo stereotipo del Leopardi pessimista.

Tutta la lettura del testo infatti finirebbe per essere condizionata dal finale triste e sconfortante. Eppure si potrebbe provare a leggere il finale facendosi condizionare dalla prima strofa, che è quel che faccio qui.

C’è festa nell’aria, e il poeta attiva tutti i suoi sensi. Gli animali festeggiano a modo loro perché è rispuntato il sereno, e le parole dicono proprio di questa irruzione (“rompe”) del bel tempo, insieme con questa montagna che “si sgombra” e a quel meraviglioso fiume che “appare” nella valle come in un quadro. Ma è tutto il paesaggio che davvero “rallegra il cor” del poeta, e lo fa assistere al contagio della gioia: quel “risorgere” della normalità, del lavoro consueto, cui si ritorna “cantando” e “uscendo”. Tutti escono, l’artigiano, la ragazza che va sollecita (“a prova”) a raccoglier l’acqua, ma anche il fruttivendolo che ritrova gusto nel suo “grido giornaliero”. È il trionfare della quotidianità che magari prima non si apprezzava, con quel sole che addirittura “sorride” e fa aprire i balconi delle case e permette al “passegger”, cioè a chi deve muoversi, di rimettersi in movimento, e perfino il carretto che lo conduce sembra cantare, col suo “tintinnio di sonagli”.

È una musica festosa, in cui cantano anche i versi, con quell’alternanza a fisarmonica di settenari ed endecasillabi, conditi da rime irregolari, proprio ad individuare il senso di libertà e di gioia fuori dalle costrizioni che il poeta sente in se stesso. Cantare liberi la normalità: questo celebra la prima strofa, ma anche la seconda ne continua l’eco, perché, se è vero che al sentimento comincia a subentrare la riflessione, è pur vero che ancora si leggono espressioni o termini come “si rallegra ogni core”, “dolce”, “gradita”, riferiti alla vita, il “tanto amore” col quale ogni uomo si dedica alle proprie cose o intraprende nuove attività.

Il testo scivola nella riflessione mentre canta la bellezza del vivere, e la sua riflessione, questo ripiegarsi su se stesso, secondo l’etimo della parola, lo induce ad una forma di rabbia condita di sarcasmo, incapace di godere, in modo epicureo, dell’attimo, ma protesa a vedere la condizione umana come non destinata alla gioia. La natura si prende gioco degli umani illudendoli di una felicità che non esiste, perché esiste soltanto il dolore.

Ma chi può dire tutto questo? Può dirlo un non amante della vita? Può dirlo una persona incapace di attivare tutti i sensi ed assaporare ogni minima manifestazione della gioia universale, come si vede mirabilmente nella prima parte della poesia? Si può dissociare il cosiddetto pessimismo leopardiano da questo amore profondo per la vita, che è più sentito quanto più – e in questo la poesia ha pienamente ragione – la vita è minacciata?

Per questo La Quiete non mi appare come un de profundis dell’esistenza, ma un inno alla vita, che tanto più è ancora lecito sperare di potere prossimamente innalzare alla luce di quel che accade alla “prole umana” nell’ “affanno” di questo tempo che stiamo vivendo.

Dal web: Leopardi e la felicità

Orme di sublime nella pittura di John Constable

John Constable, La cattedrale di Salisbury vista dai prati, 1831, Londra, Tate Britain.

Quello del paesaggio come rappresentazione dello stato d’animo è un tema portante della pittura romantica. I pittori infatti interpretarono la condizione dell’uomo ed utilizzarono il paesaggio come metafora per indicarne il destino.

In questo caso un ponte tra poesia e pittura sta nel concetto di Sublime.

Edmund Burke spiega infatti che Sublime è “tutto ciò che può destare idea di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in certo senso terribile o che riguarda oggetti terribili o che agisce in modo analogo al terrore”.

Leopardi rinnova questo concetto settecentesco, descrivendoci un timore che non diventa mai terrore, e che giunge poi al sentimento positivo della gioia. Per Kant la sensazione del sublime comporta in sé un’apertura verso la disarmonia: essa è infatti causata da una incommensurabilità tra la mente di chi guarda e ciò che viene guardato. Sublime può dunque essere quindi un paesaggio dai toni tempestosi, l’idea di qualcosa di così grande da risultare impensabile o qualsiasi immagine che vada oltre le nostre facoltà di giudizio. Ma questa idea dell’imperscrutabile può generare la gioia del godimento estetico soltanto se l’osservatore è lontano dal pericolo, se si trova in uno stato diverso da quello del pericolo stesso.

La poetica di Leopardi è allora a mio parere ben rispecchiata dai dipinti di John Constable, celebre pittore di paesaggio inglese del Romanticismo, che viene convenzionalmente indicato come appartenente alla corrente pittorica del pittoresco (che contrappone all’idea di natura ostile una sua rappresentazione rassicurante, legata alla dimensione affettiva e al ricordo). Ma in realtà nella sua pittura le orme di sublime sono molto accentuate, dal momento che l’artista contrappone, alla descrizione di dettagli che ricompongono un idillio alterato dagli eventi atmosferici, l’idea dello scampato pericolo, che è occasione di gioia. Lo vediamo dall’arcobaleno e dai raggi di luce che penetrano dalla fitta coltre di nuvole, ancora scure in lontananza, e dal movimento degli alberi, che nei dipinti dell’ artista troviamo sempre mossi dal vento.

Jonh Constable dipingeva i luoghi che amava, ma prima di dipingere studiava a lungo gli elementi del paesaggio, la luce, l’ora del giorno e la struttura degli alberi che spesso saranno i veri protagonisti delle sue opere. In particolare le nubi ci conducono all’espressione simbolica del cielo che per il pittore è “l’organo principale del sentimento”, sebbene non rinunci comunque, contemporaneamente, ad un’osservazione empirica sistematica delle nuvole, prendendo nota della data, della direzione del vento e delle condizioni atmosferiche nelle quali aveva colto quell’istantanea verità della natura. Per queste ragioni John Constable è considerato un precursore dell’Impressionismo.

 

IN MUSICA: Sogna ragazzo sogna di Roberto Vecchioni  

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