Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Alfio Briguglia

Laureato in ingegneria e filosofia ha insegnato matematica e fisica nei licei scientifici. Attualmente è direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale dell’Educazione, Scuola e Università.
Alfio Briguglia

Due forme di reclusione

di Babak Farrokhi, da https://www.flickr.com/photos/farrokhi/8581420679

In questi giorni così diversi, inattesi, imprevedibili, disorientanti siamo tutti invitati a restare a casa. #iorestoacasa” ci viene ripetuto attraverso i media, come atto di amore e di responsabilità verso noi stessi e gli altri.

A noi, che godiamo di libertà di movimento, risulta difficile cambiare abitudini di vita, restringere i nostri spostamenti entro i pochi o molti metri quadri dei nostri appartamenti. “C’è ancora troppa gente per le strade” dicono gli operatori sanitari cinesi venuti in aiuto degli “amici italiani”. Chi può fugge in luoghi ritenuti più sicuri.

Opinionisti ed esperti variamente aggettivati ci suggeriscono come passare il tempo, cosa leggere, come intrattenere i bambini, come evitare di trasformare in conflitto una convivenza forzata in spazi limitati. Alcuni cantautori propongono in streaming concerti da casa propria. Molti predicatori si danno da fare sulle chat per aiutarci a dare senso spirituale ai momenti che viviamo. Ogni mattina alle sette su TV2000 papa Francesco da inizio alle nostre giornate con la celebrazione eucaristica. Si moltiplicano le proposte di flash mob dalle finestre dei nostri temporanei luoghi di reclusione.

Le rivolte; lo spazio che manca

In questi giorni hanno fatto sentire violentemente la loro voce i detenuti con rivolte nelle carceri dislocate dal nord al sud della penisola. Sono persone abitualmente ristrette entro spazi angusti per tempi prolungati, a seguito di un crimine commesso.

Cosa possa significare una permanenza in celle sovraffollate è incomprensibile per il cittadino che fino a qualche giorno fa poteva muoversi liberamente. Alcuni detenuti godono di un trattamento “dinamico”, hanno cioè libertà di movimento all’interno di un corridoio; altri sono letteralmente claustrati, se il crimine commesso richiede una particolare cautela (immaginate di dovere stare in due nella cucina di casa vostra per intere giornate).

E lì qualcuno prova la disperazione fino al suicidio. Ogni detenuto dovrebbe avere non meno di tre metri quadri a disposizione, ma le carceri sono sovraffollate.

Senza un giudizio definitivo

Alcuni dei detenuti che seguo da un po’ di tempo si dichiarano innocenti. Altri sono in attesa di giudizio. Alla fine dell’iter giudiziario qualcuno potrebbe anche essere prosciolto.

“1.305 su 6.590 detenuti nelle carceri siciliane sono in attesa del primo giudizio e altri 1.210 aspettano comunque una sentenza definitiva. Costituzione alla mano innocenti, fino a prova contraria: «In un caso su due — dice Pino Apprendi presidente dell’associazione Antigone — i processi si concludono con l’assoluzione.” (fonte Repubblica https://rep.repubblica.it/pwa/locali/2020/03/11/news/sicilia_seimila_in_celle_sovraffollate_ecco_la_polveriera_carceri-250912830/)

Le restrizioni nel carcere

Gli unici rapporti con l’esterno per la maggior parte dei detenuti (quelli che non godono di un regime di semilibertà) avviene attraverso il personale della sicurezza, gli educatori, i volontari e i parenti che vengono a trovarli.

In questi giorni tutte le attività formative nel carcere sono sospese e sono state sospese, per ovvi motivi di sicurezza, le visite dei congiunti. Questa restrizione ha provocata una rivolta e atti di violenza con conseguenze gravi.

“Un primo bilancio registra che sono andati distrutti 600 posti letto, danni alle strutture per almeno 35 milioni di euro, sottratti psicofarmaci per 150mila euro, 41 poliziotti feriti, altri tre morti per overdose – probabilmente da metadone, dopo i nove di ieri – tra i detenuti che hanno partecipato alla sommossa che da sabato sera, con un crescendo nel quale qualcuno sospetta una regia comune, ha ‘incendiato’ 27 penitenziari. Con interi reparti devastati, reclusi sui tetti, forze dell’ordine in stato d’assedio, ostaggi nelle mani dei rivoltosi. Diciannove evasi da Foggia, tra i quali un omicida, sono ancora in fuga. Il tempismo coordinato della rivolta, che fa puntare gli occhi sulla criminalità organizzata, ha sfruttato l’emergenza del Coronavirus che incombe sull’Italia e ha raggiunto un primo obiettivo.” (http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/03/08/coronavirus-proteste-nelle-carceri-un-morto-a-modena_986b5b77-bc83-4a04-bc95-12dc8bd899e6.html).

Quasi tutti i detenuti evasi sono stati ripresi o si sono costituiti. Restano i morti e le devastazioni.

Cosa ha scatenato la rivolta?

Tutte questo è esecrabile, il crimine non è mai giustificabile. Chi frequenta come volontario un carcere può, però, comprendere cosa possa scatenare la rivolta.

Di cosa vive un recluso? Cosa c’è nella mente di un detenuto? Il peso di azioni commesse che hanno distrutto famiglie proprie e altrui. La pena per i propri cari. L’impossibilità di aiutare figli o coniugi in difficoltà. L’attesa dell’uscita dal carcere, desiderata e temuta, perché lì fuori dopo anni di detenzione sarà tutto diverso. L’attesa delle visite periodiche con i congiunti per ritessere memoria, identità, relazioni …

Qualche politico ha solo condannata la violenza, con parole che possono essere interpretate come un “cosa vogliono?”, “se ne stiano in carcere a scontare la loro pena”, o a “marcire” come ha affermato un altro ben noto politico. Altri si sono posti il problema di alleggerire la detenzione, permettendo gli arresti domiciliari per lo meno a chi manca poco. Sarebbe una misura possibile e intelligente, una misura ovvia che alleggerirebbe la tensione. Ma la destra promette di mettersi di traverso. Staremo a vedere!

Se molti ragazzi e adulti sono fuggiti dal Nord Italia, invadendo zone non ancora contagiate (circa 30000 per la sola Sicilia), perché temevano di non potersi ricongiungere con i propri cari o perché temevano, a loro volta, il contagio, pensate cosa può provocare nella mente di chi si sente come un topo in trappola il combinato della paura del CoVD – 19 e dell’isolamento, specie se si diffonde (ad arte?) la notizia che il virus è già tra le mura del carcere. Una misura ovvia come il blocco delle visite da parte dei parenti diventa una miccia, che scatena l’incendio.

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