Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

Formazione politica e partecipazione

La situazione politica italiana spinge molti cittadini, intellettuali e osservatori a sostenere la necessità di un ritorno alla formazione politica attraverso degli appositi percorsi. Negli anni Novanta, la Chiesa cattolica italiana avviò su tutto il territorio nazionale delle scuole di formazione politica che oltre ad alimentare il dibattito sociale e culturale, hanno permesso a molti giovani di impegnarsi in modo consapevole per la ricerca del bene comune.

Di questo tema, discutiamo con Giorgio Massari. Docente presso l’università LUMSA sede di Palermo, Massari è presidente dell’associazione di cultura politica “Italia Prossima”.


 – Quali sono le peculiarità culturali, sociali e politiche della nostra epoca?

Viviamo un cambiamento d’epoca, simile alla grande trasformazione che la società e la politica nazionale ed internazionale registrarono tra fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta. Il 1989 segna la fine di un’epoca e cambia la geografia politica del mondo, costringendo l’Europa a ripensarsi al di fuori della cortina protettiva del nemico (comunista) alle porte.

In Italia, tutto ciò produsse il dissolvimento dei due grandi partiti che avevano costruito il nostro Paese nel dopoguerra, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista; un crollo prima di tutto ideologico e poi frutto di quel fenomeno che per sintesi definiamo “tangentopoli”. La consapevolezza che un mondo stesse finendo era in verità presente da tempo nello scenario politico e nella chiesa italiana che negli anni ’70 diede vita allo storico convegno ecclesiale “Evangelizzazione e promozione umana”. A Palermo, nel 1986, nacque la prima scuola di formazione politica intitolata a Pedro Arrupe e diretta da Padre Bartolomeo Sorge. In tante diocesi italiane nacquero scuole di formazione politica. Un momento di grande fermento che man mano scemò.

Il tempo che viviamo è un tempo di disorientamento. La narrazione turboliberista ed individualista che ha imperversato dalla fine degli anni ’80 alla crisi dell’economia mondiale del 2008, ha lasciato il campo agli impresari della paura. È questo il tempo in cui è necessario tornare a pensare politicamente, a ridare dignità alla politica, a rilegittimare l’impegno politico come strumento principale per costruire comunità più libere e coese.

– Fra qualche settimana, l’associazione “Italia Prossima” avvierà a Ragusa una scuola di formazione politica. Perché è importante formarsi all’impegno politico?

Esiste nelle nostre comunità un’ insoddisfazione per la vita che conduciamo. C’è un desiderio di cambiare tutto. Ma non sappiamo in fondo cosa cambiare né come cambiare. Formarsi, studiare, significa sostanzialmente questo: conoscere per cambiare, dotarsi di strumenti culturali ed interpretativi della realtà per cambiarla. Formarsi all’impegno politico significa rendersi conto che la politica ha a che fare con la qualità della nostra vita; la politica con la P maiuscola, cioè il sistema dei valori e delle idee che tengono insieme una comunità e la politica con la p minuscola, cioè il funzionamento delle istituzioni.  

Formarsi significa avere conoscenza della storia delle idee che hanno costruito una nazione e dei meccanismi che permettono ad una società di governarsi. Formarsi all’impegno politico è un percorso per essere cittadini liberi. La libertà oltre che partecipazione come ci suggeriva Gaber, è prima di tutto interpretazione. Avere gli strumenti culturali per interpretare il tempo presente, per leggere le dinamiche economiche, istituzionali, organizzative e di potere che caratterizzano le nostre comunità e le relazioni tra persone e attori pubblici; significa in fondo vivere in pienezza la propria libertà di uomini.

L’impegno formativo sarà in sé valido se riusciremo ad immettere nella nostra città un pensiero critico capace di giudicare le politiche e i politici secondo il valore guida del bene comune.

Formare alla politica a livello locale ha anche una valenza in più. Siamo convinti che la conoscenza del mondo, la possibilità di interpretare il tempo presente, è possibile oggi solo partendo dalla conoscenza della città. Il mondo può essere letto solo con gli occhi delle città che si impongono come il luogo più adatto per interpretare e descrivere con realismo le dinamiche sociali, culturali, economiche, politiche e religiose del post-moderno. Il locale sarà il nuovo spazio dell’universale. Come aveva previsto Mumford stiamo passando nella nostra storia comune da una città che era il mondo ad un mondo che è una città.

– La vostra proposta associativa intende sottolineare il valore della prossimità in politica. Quali sono le motivazioni di questa scelta?

Siamo convinti che la parola che interpreta e orienta la politica futura debba essere, Prossimità.

È la parola-valore che ci permette di legare l’uomo all’altro, alla comunità, al territorio, al mondo; è la soppressione della distanza tra le persone; è farsi carico dell’altro, ma implica anche un differire, un lasciare spazio, che permette alle differenze di non essere soffocate. Prossimità è disponibilità verso l’altro, è ben-volere l’altro nella sua autonomia, libertà, alterità. Prossimità è attivare relazioni di fraternità, di comunità, di amicizia, di socialità veramente innovative e generative.

Prossimità come ci suggeriva Edith Stein è empatia, cioè allargare l’esperienza individuale e renderla capace di accogliere il dolore, la gioia altrui, mantenendo la distinzione e la diversità con l’altro.

La politica prossima consiste nello scrivere un racconto comune ed assume un significato pienamente democratico soltanto se si lega ad una strategia di costruzione di una città giusta. Come ci suggerisce Rosanvallon, la politica prossima è la politica del superamento della distinzione classica della democrazia partecipativa e deliberativa, per una politica interattiva o della rappresentanza permanente basata su un lavoro continuo di generalizzazione del sociale.

Il lavoro da fare è quello di generare istituzioni che rendano possibile l’interazione tra società e potere, ma il punto d’origine è renderci conto che la città per l’uomo oggi passa prima di tutto nel pensare un uomo per la città. Mi sembra un bel piano di lavoro.

– Da anni impegnato nel ragusano e in Sicilia, tanto nella politica diretta quanto nella formazione, qual è la tua riflessione sulla politica al tempo dei populismi?

I populismi tendono ad annullare la politica come pensiero per ridurla a pura “polemos”, a scontro tra un noi ed un loro. È il ritorno alla categoria di Karl Schmitt, amico-nemico; la politica dei populismi è quella della sfiducia mista a disprezzo per l’altro; è una politica che si connota come tribalismo e chiusura localistica e sovranista.

La politica al tempo dei populismi è una politica senza anima e senza corpo. È la politica del leader, del suo corpo e della sua faccia, rilanciata e moltiplicata dal web attraverso macchine bestiali. La politica al tempo dei populismi è quella che non risponde alle paure e alle ansie del popolo, ma al contrario le alimenta ed amplifica.

La politica dei populismi è quella della disintermediazione. Le comunità, i corpi intermedi, l’associazionismo, i sindacati, la chiesa sono ostacoli alla comunicazione immediata tra leader e popolo. La mediazione tra interessi squalificata come inciampo per decisioni rapide ed efficaci.

La politica dei populismi è quella che riduce la rappresentanza e considera le aule dei consigli comunali, regionali, i parlamenti come luoghi sostanzialmente ridondanti in cui la discussione è mera retorica ed azione scenica.

La politica dei populismi è quella che considera il principio della maggioranza numerica come il principio assoluto nelle decisioni, non considerando, come ci insegna Panikkar, che il principio sostanziale delle democrazie è quello dell’unanimità, cioè della discussione che porta a decisioni condivise e che permette di cambiare le posizioni di partenza.

La politica che pensiamo ed auspichiamo non può essere antagonistica, ma semplicemente agonistica, capace di delineare progetti alternativi e capace di sostenerli dialetticamente. Siamo convinti con Chantal Moffe che il popolo non è un soggetto omogeneo in cui tutte le differenze sono ridotte all’unità, ma è una costruzione politica e discorsiva. La politica che vogliamo far crescere è quella che racconta un nuovo popolo articolando le domande di sicurezza, di lavoro, di futuro, di uguaglianza e libertà in un linguaggio democratico per una società aperta, non diseguale, multietnica, conviviale. Ricordiamo comunque quello che scrive papa Francesco al numero 232 dell’Evangelii Gaudium: «Vi sono politici che si domandano perché il popolo non li comprende, non li segue se le loro proposte sono così logiche e chiare. Probabilmente perché si sono collocati nel regno delle pure idee e hanno ridotto la politica o la fede a pura retorica».

 – Come il ricco patrimonio del cattolicesimo sociale e democratico italiano, può tornare utile per riformare la politica oggi?

Ritornando a dire Dio, a dire la fede nel tempo presente, con il linguaggio comprensibile all’uomo post-moderno. Il sinodo del 1987 intitolato Vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo affermava che l’impegno dell’azione sociopolitica dei fedeli, si radica nella fede, perché questa illumina la totalità della persona e della sua vita; perciò la coerenza tra fede e vita deve accompagnare l’impegno dei fedeli laici nella sfera pubblica. Bisogna tornare alla radice, cioè alla fede. La scommessa cattolica, per richiamare la riflessione di Magatti e Giaccardi, è quella di permettere alla fede di dire qualcosa di inaudito a questo tempo. Il resto seguirà.

I personaggi più significativi dell’impegno sociale e politico in Italia, da Sturzo A De Gasperi, da Dossetti, a La Pira a Lazzati, a Moro, sono stati uomini che hanno trovato nella interpretazione dinamica ed attualizzata della loro fede, le risposte che le comunità cercavano. Il fedele laico è chiamato ad essere l’uomo della sintesi tra fede e storia e, tra fede e cultura, tra fede e politica. Ma per fare sintesi è necessario essere incarnati nella storia, nella cultura, nella politica, ma soprattutto uomini di fede. Gli insegnamenti sociali della chiesa, i testimoni che abbiamo citato non sono ricette da applicare nella cucina politica, sono piuttosto metodi e strumenti per la coltivazione dell’uomo. I vescovi italiani nell’importante documento del 1981 intitolato La chiesa italiana e le prospettive del Paese, sottolineavano proprio questo concetto: «Non si tratta di serrare le fila per fare fronte al mondo. La prima cosa da fare è che la comunità cristiana torni a essere una vera scuola di fede sia alimentando la spiritualità dei fedeli con l’assiduità nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere, sia illuminando con il vangelo i problemi che la società ci pone, memori che se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza».

– In molte occasioni Papa Francesco ha invitato, specialmente i giovani, a non restare “sul balcone della vita” ma a scendere in piazza per azioni volte alla ricerca del bene comune. Cosa pensi del magistero del vescovo di Roma? Si tratta di stimoli idonei per ravvivare politicamente il cattolicesimo italiano?

Con papa Francesco credo si sia realizzata una svolta nella relazione tra chiesa e mondo. Tornare al vangelo, alla scelta evangelica, ha fatto sbocciare una nuova primavera che ha cambiato il clima dentro la chiesa e intorno ad essa restituendoci l’immagine di una chiesa libera, povera e serva che cammina in spirito sinodale.

Nel discorso di Firenze il papa ha specificato che tornare al vangelo significa essere una chiesa libera da ogni ossessione di potere anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della chiesa. La chiesa ed il mondo non hanno bisogno di laici devoti, ma di laici maturi.

La forza del magistero di papa Francesco è quella di rivolgersi non ai cristiani, non ai credenti, ma ad ogni uomo di buona volontà. Credo che alcuni punti della Evangelii Gaudium l’intera enciclica Laudato si’, rappresentino un manifesto politico, culturale e valoriale per ogni uomo che voglia dire e fare cose nuove in politica.  

“Il tempo è superiore allo spazio” rappresenta il principio politico della necessità di lavorare a lunga scadenza senza l’ossessione dei risultati immediati o delle prossime elezioni; attraverso esso si supera il limite dell’azione politica che privilegia gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi.  

“L’unità prevale sul conflitto” ci pone nella dimensione politica in cui il conflitto è fisiologicamente presente, esso non può essere ignorato o dissimulato, ma non può fare perdere il senso dell’unità profonda della realtà e la necessità di sviluppare comunione anche nelle diversità.

L’enciclica Laudato si’, poi, ci offre il principio dell’ecologia integrale, come linea guida delle decisioni politiche; l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani.

C’è una ricchezza immensa nel magistero di Francesco che come tanta altra ricchezza degli insegnamenti sociali della chiesa rischia di essere seppellita sotto coltri di polvere. Ancora una volta si impone il tema della formazione politica, continua, affidabile, capillare.

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