Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

L’esortazione apostolica postsinodale Querida Amazonia di Francesco, ha concluso i lavori del sinodo e, contemporaneamente, ha avviato l’impegno delle chiese locali alla luce dei pronunciamenti sinodali.

Dei temi principali di Querida Amazonia, discutiamo con Andrea Grillo. Docente di Teologia dei sacramenti e Filosofia della Religione presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma e di Liturgia all’Abbazia di Santa Giustina di Padova, Grillo ha insegnato come professore invitato presso la Facoltà Teologica di Lugano e la Pontificia Università Gregoriana.


– I quattro sogni proposti da Papa Francesco in Querida Amazonia pare abbiano deluso alcuni che si aspettavano novità in merito ad una nuova regolamentazione in vista dell’accesso al sacramento dell’ordine. Tuttavia, il documento sviluppa con grande attenzione alcune linee sulle urgenze sociali, culturali ed ecclesiali della regione amazzonica. È possibile che molti studiosi, osservatori e credenti abbiano frainteso, con occhi occidentali, le intenzioni del sinodo?

È ben possibile che un tale fraintendimento abbia potuto esserci. E questi osservatori, un poco strabici, sono anche in parte giustificati dal fatto che, almeno formalmente, noi non sappiamo essere cattolici se non in modo “universale e astratto”. Ci pare che un Sinodo, anche quando è dichiaratamente “speciale” come quello appena celebrato, sia sempre un atto che modifica la disciplina comune, o addirittura la dottrina generale. Non riusciamo ad uscire da un modello univoco, uniforme e, in fondo, monotono di Chiesa. Papa Francesco, fin da “Evangelii Gaudium” aveva parlato, con grande forza, della esigenza di una differenziazione della disciplina, e persino della dottrina, in relazione alle diverse esigenze che animano i diversi continenti.  

Qui ci troviamo di fronte ad un “continente nel continente”: la Amazzonia è proprio questo. E come tale esige, da tempo, un profondo rispetto nell’approccio pastorale. Il sogno sociale, culturale ed ecologico rispondono precisamente a questo imperativo. Ora Roma sta mettendo a punto una strategia per poter “differenziare” l’annuncio del vangelo, lasciandosi plasmare dalla cultura, dalla società, dalla storia e dalla geografia della Amazzonia. Non si deve dimenticare che l’ Amazzonia porta, persino nel nome, la traccia indelebile di una mitologia greca in un cui le “donne guerriere” sorprendono i conquistatori. Saper integrare questa cultura “differenziata” è il vero scopo “speciale” del Sinodo. Di fronte ad una cultura segnata così anticamente da “donne guerriere e autorevoli” è sorprendente che la risposta possa essere misurata sulla ammissione alla ordinazione di “viri probati”. Piuttosto dovrebbe riguardare anzitutto delle “mulieres probatae”…

– In vari passaggi, nel richiamare la lezione del Concilio Vaticano II, il documento propone di inculturare, presso i popoli indigeni, la liturgia. Verso quali esisti potrebbe condurre tale prospettiva?

Su questo punto il testo, nel suo IV capitolo, pare piuttosto chiaro nell’indicare in un “rito amazzonico” lo sbocco di tale elaborazione. Qualcuno ha parlato anche della istituzione di una “chiesa cattolica di rito amazzonico”. Credo che si debbano però precisare alcune cose, per non cadere anche in questo caso nello stesso vizio di “astrattezza” che è tipico della tradizione romana più recente. Dire “rito amazzonico” è facile, ma se teniamo conto che in Amazzonia vi sono almeno 100 gruppi etnici, con tradizioni, culture, ritualità diverse, è ovvio che un “rito amazzonico” rischia di essere una “astrazione romana”, che resterebbe lontana dalla cultura e che su di essa si imporrebbe in modo del tutto estrinseco.

Si deve infatti sempre tener conto che la liturgia non è un “elemento esteriore”, che possa essere calato in una cultura da fuori. Quando si procede così, si generano equivoci, distorsioni e soprattutto “duplicazioni”. Riti paralleli si affermano, con una formale obbedienza a riti vuoti, e con la massima esperienza riservata a riti paralleli e talora clandestini. Per evitare queste derive occorre assumere la cultura rituale di un popolo come linguaggio primario della liturgia cristiana. Non senza adattamenti, ma senza forzature. Non tutto ciò che è originariamente indigeno è da considerarsi “pagano”.

– Al numero 94 di Querida Amazonia, papa Francesco afferma che urge sviluppare una cultura ecclesiale propriamente laicale. A suo parere, e in termini concreti, quale significato potrà assumere questa affermazione?

Come è evidente, Querida Amazonia sviluppa con coraggio una grande rilettura del “sacerdozio battesimale” dei fedeli, per il quale, tuttavia utilizza soltanto la terminologia del “laico”. La scelta è forse dovuta alla esigenza di parlare direttamente ai popoli di Amazzonia. Ma è certo che questo linguaggio è tipicamente europeo e romano, ha dei limiti strutturali, che rendono piuttosto arduo uscire poi da una lettura del sacerdozio e del sacramento segnata da un certo clericalismo e da una considerazione molto parziale del ruolo ministeriale della donna. Per certi versi queste sono conseguenze necessarie della parola “laico”.

Credo che, per intendere la vera intenzione di apertura del n. 94, si dovrebbe provare a riformularlo in termini di “sacerdozio comune”. Questo porterebbe il testo a sviluppare il tema del sacerdozio e del sacramento in modo meno rigido e a configurare, in modo significativo, la necessaria ministerialità ecclesiale da affidare a donne che ne sentano la vocazione. Anche qui bisogna fare attenzione a non imporre le priorità europee o romane alle dinamiche sociali e culturali del Rio delle Amazzoni.

– All’interno del sogno ecclesiale, Francesco chiede alle comunità amazzoniche di formare gli operatori pastorali alla dottrina sociale della Chiesa. Perché, secondo lei, in ogni occasione il papa rimarca la fondamentale importanza della dimensione sociale del Kerygma?

La dimensione sociale del Kerygma non è soltanto una “componente” che Laudato sì ha scoperto così rilevante per tutte le chiese, ma lo è ancor più nelle dinamiche ecologiche, geografiche e storiche della Amazzonia. Anche in questo caso, bisogna ricordare che siamo di fronte ad una regione singolarissima per territorio, per tradizioni, per strutture sociali e per isolamento. Nella vita di uomini e donne così collocati, la minima alterazione dell’ambiente diventa perdita dei beni di sostentamento, abbandono della casa, bisogno di migrare, non riconoscimento della dignità.

La difesa dei diritti e delle culture della Amazzonia diventa via privilegiata del Vangelo e riscoperta della destinazione comune dei beni della terra, che la Amazzonia dischiude con una generosità e con una imponenza ineguagliabile. La costruzione di comunità cristiane passa, qui inevitabilmente, attraverso la giustizia sociale e la responsabilità verso l’ecosistema, tra loro strettamente connesse.

– Quali insegnamenti possono trarre le chiese occidentali dal lavoro sinodale e dalle tesi conclusive del sinodo amazzonico?

In primo luogo un atto di umiltà è necessario. Se al centro del sinodo vi era la “regione panamazzonica”, l’ ermeneutica ultima di questo documento deve essere lasciata a loro. Lo ha detto con molta nettezza anche papa Francesco: ci sono uomini e donne che con la loro vita, la loro passione e la loro esperienza, conoscono la Amazzonia molto meglio del papa e della curia romana. Le chiese occidentali non devono commettere l’errore di “impadronirsi di un Sinodo” che non aveva al centro il “loro” destino, ma quello della Amazzonia. Le Chiese di occidente – Curia romana compresa – debbono accettare di essere state, rispetto al Sinodo sull’ Amazzonia, la periferia, riconoscendo che il centro era e resta collocato sulle rive del grande fiume, che non si chiama Tevere, Senna, Danubio o Reno.

In secondo luogo, le chiese occidentali non devono illudersi di “mettere una toppa”, al solito modo, senza affrontare il problema vero e serio: ossia quello di un “cambiamento d’epoca” che esige, anche dalla Chiesa, un nuovo paradigma di magistero, in cui particolare e universale, locale e centrale, assolutamente normativo e relativamente normativo possono essere articolati con nuova libertà. Alle Chiese di Amazzonia si dovrà dare la autorità di assumere “in loco” determinazioni diverse da Roma. Questo sarà una “autolimitazione” del magistero centrale, che ha come obiettivo non la dissoluzione della unità, ma una nuova declinazione della comunione nel Signore e del servizio al vangelo. In fondo si tratterà di un riconoscimento di autorità amazzonica, mediante cui Roma eserciti la sua antica autorità di riconoscimento.

Nulla di rivoluzionario, se non il riemergere di un’ antica verità dimenticata. Ma talvolta le verità riemergono solo nella forma di un sogno. Come ha detto E. Canetti: “tutte le cose che abbiamo dimenticato, chiedono aiuto nei nostri sogni.” 

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