Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

La stagione teatrale 2020 del Teatro Massimo di Palermo viene inaugurata con l’imponente opera del Parsifal di Richard Wagner, della durata di quasi 5 ore, pause comprese, ultimo suo dramma musicale andato in scena il 26 luglio 1882 e completato proprio a Palermo, nelle stanze del Grand Hotel Des Palmes. Palermo non fu soltanto una casa di riposo per l’anziano compositore tedesco: le cronache del tempo narrano di un Wagner ammirato davanti ai monumenti cittadini, forse anche affascinato dal sincretismo religioso che anch’egli stava sperimentando nella mistica del Parsifal.  

La custodia del mistero

L’Opera inizia narrando del vecchio Titurel che, in cima ad una montagna aveva fondato un eremo inaccessibile di pace. I puri di cuore vi trascorrono una vita ritirata e casta, attingendo forza dalle sacre reliquie che Titurel custodisce nel monastero: il Graal (simbolo centrale dell’Opera) – ossia il calice con cui Cristo bevve nell’ Ultima Cena e che, secondo altre varianti, ha raccolto il suo sangue sgorgato dal suo costato dopo la crocifissione – e la lancia sacra che lo ferì.

Con questi tesori, i cavalieri difendono il bene nel mondo e accolgono coloro che si dimostrano capaci di comprendere la virtù. Il dramma narra anche dell’ambiguità della risposta umana di fede, il servirsi di simboli sacri per altri fini che non siano riconducibile alla relazione con Dio. Klingsor incarna tale ambiguità: avrebbe voluto arruolarsi tra i cavalieri casti e puri, ma non riuscendo a reprimere dentro di sé il richiamo del desiderio, conserva la castità mutilandosi, ed ecco che ciò determina la sua condanna. Klingsor trasforma le pendici del monte in un giardino pieno di delizie, dove donne di grande bellezza attirano i cavalieri del Graal soggiogandoli al loro potere.

Anche il figlio di Titurel, Amfortas, è caduto miseramente nella trappola, abbandonandosi tra le braccia della più insidiosa tra le donne del giardino, Kundry, la cui doppia identità è misteriosamente sospesa tra il bene e il male. Klingsor ha ferito Amfortas con la Lancia Sacra, ripromettendosi di conquistare il Graal. Tornato al monastero, Amfortas è torturato dalla piaga insanabile e i cavalieri sono condannati a soffrire con lui. Tutti attendono il redentore che dovrebbe arrivare per salvarli: il puro folle (sciocco per l’infelice traduzione letterale italiana), l’insipiente di Dio, che sarà appunto Parsifal, da cui l’Opera prende il nome.

L’interpretazione palermitana

A dirigere il maestro Omer Meir Wellber, nuovo direttore musicale del Teatro Massimo, che da buon ebreo ha per Wagner un’attrazione venata di repulsione, e viceversa. Da notare l’influsso di quest’Opera sull’assurda e delirante concezione di razza ariana di Adolf Hitler. Il misticismo dell’Opera di Wagner, diventa, nella scenografia di Palermo soprattutto compassione, e la redenzione accettazione della nostra fallibilità. Un Wagner umano, forse troppo umano per i cultori del mistero.

Tutto questo, nella direzione di Wellber, si percepiva benissimo. Amfortas viene rappresentato come l’Ecce Homo con un panno attorno alla vite e con il mantello rosso e la corona dello scherno, si mostra simbolicamente come una vecchia religione che mostra tutti i suoi limiti, travolta dalle tentazioni e dai compromessi. Quella nuova, sincretistica e compassionevole, è impersonata da Parsifal, che infatti chiude l’opera con la predica ai fanciulli: lasciate che i bambini vengano a me.

Il mistero della morte del Venerdì santo, è stato facilmente e forse troppo romanticamente trattato da effetto frase “baci perugina” con un rimando alla speranza del cielo da pubblicità «Benetton» – secondo alcuni commentatori – e con dei bambini che compongono cieli azzurri con dadi colorati. Quanto al Graal, è una banale tazza da campo dove Amfortas raccoglie il sangue che gli esce dalla ferita sacrilega dandolo poi da bere ai suoi cavalieri.

Il potere del simbolo religioso

Secondo alcuni il «Parsifal» messo in scena a Palermo è laico, teatrale, per nulla mistico e segna la desacralizzazione della religione: dalla scelta di fare delle quinte del teatro, spoglie e ordinariamente confusionarie, l’unica scenografia, al Graal simbolizzato da una tazza da campo di guerra e che alla fine scompare, quasi liberando dalla sua soggezione misterica chi ne era attratto, per arrivare ai cavalieri, vestiti con abiti da soldato e armati di mitra, che per difendere un simbolo, non esitano a utilizzare armi.

L’assenza dell’altare, previsto dal libretto originale e la mancanza di tutti i simboli religiosi utilizzati dalle rappresentazioni palermitane del 1914 e del 1955, rendono l’Opera di Wagner un grande segno letterario che smaschera l’errore di fondo che ha albergato – e forse ancora alberga –, nel cuore di tanti: ridurre la fede a sola religione e «utilizzare» i simboli religiosi come «feticcio».

Il Graal, nelle varie narrazioni romanzate è stato sempre concepito come simbolo di potere e più volte è stato rievocato per giustificare supremazia, dai racconti annessi al ciclo arturiano al sangue reale dei primi re dei Franchi, i Merovingi, considerati discendenti diretti del sangue reale di Cristo, sposato con Maria Maddalena.

In questa lunga storia, che potrebbe molto facilmente trovare altri rimandi bizzarri, ciò che accomuna il passato con le analisi del 2020 è l’inganno del simbolo religioso. Il simbolo (da sun-ballo: mettere insieme due realtà), senza il rimando primigenio ad una relazione personale di fede e fiducia, si trasforma in feticcio e perde il suo significato, dando vita anche a sistemi fondamentalisti. È il sangue contenuto nel Graal, ossia la vita, la vera via d’uscita del circolo vizioso del simbolo religioso del Parsifal di Wagner, che potrebbe portare o all’esoterismo di una pratica iniziatica dove entrano solo eletti e puri o – e questo sarebbe pure un grave errore – l’eliminazione del simbolo stesso, con un conseguente e pesante appiattimento relazionale che respiri il rimando all’eterno solo a livello emozionale.

La messa è finita, scriveva il quotidiano La Stampa alcuni giorni fa, in riferimento al Parsifal laico di Wagner, ma forse la vera Messa non è mai iniziata in Parsifal, ove si respira solo il fascino della seduzione vuota di un simbolo che nella realtà cristiana resta, tutt’oggi, sempre e sola presenza reale.

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