Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Il passo del Vangelo: Mt 5, 38-48

38Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente.39Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, 40e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
43Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. 44Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Un linguaggio paradossale

Il brano che leggiamo questa domenica conclude il quinto capitolo del Vangelo di Matteo, che, sin dai primi versetti – le beatitudini – mostra un linguaggio paradossale molto forte. La struttura in cui è inserito è quella del compimento della legge antica, secondo lo schema “avete inteso che fu detto…ma io vi dico”. L’insegnamento di oggi, ben lontano dal dare semplici regole di comportamento, è relativo ai rapporti interpersonali, in particolare a quelli ostili o violenti.

L’insufficienza della Legge

Il richiamo della Torah (Es 21,26, Lv 24,20), in riferimento alla cosiddetta legge del taglione, è per Gesù il punto di partenza per proporre un’altra via, la Sua via, in risposta alla violenza (schiaffo), al furto (toglierti la tunica) e all’angheria (costrizione). È una via che supera il buonsenso del diritto, volto a contenere lo sconfinamento della violenza e i meccanismi della faida. Questo infatti non basta ancora: se con sincerità guardiamo alla nostra indole, facilmente ci riconosciamo capaci di piegare le regole a nostro favore e di travalicare i limiti a causa della nostra passione. Il risarcimento equo del male subito, si rivela, quindi, come un inganno.

Un “di più”

Gesù ci mostra un atteggiamento che si dona, quello che Lui vivrà fino alla Croce. Non si tratta di subire passivamente, bensì rivela qualcosa di più profondo. Sono gesti apparentemente incomprensibili e colmi libertà, contrapposti al meccanismo azione/reazione. Rappresentano una strada che confonde il malvagio e che può disarmarlo. Questo “di più” dell’amore non è qualcosa di cui siamo spontaneamente capaci, né può risultare come frutto dello sforzo personale. Da cosa deriva, quindi?

Libertà e creatività

Segue il richiamo al principio di reciprocità degli affetti, che è, però, anche quello della ritorsione (amare l’amico e odiare il nemico): esso viene superato in nome di qualcosa, che costituirà poi la “differenza cristiana” rispetto ai pubblicani e ai pagani. Nell’amare il nemico traspaiono una libertà e una forza creativa inaudite: amare se si è amati vincola l’amore, né l’odio è giustificato dall’odio altrui. Questo amore, che si esprime come giustizia sovrabbondante, scioglie l’incantesimo malsano che incatena i rapporti umani, fa uscire dalla ripetizione, porta la vera novità nella vita.

Essere figli

Tutti speriamo in un amore così: che resta anche quando sbagliamo, che non ci porta il conto di tutti i nostri errori. E tutti ci riconosciamo incapaci di questo amore. Da dove scaturisce? Perché perseguirlo, rischiando persecuzione e perdita? La risposta è contenuta nel versetto 45: “perché siete figli del Padre vostro celeste”.

Non c’è una richiesta di perfezione morale, ma di compiutezza della vita umana, che si realizza nella figliolanza divina, nella somiglinza con Lui (Lv 19,2). Contemplare la santità e la perfezione di Dio, sperimentare personalmente la Sua pazienza, il Suo perdono, la totalità con cui si è donato per la nostra personale salvezza, è l’unica opportunità che abbiamo perché da noi scaturisca un amore, “di risposta” al Suo e simile al Suo.

Il paradosso di questo Vangelo è possibile soltanto se c’è stato un incontro con Gesù e una rinnovata idea di Dio come Padre, che ha cambiato il percorso della vita. Metterci “dalla parte” del malvagio e del persecutore, nella lettura di questo Vangelo, può essere una prospettiva che rivoluziona il nostro punto di vista e può avvicinarci a questa nuova giustizia. Leggerlo dalla prospettiva di chi, anche senza spargimento di sangue, ferisce quotidianamente il cuore degli altri e di Cristo, cambia i nostri occhi, anche rispetto ai torti subiti.

L’invito a pregare per chi ci perseguita è immagine di questa comunanza e vicinanza all’uomo, ancor prima del suo status di “nemico”, ma come un fratello.

Novità di vita

L’incontro con Dio cambia la vita, fa avvenire qualcosa di straordinario, che i pagani e i pubblicani non conoscono, che rende possibile, anche se in un continuo apprendistato, uscire dalla reciprocità dei rapporti e dall’esclusività chiusa dei legami di sangue, rendendo libera e “nuova” la vita.

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