Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Il senso del matrimonio nella prospettiva cristiana

 Nel 1981 Giovanni Paolo II scriveva nella Familiaris Consortio, esortazione post-sinodale: “La famiglia, nei tempi odierni è stata, come e forse più di altre istituzioni, investita dalle ampie, profonde e rapide trasformazioni della società e della cultura. Molte famiglie vivono questa situazione nella fedeltà a quei valori che costituiscono il fondamento dell’istituto familiare. Altre sono divenute incerte e smarrite di fronte ai loro compiti o, addirittura, dubbiose e quasi ignare del significato ultimo e della verità della vita coniugale e familiare. Altre, infine, sono impedite da svariate situazioni di ingiustizia nella realizzazione dei loro fondamentali diritti.”

È di tutta evidenza che la famiglia, oggi come 40 anni fa, continua ad essere messa da più parti in discussione proprio come istituzione, per tale ragione continua a rendersi attuale, principalmente da parte di noi cristiani, l’esigenza di riscoprire i principi ed i valori di cui la famiglia è custode.

All’origine della famiglia cristiana è la naturale vocazione all’amore

La famiglia cristiana ha la sua origine da un disegno d’amore di Dio: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18), e da Dio riceve la missione di essere la cellula prima e vitale della società. Fin dalla Genesi (1,26-28 e 2, 7-24) Dio palesa che la coppia è la prima forma di comunione di persone.

Leggiamo nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa (CDS) al par. 209: “Eva è creata simile ad Adamo, come colei che, nella sua alterità, lo completa” (cfr. Gen2,18) per formare con lui “una sola carne” (Gen 2.24; cfr. Mt 19,5-6). “Al tempo stesso, entrambi sono impegnati nel compito procreativo, che li rende collaboratori del Creatore: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (Gen 1, 28). La famiglia si delinea, nel disegno del Creatore, come “il luogo primario della umanizzazione della persona e della società” e “culla della vita e dell’amore”. 

Sempre dal Compendio trascriviamo in parte alcuni paragrafi che, sottolineando le caratteristiche proprie del matrimonio, ci rammentano il significato ultimo e la verità della vita coniugale e familiare. 

La famiglia ha il suo fondamento nella libera volontà dei coniugi di unirsi in matrimonio, nel rispetto dei significati e dei valori propri di questo istituto, che non dipende dall’uomo, ma da Dio stesso: «questo vincolo sacro in vista del bene sia dei coniugi e della prole che della società non dipende dall’arbitrio umano. Infatti è Dio stesso l’autore del matrimonio, dotato di molteplici valori e fini». L’istituto del matrimonio – «intima comunione coniugale di vita e d’amore, fondata dal Creatore e dotata di leggi proprie» – non è dunque una creazione dovuta a convenzioni umane e ad imposizioni legislative, ma deve la sua stabilità all’ordinamento divino. È un istituto che nasce, anche per la società, «dall’atto umano col quale i coniugi vicendevolmente si danno e si ricevono» e si fonda sulla stessa natura dell’amore coniugale che, in quanto dono totale ed esclusivo, da persona a persona, comporta un impegno definitivo espresso con il consenso reciproco, irrevocabile e pubblico. (…)“Nessun potere può abolire il diritto naturale al matrimonio né modificarne i caratteri e la finalità. Il matrimonio, infatti, è dotato di caratteristiche proprie, originarie e permanenti. Nonostante i numerosi mutamenti verificatisi nel corso dei secoli nelle varie culture, strutture sociali e attitudini spirituali, in tutte le culture esiste un certo senso della dignità dell’unione matrimoniale, sebbene non traspaia ovunque con la stessa chiarezza (…).”

Si sottolinea che il dono reciproco è totale in quanto riguarda ciascuna persona nella sua totalità, coinvolgendo sia il corpo che lo spirito; gli sposi sono chiamati a tendere sempre all’unità per essere «una sola carne» (Gen 2,24); (…)

“Il sapiente disegno di Dio sul matrimonio – disegno accessibile alla ragione umana, nonostante le difficoltà dovute alla durezza del cuore (cfr. Mt 19,8; Mc 10,5) – non può essere valutato esclusivamente alla luce dei comportamenti di fatto e delle situazioni concrete che se ne discostano.”

L’amore coniugale e l’amore di Cristo che si dona

“La realtà umana e originaria del matrimonio è vissuta dai battezzati, per istituzione di Cristo, nella forma soprannaturale del sacramento, segno e strumento di Grazia. La storia della salvezza è percorsa dal tema dell’alleanza sponsale, significativa espressione della comunione d’amore tra Dio e gli uomini e chiave simbolica per comprendere le tappe della grande alleanza tra Dio e il Suo popolo. Il centro della rivelazione del progetto d’amore divino è il dono che Dio fa all’umanità del Figlio Suo Gesù Cristo, «lo Sposo che ama e si dona come Salvatore all’umanità, unendola a Sé come suo corpo. Egli rivela la verità originaria del matrimonio, la verità del “principio” (cfr. Gen 2,24; Mt 19,5) e, liberando l’uomo dalla durezza del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente». Dall’amore sponsale di Cristo per la Chiesa, che mostra la sua pienezza nell’offerta consumata sulla Croce, discende la sacramentalità del matrimonio, la cui Grazia conforma l’amore degli sposi all’Amore di Cristo per la Chiesa. Il matrimonio, in quanto sacramento, è un’alleanza di un uomo e una donna nell’amore.”

(…) “Intimamente unita alla Chiesa in forza del vincolo sacramentale che la rende Chiesa domestica o piccola Chiesa, la famiglia cristiana è chiamata «ad essere segno di unità per il mondo e ad esercitare in tal modo il suo ruolo profetico testimoniando il Regno e la pace di Cristo, verso cui il mondo intero è in cammino.”

La carità coniugale, che sgorga dalla carità stessa di Cristo, offerta attraverso il Sacramento, rende i coniugi cristiani testimoni di una socialità nuova, ispirata al Vangelo e al Mistero pasquale. La dimensione naturale del loro amore viene costantemente purificata, consolidata ed elevata dalla grazia sacramentale. In questo modo, i coniugi cristiani, oltre ad aiutarsi reciprocamente nel cammino di santificazione, diventano segno e strumento della carità di Cristo nel mondo. Con la loro stessa vita essi sono chiamati ad essere testimoni e annunciatori del significato religioso del matrimonio, che la società attuale fa sempre più fatica a riconoscere, specialmente quando accoglie visioni relativistiche anche dello stesso fondamento naturale dell’istituto matrimoniale.


Il magistero spirituale di don Divo Barsotti sul matrimonio (da Esercizi Spirituali del 1962)

Don Divo ha sempre affermato che il matrimonio è la via normale alla santità, lo stato di vita attraverso il quale la maggior parte dei cristiani è chiamata a compiere il cammino verso il Signore; quindi, sin da prima del Vaticano II che ha evidenziato la “vocazione universale alla santità” e ancora di più durante e dopo il Concilio, ha continuato a spronare i suoi figli spirituali ad una sempre maggiore stima del sacramento che conduce, attraverso l’esperienza dell’amore sponsale, alla perfezione dell’amore per Dio. E intitolava il suo testo più significativo su questo argomento: “Dal matrimonio alla verginità”, non per uno svilimento del primo, ma per mostrare come tutta la vita, anche degli sposati, è indirizzata al cielo, dove, dice Gesù, i figli della resurrezione non prendono moglie né marito.

Metteva in guardia quindi dal rischio concreto, dal pericolo di dare per scontata l’unione sponsale e di avviarsi negli anni verso un impoverimento piuttosto che verso un arricchimento reciproco.

«Siccome Dio ha santificato il rapporto che per sé è naturale, l’anima non sente spesso la necessità di trascenderlo e si ferma su un piano di natura, a un amore proporzionato precisamente ai suoi desideri istintivi e ai suoi bisogni. (…) L’uomo invece di trovare nel matrimonio un incitamento a proseguire il suo cammino, si ferma, si riposa, non cerca più. Dio stesso sembra ora che debba solo assicurare quell’amore che avrebbe dovuto, al contrario, senza essere negato, essere trasceso. La perfezione, per molti sposi, consiste nell’essere sposati. Oltre il matrimonio sembra che non vi sia alcuna mèta da raggiungere ancora. Il matrimonio invece non è che un punto di partenza».

Amare ogni giorno di più

Don Divo ci presentava il matrimonio proprio come una palestra, un allenamento ad amare ogni giorno di più: l’amore del primo giorno non può e non deve essere invocato come pienezza dell’amore tra gli sposi, l’amore deve crescere. Spronava a guardare al matrimonio come al sacramento significativo dell’unione di Cristo con la Chiesa e nella Chiesa con ogni anima:

«È dopo anni e anni di matrimonio che si può dire di avere imparato ad amare se saremo rimasti fedeli all’amore: allora sarà superata l’angustia dei nostri egoismi, sarà vinto l’egoismo istintivo dei nostri modi di pensare, di sentire. Vivendo insieme ogni angolosità sarà smussata, si sarà spezzata ogni scorza che ci chiudeva. Bisogna o aprirci o morire. Anche vivere per lungo tempo in due suppone già una vittoria sugli umani egoismi.

Il matrimonio è una grande scuola. Se non insegnasse nulla, sarebbe veramente una rovina: la morte sarebbe allora veramente la morte. Che rimane di un matrimonio che non ha altro contenuto che l’amore dei sensi, se uno dei coniugi muore? Più nulla: rimpianto, cenere. Se la vita non ha insegnato ad amare, tanto valeva allora che fossimo morti appena nati. Possiamo aver conosciuto la gioia di un possesso reciproco, ma è proprio questa medesima gioia che rende più dura l’amputazione, più vuota la vita. E l’uomo cui non rimane più nulla, precipita in una solitudine paurosa che sembra anticipare l’inferno. (…) Il matrimonio non può essere il fine della vita, la sua mèta. Se diviene la mèta, la creatura che ami sostituisce Dio e la vita matrimoniale invece che sacramento di grazia, diviene idolatria. (…) Se Dio vuole l’unione degli sposi è però sempre più in Lui che essa troverà la sua fermezza, la sua indefettibilità, e in Lui sarà perfetta».

«Sono la natura stessa e il vivere insieme che con serena tranquillità conducono a Dio in un continuo cammino: le passioni lentamente cadono, l’attrazione fisica diviene sempre più unione spirituale, l’amore si muta in amicizia. L’andare avanti insieme verso la vecchiaia modifica naturalmente il rapporto, così il rapporto diviene meno fisico e più spirituale. Indubbiamente ci vuole la grazia di Dio e tuttavia la trasformazione è come spontanea e naturale. Così è precisamente col matrimonio che la vita cristiana, come si inizia, così si matura. Finché i giovani non entrano nel matrimonio, sono in grande pericolo, a meno che non abbiano una vocazione di castità perfetta».

La centralità della tensione verso Dio

Un’altra facile tentazione dell’uomo, che don Divo sottolineava, è quella di volere, in certo senso, «piegare Dio a servire alla sua vita presente, al suo egoismo, ai suoi istinti», piuttosto che «ordinare tutto quello che gli è stato dato, non soltanto la ricchezza, ma anche l’amore umano, a Dio».

Se ogni potenza e ogni bene dell’uomo non porta a Dio tutto può essere causa di rovina irreparabile, anche quello che si ritiene essere amore.

Dunque: «Solo la carità ha ragione di fine, ma appunto, l’amore umano non si oppone per sé alla carità. Se la morte non ci fa vivere ancora la vita dei figli della risurrezione, noi non possiamo entrare nel cielo, ma legati ancora dai sensi dobbiamo, attraverso la purificazione del fuoco, scioglierci da ogni ricordo di un mondo che già si è allontanato da noi, per accedere alla visione pura di Dio.

Quando il mondo si è ritratto da noi, non ci rimane che Dio; ma Dio non si dona a un’anima che violentemente è stata strappata al mondo sensibile e ne porta in sé le ferite. Solo se la morte è l’atto di un amore che si volge esclusivamente a Dio, l’anima sciogliendosi dal corpo entra nella pura luce del cielo.

Quale cammino continuo deve essere la vita affinché la morte sia l’atto supremo di un amore che non conosce più altro che Dio! (…) Se la morte non è il compimento della vita, è la fine, e se è la fine, è anche la dannazione, l’inferno. Fino dalla giovinezza l’uomo deve tendere a una sublimazione di tutti gli istinti anche attraverso il matrimonio. Anche il matrimonio è per la castità. Tutti saremo vergini un giorno se entreremo nel cielo. La verginità fisica non è che una immagine della purezza di uno spirito che non contempla più che Dio e in Dio solo riposa.

Il rapporto nel matrimonio tenda così sempre più a divenire spirituale e sempre meno esclusivo! L’esclusività dell’amore nasce dall’egoismo, anzi dal corpo. La gelosia ha rapporto col corpo: da un amore troppo sensibile deriva l’angustia di tante famiglie chiuse, impenetrabili».

«Ognuno nel matrimonio deve vivere per l’altro. In questo ordinarsi di uno all’altro già si spezza il circolo chiuso dell’io. Ci si può richiudere ancora. Solo nell’amore di Dio è vinto ogni egoismo; solo l’amore di Dio ci apre senza possibilità di chiuderci più, perché Dio è l’Immensità: Egli non conosce confini». «Nel matrimonio l’uomo deve imparare ad amare la donna e la donna l’uomo, ma l’amore che apre l’uno all’altro in questo aprirsi si rafforza e cresce e diviene capace di amare ciascuno. La famiglia è una cellula, ma le cellule non sono chiuse. Unico è il Corpo di cui ciascuno fa parte ed è il Corpo del Cristo».

Il padre don Divo sottolineava dunque che: se il matrimonio è il segno dell’unione di Cristo con la Chiesa, gli sposi di fatto non vivono il matrimonio cristiano se non vivono anche l’unione con tutta la Chiesa. Infatti, «strappandola all’organismo del quale fa parte, ogni cellula muore».

L’unione dell’uomo con la donna e la trasfigurazione operata dalla carità

Dio rispetta la natura che Egli ha creato; la natura permane anche al vertice sommo della vita spirituale. L’uomo, quando diviene Dio per grazia, non cessa di essere uomo, di essere creatura; così la carità divina, pur trasfigurando la nostra natura, non la sopprime. A motivo di ciò si può affermare che, vi è un certo carattere distinto nella santità dell’uomo rispetto alla santità della donna:

«Nel Paradiso può essere che non rimanga più nulla negli uomini di questa differenza, ma quaggiù, qualche cosa sussiste come impedimento, ma soprattutto come caratterizzazione, come elemento distintivo e positivo di santità. Possiamo dire di più: se il cammino della carità implica una purificazione anche dell’istinto sessuale, come dell’istinto di proprietà, ciò non toglie che durante questo cammino sussista non solo una certa complementarietà dell’uomo e della donna, ma anche l’esigenza di una perfezione che sembra implicare l’unione dell’uomo con la donna, vissuta certo in un piano molto più elevato di quello nel quale normalmente è vissuta.

Si capisce perché per la massima parte degli uomini il cammino che conduce a Dio debba passare attraverso il matrimonio: la carità, dono di Dio, deve trasfigurare tutto l’uomo nella sua realtà concreta. Questo radicarsi della carità nel cuore più intimo della natura umana non è certamente un abbassarsi di Dio al nostro livello, un degradarsi della vita divina al livello dell’animalità, ma è una trasfigurazione dell’uomo intero. La vocazione dell’uomo è la trasfigurazione, non solo dello spirito ma anche del corpo e attraverso l’organismo corporeo di tutto il mondo fisico. Se non fosse così, la carità divina non porterebbe alla sua pienezza, attraverso l’uomo, la redenzione e la divinizzazione della natura creata.

Per questo è normale che il cammino dell’anima verso Dio s’inizi dal rapporto naturale del matrimonio. Di fatto, la maggior parte degli uomini, per giungere in Paradiso, passa per l’esperienza del matrimonio. È la legge. La verginità rimane eccezione, così come nella vita cristiana rimane eccezione la povertà totale. È proprio dell’economia presente che non si giunga a Dio se non attraverso la mediazione delle cose. Non si va né ci si unisce a Dio direttamente, ma attraverso il segno, il sacramento. È attraverso le cose che noi viviamo un distacco e ci ordiniamo a Dio. Per vivere la povertà normalmente abbiamo bisogno di possedere: il cammino della povertà di fatto è distacco progressivo. È più facile vivere la povertà in un distacco effettivo realizzato via via in un progresso continuo di carità, che vivere in unione con Dio nell’essere poveri fin dall’inizio. La povertà fin dall’inizio non implica per sé il possesso di Dio; può essere povertà non solo delle cose, ma anche di Dio.»

La castità volontaria e il suo senso

«È vero anche per la castità. Non è detto che la castità involontaria sia la condizione normale di un cammino a Dio. Come più facilmente una castità involontaria potrebbe chiudere l’anima in una sua aridità! La castità involontaria quanto spesso è occasione all’acidità, all’aridità, all’egoismo, a un moralismo gretto, senza cuore. (…) Non così per chi si consacra a Dio nella castità perfetta. La vocazione alla castità allora è già vocazione di amore. Se nella consacrazione a Dio si impone la rinunzia all’amore umano è perché la consacrazione è di fatto una risposta di amore che già impegna a una trasfigurazione di tutto l’essere umano. L’anima trascende il segno per vivere fino da ora direttamente l’unione nuziale con Cristo. Proprio per questo s’impone una particolare vocazione di Dio per scegliere la verginità, perché la verginità suppone che Dio abbia già colmato con la sua presenza il vuoto del cuore. La verginità non è che il consenso all’Amore divino, è l’abbandono al Suo Amore geloso che già vuol possedere tutto l’uomo per Sé.

(…) Tanto attraverso il matrimonio come attraverso la castità, la scelta definitiva non può essere che Dio. Non vi è altro fine alla vita umana che Lui.

Non si sceglie Dio per il fatto che non ci rimane altro. È scegliendo Dio che non ci rimane altro. Scegliere Dio è già rinunciare a tutto quello che non è Lui. Chi veramente lo sceglie, non vive più una castità involontaria, perché la castità diviene l’atto stesso del suo amore; è nella sua castità che l’anima vive la sua scelta di amore.

Così chi sceglie Dio nella castità deve superare d’impeto, senza rimpianti, l’attesa di ogni amore umano e giungere a Colui che sarebbe stato ugualmente in fondo al suo cammino, anche se avesse dovuto giungere a Lui attraverso l’amore umano.

Dio rimane sempre Colui che ti attende. Il tuo cammino non può avere altra mèta: se non porta a Lui ti perdi. (…) Qualunque cammino umano porta a Dio che è la Vita, l’Immortalità, l’Amore. Non abbiamo perduto nulla, se Dio dal momento che non ci lascia altro, ci costringe a scegliere Lui solo. A tutti non rimarrà null’altro che Dio almeno nell’ora della morte. E nessuno potrebbe avere qualcosa da rimpiangere. La morte, invece di sottrarci ogni bene, è la condizione per entrarne in possesso. Se anche prima della morte attraverso la mortificazione della solitudine siamo in qualche modo sollecitati a scegliere Dio senza passare attraverso l’umano, che cosa abbiamo perduto?

Non dobbiamo sentirci umiliati. Dio non chiede altro da noi che il nostro vuoto perché non può pretendere altro dalla creatura. Il matrimonio attraverso un’esperienza lunga di amore insegna all’uomo che tutti i beni di quaggiù, anche i più alti, non sono che passeggeri e non hanno altra ragione che portare l’anima a Dio».  

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