Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Alfio Briguglia

Laureato in ingegneria e filosofia ha insegnato matematica e fisica nei licei scientifici. Attualmente è direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale dell’Educazione, Scuola e Università.
Alfio Briguglia

Il ruolo e la natura del carcere

di Babak Farrokhi, da https://www.flickr.com/photos/farrokhi/8581420679

Che idea abbiamo del carcere? Un buco nero, un luogo dove “marcire”? Un luogo in cui rinchiudere chi attenta alla nostra sicurezza?

Il carcere può essere un luogo dove riscoprire la propria umanità!

Da tanti anni lavoro alla casa circondariale “Pagliarelli” di Palermo. Piano piano mi vado convincendo che il carcere può essere veramente un luogo di rinascita, di recupero dell’umano, di scoperta di dimensioni nuove, di aspetti nascosti del proprio temperamento.

Certo può essere un luogo di degrado, un luogo da cui si esce peggiori. Molto dipende dal modo in cui si entra in carcere e dal contesto dal quale si proviene. Anche, però, dal modo in cui la società civile interagisce con questa istituzione, che, come tutte le istituzioni, ha il compito di umanizzare.

La testimonianza semplice e diretta di un detenuto, che pubblichiamo qui di seguito, mette in evidenza come la detenzione possa aspirare a diventare momento di riscatto. Ma anche come la mancanza di accoglienza della società “civile”, nei confronti di chi finisce di scontare la pena, possa costituire un trauma in uscita e suggerire comportamenti recidivi che riaprono tristemente, per una buona percentuale di detenuti, le porte del carcere, con un danno morale, sociale, culturale, economico per tutti.

Il carcere è una istituzione abbastanza costosa. Ma potrebbero essere soldi ben spesi se fosse in grado di restituire volti alla società civile.

La logica della sola sicurezza finisce per moltiplicare l’insicurezza. Non c’è niente di più sicuro di una persona restituita alla voglia di essere cittadina responsabile.


“Dentro il recinto”: la lettera di A.S.

Era il pomeriggio di circa due anni fa quando sono arrivato in questo posto. Galera, prigione, carcere; ci sono tanti modi per definirlo ma, in ogni caso, non è quello di cui sentiamo parlare.

Non dimenticherò mai il freddo della celletta di prima accoglienza; dopo aver subito l’umiliazione delle perquisizioni corporali, nudo come un verme; mi dicevo: “fatti forza, coraggio”, per scacciare la paura di incontrare gente pericolosa e violenta come quelli che si vedono in Tv! Accompagnato in sezione, mi portarono in una cella con altre cinque persone e, con mia grande sorpresa, nonostante fossero già le nove di sera, sono stato accolto con calore e comprensione. Mi fecero mangiare, sistemarono i miei vestiti nella bilancetta, mi fecero il letto e mi diedero da fumare. Restai intontito per qualche istante fino a quando l’assistente di turno mi riportò alla realtà udendo il rumore della porta blindata chiudersi alle mie spalle e ogni mandata era un pugno nel petto.

È passato molto tempo da quella sera e ho appreso molte cose, conosciuto tanta gente e sentito altrettante storie; c’è tantissimo dolore nell’essere privati della propria libertà personale, un dolore talvolta così forte da levare il fiato, così intenso che, vuoi o non vuoi, ti porta a riflettere su ciò che hai fatto per meritare questo. Ma il carcere, in tutta onestà, non è mura e sbarre, o, perlomeno, non è solo questo: carcere è una comunità, un insieme di uomini e ragazzi che condividono uno stesso desiderio: ritornare a casa, liberi!

Naturalmente ognuno di noi ha la sua storia, i suoi problemi, ma siamo sempre (o quasi sempre) disposti ad aiutarci, a offrire un parola di conforto o di speranza al compagno che soffre.

Cuciniamo e, talvolta, invitiamo i compagni di un’altra cella a pranzare insieme, non solo per condividere il cibo, ma quanto per intrecciare o rinsaldare conoscenze ed amicizie senza tornaconto, per ricordare e/o trascorrere momenti spensierati, come quando eravamo liberi.

Noi carcerati non siamo gente cattiva di cui aver tanata paura da farci “marcire” in prigione! Siamo gente che ha sbagliato e aspira, per la maggior parte di noi, a riscattarsi agli occhi di quella società che vorrebbe scordarsi di noi.

Siamo uomini con sentimenti, che amano mogli e figli e che per loro resistono ogni giorno fino al fine pena. Ma in tutto questo, purtroppo, non c’è un lieto fine, perché uscendo da qui avremo rapporti da ricucire, debiti da saldare e famiglie da campare. E, se fosse per le istituzioni, uscendo senza soldi e senza una speranza di lavoro, qualcuno si domanderà “ma a che cose è servito? A chi è servito?”.

Una pena senza reinserimento è solo una tortura fine a se stessa e di questo ne è consapevole ognuno di noi. Soffriamo noi che stiamo dentro e ancor di più i nostri cari che stanno fuori. E consapevoli di questo, noi detenuti, ci facciamo forza l’un l’altro perché talvolta “spegnere il cervello” non basta.

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