Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

Le politiche giovanili e il ruolo dei giovani

Nel messaggio di fine anno, il presidente della Repubblica Mattarella ha affermato che ai giovani bisogna trasmettere fiducia e affidare responsabilità. In un Paese colpito da molteplice crisi e preoccupato da innumerevoli fattori, i giovani possono divenire coloro in grado di costruire un futuro diverso dal presente.

Del ruolo dei giovani, e dei relativi compiti delle politiche giovanili, ne parliamo con Maria Cristina Pisani. Dal 2016, la Pisani è vicepresidente dell’Association Femmes Europe Meridionale (Afem) e, di recente, è stata eletta Presidente del Consiglio Nazionale dei Giovani.


– Al di là della retorica e oltre le analisi socio-economiche, come descrivi la situazione dei giovani italiani di oggi?

Negli ultimi anni si sono acuite le differenze tra vecchie e nuove generazioni: da una parte, la difficoltà ad adeguare il nostro sistema produttivo alle rinnovate necessità economiche globali, dall’altra, la riduzione delle risorse disponibili dovuta all’alto debito pubblico accumulato e alla lunga crisi economica che ha sottratto finanze utili ad aggiornare il nostro sistema di assistenza ed inclusione sociale. I giovani italiani sono caduti in una morsa micidiale: meno risorse economiche e scarsa cognizione da parte delle classi dirigenti del cambiamento epocale che stiamo vivendo proprio nel momento in cui l’organizzazione del lavoro subiva una rivoluzione e il welfare tradizionale si rivelava insufficiente ad includere una nuova società, meno solida, che andava formandosi.

Anche per questo i giovani italiani affrontano, in maniera più accentuata, una serie di problematiche che anche altri paesi del mondo occidentale vivono: la disoccupazione giovanile elevata che, sempre più frequentemente conduce ad un incremento allarmante del numero dei Neet; l’accentuata precarietà del lavoro che incide sulle sicurezze individuali e frammenta le esistenze collettive; l’impoverimento degli strumenti di welfare a sostegno dei giovani e lo sbilanciamento di risorse economiche verso prestazioni erogate ad una popolazione sempre più anziana; lo scarso sostegno alle politiche abitative e l’assenza di strutture pubbliche rivolte ai bambini per aiutare famiglie e madri; la rabbia per un sistema percepito come escludente nei confronti di un numero via via sempre più elevato di cittadini e fasce sociali che diviene intolleranza.

E in tale cornice, rischia l’invisibilità questa generazione che sembra destinata a non poter dare concretezza ai propri sogni. Perché i giovani oggi chiedono semplicemente un’occasione, un’opportunità per potersi mettere in gioco. Per questo, è necessario costruire un nuovo sistema di inclusione sociale, un welfare che tenga conto della flessibilità del lavoro ma che non calpesti le esistenze, che promuova nuove occasioni e opportunità, la valorizzazione dei talenti.

Nel lavoro quotidiano e nel confronto continuo con le realtà associative nei territori, ho appreso le difficoltà di tanti ragazzi. Ci sono realtà così vive nelle nostre città. Ed è proprio nella precarietà delle tante periferie italiane che pulsa forte il cuore di questa generazione. È nei quartieri, nelle piccole e grandi associazioni, nel vasto mondo del terzo settore diffuso in tutto il territorio, che l’Italia può trovare le migliori energie per tornare a essere realmente protagonista.

Nel gennaio del 2018 si sono svolti gli Stati generali delle politiche giovanili che hanno permesso di avviare una riflessione sulla realtà dei giovani connessa al lavoro, all’impegno politico e allo sviluppo del Mezzogiorno. Come valuti le politiche giovanili in Italia?

È stata una importante occasione di confronto con centinaia di giovani con i quali abbiamo discusso e definito le priorità economiche e sociali del nostro Paese e elaborato una strategia di compartecipazione alle scelte politiche e istituzionali. Ad oggi in Italia manca, infatti, una legge quadro politiche giovanili, pur sussistendo diverse leggi regionali. L’assenza di un quadro di riferimento nazionale determina una cospicua frammentarietà delle iniziative e degli interventi, una inevitabile difficoltà di mantenimento dei servizi offerti e chiari problemi di governance. In Europa taluni Stati hanno messo in atto disposizioni giuridiche, altri dispongono di piani di azione strategici o di nuovi obblighi di consultazione dei giovani, altri ancora sviluppano pratiche orizzontali come riunioni interministeriali.

È indispensabile aprire, anche in Italia, una nuova fase che persegua gli obiettivi strategici stabiliti dall’Unione Europea in materia di gioventù, assumendo due criteri fondamentali: quello di una maggiore sussidiarietà circolare nelle azioni e nella conseguente gestione delle risorse, valorizzando il ruolo centrale delle organizzazioni secondo il principio bottom-up e quello della trasversalità delle stesse con una logica che integri obiettivi, competenze, ambiti di azione, risorse, attori e protagonisti. Per questo, abbiamo in questi anni, più volte, con forza, chiesto alle istituzioni competenti un intervento legislativo organico sulle politiche per le giovani generazioni, per definire un nuovo concetto di partecipazione, per la costruzione di scelte politiche condivise e strutturate, per creare una rete uniforme di rappresentanza democratica territoriale, per introdurre un metodo di programmazione politica basato su strategie pluriennali di intervento e un modello serio di promozione e sostegno delle organizzazioni giovanili.

In Francia, ad esempio, da oltre un ventennio, i giovani e le “reti nazionali” che collegano enti pubblici e soggetti del privato, sono formalmente parte del sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro. Perché questo non accade anche in Italia? Perché ad esempio una riforma dei Centri per l’Impiego non pone anche il problema di una partecipazione effettiva e non retorica tanto dei giovani che degli stakeholders? Si ritiene che ogni anno di scolarizzazione media in più produca un automatico aumento del PIL.

Perché allora le numerose associazioni, nate negli ultimi anni in Italia e in Europa per combattere il fenomeno ormai dilagante della dispersione scolastica, sono autofinanziate e non integrate con le istituzioni scolastiche? Perché il tema del risparmio energetico non viene affrontato, per esempio dalla pubblica amministrazione e dalle istituzioni pubbliche anche tenendo conto delle imprese e delle professionalità giovanili? Perché quando si sono impostate le sperimentazioni di zone franche urbane non si è minimamente considerato che, in quelle sperimentazioni, potessero essere contemplate facilitazioni e semplificazioni che favorissero l’associazionismo giovanile? Ogni ambito di politica pubblica può essere rivisitato con questo criterio.

– Con la legge n. 145/2018 è stato istituito il Consiglio Nazionale dei Giovani. Quali sono le finalità di tale organo? Quali progetti avete in cantiere?

Il Consiglio Nazionale dei Giovani è l’organo consultivo cui è demandata la rappresentanza dei giovani nella interlocuzione con le Istituzioni per ogni confronto sulle politiche che riguardano il mondo giovanile, istituito con la legge n. 145/2018 e può essere sentito dal Presidente del Consiglio dei Ministri o dall’Autorità politica delegata, su materie e politiche che abbiano impatto sulle giovani generazioni, promuove e sostiene progetti d’interesse dei giovani, esprime pareri e formula proposte su atti normativi di iniziativa del Governo su materie che interessano le/i giovani, partecipa ai forum associativi europei e internazionali incoraggiando le relazioni e gli scambi tra le organizzazioni giovanili dei diversi Paesi, collabora con le Amministrazioni pubbliche elaborando studi e predisponendo rapporti sulla condizione giovanile, promuove la cittadinanza attiva delle/dei giovani e, a tal fine, sostiene l’attività delle associazioni giovanili favorendo lo scambio di buone pratiche e incrementando le reti tra le stesse, agevola la formazione e lo sviluppo di organismi consultivi delle/dei giovani a livello locale.

È un salto di qualità considerevole che necessita ancora di tantissimo lavoro, ma è un risultato storico che dimostra la vitalità e la determinazione delle associazioni che la compongono. I prossimi mesi saranno dedicati alla definizione di una programmazione pluriennale delle attività, dopo aver lavorato a un piano di azione per rappresentare i giovani italiani nel contesto nazionale, europeo e internazionale, per continuare a guidare il progetto di Dialogo Strutturato Europeo, lo strumento voluto dalla Commissione Europea per coinvolgere i giovani nello sviluppo delle politiche dell’Unione.

Continueremo poi a rafforzare le nostre proposte sul lavoro e la sua qualità, il diritto allo studio e la formazione, i servizi ai giovani e il diritto alla casa, la governance territoriale e i processi di partecipazione giovanile, il contrasto alla violenza di genere. Non mancherà ancora il nostro apporto ai tavoli per la cooperazione europea, alle assemblee del Forum Europeo della Gioventù, alle riunioni dei Consigli della Gioventù del Sud Europa, alle discussioni alle Nazioni Unite. A noi spetterà il compito di rappresentare le istanze di una generazione, di avanzare proposte e progetti che interpretino un sentire comune, che non sempre le sole Istituzioni si dimostrano in grado di intercettare.

 Spesso, approcci superficiali alla politica propongono innesti massicci di giovani nelle istituzioni e nei partiti per rinnovare, in meglio, l’attuale situazione. Ma, in concreto e al di là della propaganda, quale contributo i giovani possono offrire tanto ai partiti quanto alle istituzioni del nostro Paese?

Ho sempre respinto la retorica che vuole dipingere le giovani generazioni come dominate dall’individualismo e dal disimpegno civile. Temo che sia solo una comoda rappresentazione di chi, dall’alto di qualche anno in più, fatica a comprendere identità e dinamiche relazionali mutate da una società che rigetta gabbie ideologiche precostituite e da inedite forme di aggregazione, condizionate anche dalla diffusione delle nuove tecnologie.

La mobilitazione planetaria dei Fridays for Future e le molteplici esperienze associative dimostrano che esiste già un tessuto di idee, proposte e azioni, che poggia su gambe solide. Proprio in questa prospettiva, le iniziative che abbiamo intrapreso, in questi anni, sono state numerose. Per citarne alcune: la creazione di una rete di cooperazione e co-responsabilità fra giovani e istituzioni, la premiazione della Capitale Italiana dei Giovani, per favorire il coinvolgimento, la responsabilizzazione e la partecipazione delle ragazze e dei ragazzi, dando loro lo spazio e il supporto necessario per prendere parte attivamente ai processi decisionali.

Nel mio impegno, ho scelto di offrire un’attenzione particolare alla partecipazione attiva dei giovani ai processi democratici del Paese. Ci vuole coraggio e audacia, la consapevolezza che i giovani possono fare la differenza perché hanno l’ambizione di pensare e la forza praticare diversamente il modo di fare politica. Pensiamo, ad esempio, come sta cambiando grazie alle giovani generazioni il modo di fare agricoltura o turismo nel Mezzogiorno o la capacità di concepire in modo peculiare la propria attività da parte di tanti giovani professionisti o ricercatori.

C’è bisogno, per questo, di una solidarietà circolare, di un nuovo patto sociale che attribuisca ai giovani gli spazi e gli strumenti per poter discutere, riflettere e affrontare le loro difficoltà. Questo risulta particolarmente problematico in quei Paesi e contesti istituzionali in cui l’età di chi occupa posti di responsabilità è elevata e in assenza di scelte che accelerino i ritmi di ricambio generazionale.

– Con la promozione del recente sinodo sui giovani e tramite l’impegno per la tutela dell’ambiente, Papa Francesco si è avvicinato alle ansie e alle speranze delle nuove generazioni. Come valuti il contributo del vescovo di Roma e delle realtà cattoliche al mondo giovanile?

Importantissimo. È la ragione per cui incontrai insieme alle associazioni cattoliche del Forum Nazionale dei Giovani, il Segretario Generale del Sinodo. Perché il primo passo per giungere ad una soluzione di un problema è partire dalla giusta domanda. In tal senso, il Sinodo dei Vescovi si è interrogato sulla difficile condizione giovanile in Italia e sulle opportunità da creare affinché le giovani generazioni possano divenire soggetti attivi del cambiamento. Oggi progettare è un’opera titanica poiché nella società del “life is now” affrontare l’immediato per tentare di scrutare il futuro è complicatissimo, tanto più se l’azione programmatica necessita di un impegno individuale in un contesto collegiale.

La Chiesa si è interrogata, ancor prima di altri soggetti, sugli effetti dei cambiamenti epocali degli ultimi decenni e ne ha indagato le ragioni profonde. Le domande che Papa Francesco pone hanno insieme un intento indagatore e programmatico, quasi politico, quando afferma che “se nella società o nella comunità cristiana vogliamo far succedere qualcosa di nuovo, dobbiamo lasciare spazio perché persone nuove possano agire.” In altri termini, progettare il cambiamento secondo i principi della sostenibilità richiede di consentire alle nuove generazioni di sperimentare un nuovo modello di sviluppo. È uno straordinario “manifesto” sociale che individua la necessità di costruire un cambiamento sostenibile mediante la promozione di un nuovo modello di sviluppo al quale non possono mancare di offrire un determinante contributo le giovani generazioni.

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