Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Alberto Randazzo

È dottore di ricerca in “Giustizia costituzionale e diritti fondamentali”. Ricercatore a t.d. di Istituzioni di diritto pubblico, presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell’Università degli Studi di Messina e ha conseguito il titolo di avvocato. È autore di diverse pubblicazioni e collabora con diverse riviste in materia pubblicistica. È Vice-Presidente del Settore Adulti di Azione Cattolica della Diocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela, nonché membro dell’Équipe dell’Ufficio Diocesano per i Problemi Sociali e il Lavoro.
Alberto Randazzo

Sinodalità: un tema antico e sempre nuovo

 

Il frequente richiamo alla sinodalità nel dibattito ecclesiale appare assai opportuno e stimola una riflessione, che di certo dovrebbe essere molto più articolata rispetto allo spazio qui a disposizione. Si tratta, invero, di un “ritorno” a questo tema di cruciale importanza per la vita della Chiesa (in quanto di essa è elemento costitutivo); tale argomento è stato affrontato (e “vissuto”), negli ultimi anni, in particolare in occasione del V Convegno Ecclesiale di Firenze; sarebbe interessante che gli abbondanti frutti di quell’assise venissero recuperati e maggiormente valorizzati, tanti essendo stati gli spunti di riflessione e la ricchezza di quelle giornate di quattro anni addietro.

Per inciso, sia consentito osservare che le preziose occasioni di incontro della Chiesa italiana, quali i convegni nazionali, le settimane sociali o altre ancora, non possono esaurirsi nel breve arco temporale in cui esse concretamente si svolgono, ma richiedono un seguito per non rischiare di rimanere fini a se stesse; verrebbe da chiedersi come si sia sviluppato il “dopo-Firenze” all’interno delle Diocesi italiane.

I “livelli” della sinodalità

Al di là di queste considerazioni e tornando all’oggetto di queste brevi riflessioni, credo che si possa dire che una reale sinodolità possa aversi solo se essa si realizza a “più livelli”: parrocchiale, diocesano, nazionale e universale. In altre parole, la Chiesa potrà essere davvero sinodale solo a condizione che la sinodalità parta “dal basso” ed esponenzialmente si irradi anche ai “livelli” superiori.

Aspetto del tutto peculiare è poi la sinodalità tra aggregazioni laicali, ma il punto richiederebbe una riflessione a parte.

Quali criticità…

Al di là dei tanti esempi di buona sinodalità che si potrebbero ricordare, non si può fare a meno di rilevare talune (ancora irrisolte) criticità che ne ostacolano la compiuta realizzazione. A tal proposito, è sul primo “livello” (quello parrocchiale) che vorrei concentrare l’attenzione.

… il rapporto tra laici e pastori

Se il lemma “sinodale”, com’è noto, rimanda al “camminare insieme”, si è convinti che il primo imprescindibile presupposto sia un rapporto tra parroci e fedeli laici improntato a fraternità, comunione, parresìa. Se e quando le relazioni tra i primi e i secondi entrano “in sofferenza” (il che è umanamente sempre possibile e, se non si vuole peccare di ipocrisia, ciò a volte accade) occorre subito porvi rimedio; non v’è dubbio che, come tutti i rapporti interpersonali, anche quello di cui qui si discorre richieda una costante cura da parte dei soggetti della relazione.

Non potendo dilungarmi sul punto, ritengo opportuno rilevare che i binari sui quali indirizzare il rapporto tra parroco e parrocchiani (e quindi tra pastori e laici) sono ben indicati dal Concilio Vaticano II (cfr., ad es., Lumen gentium 37); perché si possa “camminare insieme” è poi necessario che né l’uno né gli altri si sentano (o pensino di fare i) “padroni”, i “proprietari” della parrocchia, quest’ultima essendo un bene comune che, appunto, richiede di essere messo in comune, in un’ottica di corresponsabilità tra il primo e i secondi, nel rispetto dei reciproci ruoli (sul punto, ancora una volta, v. Lumen gentium 37); un luogo, insomma, ove ci si senta “a casa”, una casa – però – da condividere con tutti.

… “strumenti” di sinodalità e, spec., i Consigli pastorali

Occorre rilevare, poi, che la sinodalità all’interno di una parrocchia dipende dal sapiente uso di “strumenti” che ad essa appaiono serventi. Occorre, infatti, che vengano valorizzate talune opportunità quali periodiche Assemblee parrocchiali, Consigli pastorali, incontri delle Caritas parrocchiali, unitamente a momenti di spiritualità che consentano ai fedeli di ritrovarsi in preghiera non solo per la S. Messa (festiva e feriale).

Se a quest’ultimo riguardo si è dell’idea che molto già si faccia, viene da chiedersi quale sia, ad es., il servizio che concretamente svolgono – appunto – i consigli pastorali (… sempre che siano istituiti). Com’è chiaro, è questa la sede – la cui funzione è (e rimane) consultiva – nella quale sono rappresentate tutte le “realtà” presenti in parrocchia ed è lì che si può trovare l’occasione di incontro e di confronto in grado di stabilire, in modo sinodale, quale cammino la parrocchia sia chiamata a fare per essere sempre più (e meglio) “fontana del villaggio”; il Consiglio pastorale, infatti, può diventare prezioso “luogo” di sintesi tra le diverse istanze provenienti dalle varie “anime” presenti e, soprattutto, occasione per la cura delle relazioni, il che è funzionale – a sua volta – ad una vera integrazione tra gruppi, movimenti, associazioni e operatori pastorali in genere che abitano quello spazio parrocchiale.

No ai «cerchi magici» e ai «centri di potere»

Questione di cruciale importanza è che una vera sinodalità non può realizzarsi finché in parrocchia si creano gruppi che, magari perché sedimentati nel tempo, pensano di potersi sostituire al parroco e al resto dei parrocchiani nelle scelte che riguardano la vita comunitaria. Riprendendo quanto affermato qualche mese addietro da Mons. Lorefice a Messina, occorre infatti rompere quei «cerchi magici», quei «centri di potere» che a volte esistono all’interno delle parrocchie. Questa pare una urgenza, in quanto situazioni del genere sono tutt’altro che sporadiche e rischiano di mettere a repentaglio il senso di comunità, dando la “stura” alla creazione di diverse comunità (fra loro, spesso, ben distinte e non interagenti) dentro la comunità.

Com’è ovvio, tutto questo non può, ancora una volta, che ostacolare la sinodalità all’interno delle parrocchie.

… il “provincialismo” dei laici

In aggiunta a quanto detto, infine, si consideri anche il senso di “provincialismo” che a volte si avverte all’interno delle comunità, i fedeli apparendo alquanto restii ad aprirsi all’ambito diocesano per partecipare ad iniziative che la Chiesa locale propone ed essendo invece più propensi a rimanere chiusi tra le comode mura parrocchiali. Si è dell’idea che questa sia, per un verso, una questione di abitudine e, per altro verso, una falsa concezione di “popolo di Dio” e dell’essere membra di un solo corpo (cfr. 1Cor 12, 12-27) che non si esaurisce certamente – dal punto di vista “fisico” – entro i confini della parrocchia.

Così ragionando, peraltro, non si può essere Chiesa davvero «in uscita», come Francesco ci chiede (cfr. Evangelii gaudium 20 ss.); se l’uscire non è un invito alla fuga dalle parrocchie è però certamente una disponibilità sia ad incontrare gli altri dove si trovano sia ad andare oltre le proprie determinazioni senza rimanere chiusi in se stessi; per fare questo – inevitabilmente – occorre essere pronti a confrontarsi anche con coloro (credenti e non) che non fanno parte del proprio consolidato gruppo.

Pertanto…

La risoluzione di tali criticità richiede l’impegno di parroci e fedeli laici, gli uni e gli altri essendo essenziali per una vera sinodalità. Se e quando si riescono a sciogliere questi (ed altri) nodi, si può davvero provare a camminare, almeno a livello parrocchiale, tutti insieme nell’unità.

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