Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Matteo 24, 37-44

37Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. 38Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. 40Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. 41Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. 42Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

I tempi ultimi

Questa domenica segna l’inizio del nuovo anno liturgico e del tempo d’Avvento. Il Vangelo proposto richiama fortemente il tema dell’attesa essendo un brano escatologico, relativo ai cosiddetti “tempi ultimi”.

Orientare la mente verso la fine fa parte degli atti più rifiutati, sgraditi e “innaturali” per l’uomo. Costantemente si sente il bisogno di addolcire brani evangelici come questo, oltre che per respingere i pensieri sulla nostra fine, anche per smentire quel velato pregiudizio che abbiamo nei confronti di una religiosità del “vivere per l’ultimo giorno”.

Eppure è necessario comprendere questo richiamo all’attesa in quanto, come leggiamo oggi, la posta in gioco è molto alta: “uno sarà preso e l’altro lasciato”.

Costruire un’arca

Il riferimento alla Genesi, ai giorni di Noè, è molto significativo: rappresenta un’umanità che, alla soglia dello stravolgimento del mondo, continua a fare le cose vecchie, senza accorgersi di nulla.

Mangiare, bere, prendere moglie e marito sono gli atti dell’uomo che resta inchiodato nella sua natura, unicamente assorbito e teso alla sopravvivenza, inconsapevole che le cose cambiano, e che finiscono.

Un uomo ignaro del fatto che ci sono momenti in cui la storia (personale e collettiva) volta pagina, si azzera. In questo scenario si staglia la figura immensa di Noè, l’uomo giusto e integro, che cammina con Dio, e che in montagna costruisce una nave.

L’atto di costruire un’arca, di creare una spazio vuoto, sorretto dall’obbedienza radicale alla parola di Dio, si fa antidoto alla catastrofe.

Qualcosa che resta

La prontezza, gli occhi aperti, la “veglia” di Noè diventano il modello di un atteggiamento verso la vita e la storia che è consapevole che molte cose finiscono, ma che, nondimeno, qualcosa resta. E se qualcosa va oltre questa vita, non si può vivere solamente per le cose che si perderanno, ma si deve guardare a ciò che non finisce.

Vigilanza

Si delineano, dunque, due atteggiamenti di fondo nei riguardi dell’esistenza: uno rinchiuso nei meccanismi della vita stessa, volto alla conservazione, sazio, che ci fa padroni della nostra vita e avidamente legati a ciò che ci illudiamo possa non finire; l’altro vigilante, pronto a farsi sorprendere e trasformare dalle cose, consapevole che esiste un Signore della vita, qualcuno che arriva, nascosto negli eventi, a portare senso, valore, compimento.

Come un ladro

Il primo atteggiamento vorrebbe conoscere i tempi della fine, si affanna per “anticipare” Dio. È singolare che la venuta di Cristo sia associata all’immagine del ladro, immagine fastidiosa di qualcuno che ingiustamente ci sottrae il nostro possesso e minaccia la nostra sicurezza.

L’uomo attaccato alla vita e “padrone della vita” non potrà vedere altro nella venuta di Gesù. La vivrà come una frustrante perdita, un pesante destino. Anche sotto questa chiave potremmo leggere “chi ama la propria vita la perderà” (Gv 12,25).

Da che parte stare

Altra immagine interessante, nella sua serietà, è quella degli uomini nei campi e delle donne che macinano alla mola: stanno facendo la stessa cosa, ma uno è preso e l’altro lasciato.

Non è, quindi, il “cosa” si sta facendo, ma il “come” e il “perché”. Si può lavorare unicamente mossi dallo spirito di sopravvivenza, mangiare spinti soltanto dall’appetito, prendere moglie e marito costantemente catturati dal proprio stato sentimentale, oppure si può fare spazio in noi, costruire “un’arca” nel cuore, vegliare perché qualcosa giunga, qualcuno arrivi a portare ciò che non passa, ciò che resta anche dopo la catastrofe, quando non resta più niente altro. Il tempo di avvento è il tempo per scegliere da che parte stare.

(Visited 19 times, 19 visits today)

No Comment

You can post first response comment.

Leave A Comment

Please enter your name. Please enter an valid email address. Please enter a message.