Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Il testo del Vangelo

35Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». 36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto 37e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». 39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

La regalità di Cristo

La liturgia che celebriamo questa ultima domenica dell’anno liturgico è la solennità di Cristo Re dell’universo, in cui viene proposta la visione del Cristo crocifisso che manifesta in modo paradossale la sua regalità.

Nella prima lettura, Davide viene presentato come simbolo messianico nel momento di esaltazione della sua investitura regale a Ebron (cfr. 2Sam 5,1-3); anche l’Inno della lettera ai Colossessi (cfr. Col 1,12-20) è un esaltazione del Cristo glorioso; nel racconto evangelico, invece, la regalità di Cristo è espressa come umiliazione che genera perdono.

Regalità e passione

Il tema della regalità di Gesù segna tutto il racconto lucano della passione: dall’entrata di Gesù a Gerusalemme, all’interrogatorio di fronte al Sinedrio, alle accuse al processo di fronte a Pilato, alla crocifissione. La vera natura della regalità di Cristo può essere compresa solo nel contesto della passione.

La pericope del vangelo è il punto culminante della narrazione iniziata con l’entrata di Gesù a Gerusalemme (19,28-40), una scena regale ma che parla di un re umile e mansueto, povero. Fino alla fine Gesù resta quel segno di contraddizione annunciato profeticamente da Simeone (Lc 2,34).

Un Re che Serve

Luca afferma che Gesù fu accusato di essere re: «Sovvertiva la nostra nazione, proibiva di pagare i tributi a Cesare e diceva di essere il Messia Re» (23,2).

Anche ad una domanda di Pilato Gesù afferma di essere re, ma in modo differente dalla logica dei regni del mondo, infatti: «I re delle genti le signoreggiano e coloro i quali dominano su di esse si fanno chiamare benefattori. Ma non così voi […] io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,25-27).

La regalità di Gesù è una regalità profondamente differente da quella del mondo, e trova la sua massima espressione nel perdono.

La rivelazione della grandezza sulla Croce

La scena della crocifissione (23,33-43) è segnata dallo scherno nei confronti di Gesù: mentre il popolo rimane inerte a guardare ora sulla croce lo stesso uomo che qualche giorno prima ha acclamato come re, i capi si prendono beffa di lui (cfr. Sal 21,8), i soldati lo scherniscono e uno dei due malfattori con lui condannato lo insulta. In questo contesto la regalità di Cristo è affermata attraverso una costruzione enfatica da parte dell’evangelista: «Questi è il re dei giudei» (v. 38).

Il motivo della condanna, che per i capi dovrebbe esprimere la fine dell’assurda pretesa di Gesù, diviene invece l’affermazione inconsapevole che sulla Croce si manifesta in tutta la sua grandezza la regalità di Gesù.

Come nel suo ministero l’annuncio del regno è rivolto agli esclusi e peccatori, così anche negli ultimi istanti della sua vita Gesù viene crocifisso insieme a due malfattori, che divengono testimoni della sua regalità.

La fiducia nel Regno

Nell’ora della croce, le tentazioni cui Satana ha sottoposto Gesù nel deserto raggiungono adesso il loro vertice: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi». Ma il Cristo può salvare noi solo se non salva se stesso, per questo tace.

La regalità di Gesù risplende nell’ostinazione dell’amore, nel rifiuto della sua potenza divina per salvare se stesso. Uno dei due malfattori risponde alla provocazione dell’altro riconoscendo le proprie colpe, segno della sua conversione, e chiedendo fiduciosamente: «Gesù, ricordati di me quando vieni con il regno tuo» (v. 42). «Amen. Oggi con me sarai nel paradiso»: Cristo realizza un Regno che sovverte la logica del merito e spalanca le sue porte a chi si affida a Lui ed è capace di riconoscerlo come Re e Signore.

«Questo ladrone ha rubato il paradiso. Nessuno prima di lui ha mai sentito una simile promessa, né Abramo, né Isacco, né Giacobbe, né Mosè, né i profeti, né gli apostoli: il ladrone entrò prima di tutti loro. Ma anche la sua fede oltrepassò la loro. Egli vide Gesù tormentato, e lo adorò come se fosse nella gloria. Lo vide inchiodato ad una croce, e lo supplicò come se fosse stato in trono. Lo vide condannato, e gli chiese una grazia come ad un re». (Giovanni Crisostomo)

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