Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Il testo del Vangelo

11Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 14Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 15Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». 19E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

La struttura del passo

Il vangelo di questa domenica continua le lettura corsiva del capitolo 17 di Luca presentandoci la parabola dei 10 lebbrosi guariti. Il racconto è organizzato in due parti: nella prima si pone l’accento sull’incontro tra Gesù e i dieci lebbrosi (v. 12-14), nella seconda è descritto il ritorno del samaritano guarito da Gesù (15-19). Anche se il racconto inizia con l’azione taumaturgica di Gesù, l’accento dell’evangelista è posto sull’atteggiamento del samaritano.

Luca incomincia la narrazione facendo riferimento alla predicazione di Gesù nella zona tra la Galilea e la Samaria, nel suo pellegrinaggio verso Gerusalemme, dove porterà a termine la sua missione secondo il piano di Dio (cfr. Lc 13,31).

L’esclusione degli “impuri”

Come imposto dalla legge, i dieci lebbrosi – dichiarati impuri – sono fuori dalla relazione con la comunità, sul limitare di una strada che entra in un villaggio non specificato: è lì che avviene l’incontro. Essi indirizzano grida a Gesù, ma invece di urlare “Immondo, Immondo”, come previsto dal Levitico (13,45), rivolgono una supplica a Gesù rivolgendosi a lui col titolo di “Maestro”, al pari dei discepoli.

“Abbi pietà di noi” era l’invocazione che ricorre nei Salmi con cui l’israelita invocava la fedeltà di Dio e la sua misericordia nei confronti di chi si trova nel bisogno.

Gesù non li tocca per guarirli, come fatto altre volte, ma li invia dai sacerdoti, che, come interpreti della Legge, avevano il compito di dichiarare puro o impuro un lebbroso dopo averlo esaminato. Guarito, il lebbroso poteva essere reintegrato nella comunità.

Proprio lungo la strada i dieci vengono guariti, purificati, così che possono essere reinseriti nella comunità; Luca riprende qui il modello del racconto di 2 Re 5,9-19 (prima lettura) in cui il siriano Naaman viene guarito a distanza e torna per ringraziare il profeta Eliseo, passando dalla riconoscenza alla fede.

Dalla salvezza alla fede

Luca non svela subito l’identità del lebbroso tornato indietro, ma sottolinea che uno solo vede la sua guarigione: non si tratta solo di essersi reso conto della guarigione ottenuta, ma significa soprattutto l’apertura alla fede del lebbroso che ora glorifica Dio, avendo riconosciuto in quanto accaduto l’agire provvidente di Dio.

Il guarito rende gloria a Dio “a voce alta” (v 15) e ringrazia Gesù con un gesto di prostrazione, affermando così implicitamente di avere riconosciuto l’identità messianica di Gesù. Egli – ci rivela Luca – è un samaritano, impuro quindi non solo per la lebbra ma disprezzato ed emarginato anche per la sua origine.

La portata universale della salvezza

Gesù rivolge a questo punto due domande retoriche in successione: tutti hanno beneficiato della salvezza, ma nove guariti non sono tornati; solo “lo straniero” è tornato a rendere “gloria a Dio”. Non basta la guarigione, essi sarebbero dovuti tornare perché per loro la guarigione implicava l’inizio di una nuova realtà attraverso un incontro, che non sono stati in grado di cogliere. Sono stati sanati, ma non si sono lasciati salvare.

Il riferimento con il termine “straniero” all’unico tornato indietro, rappresenta la sottolineatura della chiamata universale alla salvezza, che viene rimarcata dalla chiusura dell’evangelista: “Rialzati, va; la tua fede ti ha salvato”. È la fede che salva, non l’appartenenza a un popolo, una fede matura che non si riduce alla fiducia nel potere taumaturgico di Gesù, ma all’accoglienza della sua persona, all’entrare in relazione profonda con Lui che solo può salvare.

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