Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

Il papa crede nella divinità di Cristo?

Qualche giorno fa Eugenio Scalfari ha pubblicato sul quotidiano da lui fondato, «Repubblica», una nota in cui, parlando dei suoi colloqui con papa Francesco, ha “rivelato” che il pontefice, quando si intrattiene con lui «con la massima confidenza culturale», non ha difficoltà a spiegare che egli «concepisce il Cristo come Gesù di Nazareth, uomo, non Dio incarnato. Una volta incarnato, Gesù cessa di essere un Dio e diventa fino alla sua morte sulla croce un uomo».

A conferma di questa affermazione, il giornalista citava una conversazione in cui aveva discusso con Francesco il senso delle drammatiche parole pronunciate da Cristo durane la sua passione. «Quando mi è capitato di discutere queste frasi papa Francesco mi disse: “Sono la prova provata che Gesù di Nazareth una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtù, non era affatto un Dio”». L’esplicita negazione, insomma, dei mille anni di concili della Chiesa indivisa e del simbolo niceno-costantinopolitano (il “Credo”) che si recita la domenica in tutte le chiese.

È seguita, ovviamente, la smentita dalla sala stampa del Vaticano: «Come già affermato in altre occasioni, le parole che il dottor Eugenio Scalfari attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui avuti non possono essere considerate come un resoconto fedele di quanto effettivamente detto, ma rappresentano piuttosto una personale e libera interpretazione di ciò che ha ascoltato, come appare del tutto evidente da quanto scritto oggi in merito alla divinità di Gesù Cristo».

Ma per Scalfari è un’abitudine…

Non è, del resto, la prima volta che una simile situazione si verifica. Nel marzo 2018, nel resoconto di quella che veniva presentata da Scalfari come un’«intervista» al papa, si attribuiva a quest’ultimo – anche questa volta tra virgolette – l’affermazione secondo cui «non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici», le quali «non vengono punite», ma, se «non si pentono e non possono quindi essere perdonate, scompaiono». Una teoria fantasiosa e sicuramente in contrasto col dogma cattolico.

Anche allora la sala stampa, qualche ora dopo, spiegava che quanto riferito dall’autore nell’articolo era «frutto della sua ricostruzione», e non riportava «le parole testuali pronunciate dal Papa».

Gli equivoci di Scalfari sulle posizioni di papa Bergoglio in realtà risalgono ancora più indietro nel tempo, all’inizio del suo pontificato. Senza pretendere, questa volta, di riferire una conversazione privata, ma basandosi sui documenti e i discorsi di Francesco, il giornalista sosteneva che Francesco è un pontefice «rivoluzionario», perché «ha abolito il peccato». E lo fa, spiegava, «servendosi di due strumenti: identificando il Dio cristiano rivelato da Cristo con l’amore, la misericordia e il perdono. E poi attribuendo alla persona umana piena libertà di coscienza» («Repubblica» del 29 dicembre 2014).

Un’incomprensione che viene da credenti e non credenti

Alcune considerazioni vengono spontanee. La prima è che la svolta data da papa Francesco allo stile, più che al contenuto, del magistero pontificio, è stata e continua ad essere fraintesa da molti, siano essi non credenti, come Scalfari, siano essi credenti (come i tanti che pensano che l’attuale papa stia rompendo con la tradizione dottrinale del cattolicesimo).

Il prezzo di una maggiore fedeltà al vangelo

La seconda considerazione è che questo fraintendimento, paradossalmente, è dovuto non a un tradimento del messaggio evangelico, ma precisamente allo sforzo fatto da Francesco per essergli sempre più fedele. Ciò sta comportando la rottura con alcuni schemi mentali consolidati entro cui esso era stato coartato e che venivano (e vengono ancora) scambiati – da credenti e non credenti – per la “vera” dottrina cattolica.

Emblematica la sottovalutazione dell’umanità di Cristo, spesso ridotta, in passato, a una pura apparenza del suo essere divino. Si capisce perché sia potuto accadere che, insistendo su questa dimensione umana di Gesù, il papa abbia dato l’impressione a Scalfari (e non solo a lui) di negarne la divinità, quando invece voleva evidenziare che quest’ultima si dà – è il mistero dell’incarnazione – solo nella inquietante fragilità di un uomo torturato e crocifisso.

È lo stesso tipo di equivoco per cui, recentemente, in una comunità ecclesiale qualcuno ha pregato «perché i pastori parlino di Cristo, e non di immigrati». Senza rendersi conto che – in termini rigorosamente evangelici (cfr. Mt 25) – Cristo lo incontriamo non in cielo, ma proprio negli immigrati.

Coscienza e misericordia travisate

Un altro schema che papa Francesco ha contraddetto, attirandosi un’entusiastica approvazione (di non credenti) e una indignata disapprovazione (di credenti) egualmente infondate, è quello che sottovalutava il ruolo della coscienza e definiva il peccato in base all’osservanza o meno di regole rigorosamente oggettive. Ancora una volta, alcuni, come Scalfari, hanno esultato, mentre altri, come Socci & c., sono insorti, non rendendosi conto che il concetto di peccato non veniva affatto abolito, ma riportato al suo più profondo significato biblico di rottura della relazione con Dio e con i fratelli, di cui la coscienza soltanto, in ultima istanza, può rispondere.

In questa stessa prospettiva, l’insistenza di Francesco sulla misericordia è stata fraintesa. Da un lato, non ci si è resi conto che essa ha senso solo se si ammette l’esistenza di peccati e di peccatori da perdonare. Dall’altro, si perso di vista, si è accusato il papa di non subordinare questa misericordia alla conversione, dimenticando che nel vangelo quest’ultima è spesso il frutto e non la condizione del perdono.

Ma che immagine si aveva del cristianesimo?

La terza considerazione è che evidentemente in questi ultimi decenni – malgrado il concilio Vaticano II – l’immagine del cristianesimo e della Chiesa ampiamente dominante, sia tra i credenti che tra i non credenti, era tale da far apparire “eresie” ai primi e “rivoluzioni” ai secondi alcune prese di posizione di papa Francesco, che miravano soltanto a riscoprire nella sua genuina portata l’essenziale del vangelo. E da far credere a molti cattolici che sia perfettamente “cristiano” chi fa di Cristo una bandiera, sventolando il rosario e difendendo il crocifisso di legno nelle scuole, anche se poi rifiuta di riconoscerlo e rispettarlo negli immigrati e nei rom.

Un rischio sottovalutato

La quarta e ultima considerazione è che probabilmente papa Francesco, nelle sue scelte, ha sottovalutato il peso che questo contesto ecclesiale e culturale poteva avere nella corretta lettura del suo sforzo di rinnovamento della Chiesa e del messaggio evangelico. Da qui una certa noncuranza per i rischi connessi al quadro che abbiamo tracciato e forse, una certa imprudenza nell’esporsi ad essi.

Non posso non chiedermi, ad esempio, perché continuare a parlare personalmente di teologia con un giornalista che poi sistematicamente pubblicava sul suo quotidiano una versione distorta del colloquio – o almeno, perché non chiedere gentilmente, prima della pubblicazione, una preventiva rilettura comune (specie delle frasi tra virgolette!).

Il capo della Chiesa deve fare attenzione a quello che viene presentato alla sua gente come “detto dal papa”, perché ha il compito di evitare lo scandalo dei piccoli a lui affidati, anche se infondato. Senza dire che anche il consenso dei non credenti, se basato su un equivoco che snatura il messaggio cristiano, non giova a nessuno.

Il bisogno di indicazioni concrete

Allo stesso modo, bisogna evitare che le aperture pienamente condivisibili al ruolo della coscienza nelle scelte etiche vengano scambiate per concessioni al relativismo, come molti – dentro e fuori la Chiesa – hanno creduto. Ma per questo sarebbe forse necessario tradurre il principio generale in indicazioni più concrete, soprattutto relativamente a quell’accompagnamento ecclesiale che giustamente nell’Amoris Laetitia viene indicato come un antidoto al soggettivismo. In mancanza di questo, molti hanno pensato e dicono che ormai “anche il papa ha detto che non c’è nulla di male”…

In mezzo al guado

La Chiesa paga per il necessario sforzo di tradurre il suo messaggio e la sua stessa identità dai linguaggi del passato a quelli del presente. Probabilmente è ancora in mezzo al guado, troppo avanti agli occhi dei “conservatori”, ancora troppo indietro agli occhi dei “progressisti”.

Papa Francesco sta pagando sulla sua pelle questa difficilissima transizione. Gli uni lo accusano di una crisi della Chiesa che in realtà era inevitabile (e già in corso sotto i suoi predecessori) e che sarebbe stata ben più disastrosa senza le prospettive da lui aperte. Gli altri cercano chiassosamente di aggregarlo al loro carro, senza rendersi conto che il papa dev’essere il vicario di Cristo per tutti i cattolici.

Francesco, certamente, ha i suoi difetti e fa i suoi errori – a qualcuno ho appena accennato –, come tutti gli esseri umani. Ma ha avuto il coraggio di entrare nelle acque tumultuose e infide del cambiamento, con la consapevolezza che questo era ciò che Dio gli chiedeva. E di questo coraggio noi gli saremo sempre grati.

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5 Response Comments

  • Giampiero Tre Re  ottobre 12, 2019 at 7:10 am

    Tra i cattolici in Italia non vi è solo chi equivoca sulle aperture di Papa Francesco (che in realtà sono conciliari) ritenendole deragliamenti dottrinali rispetto ad una “tradizione” da essi malintesa e mummificata. Nell’arcipelago cattolico si trova davvero ogni sfumatura possibile circa queste presunte rotture di Papa Francesco col magistero dei suoi ultimi due predecessori (di questo davvero si tratta; il grosso pubblico, anche colto, non sa assolutamente nulla del credo della chiesa indivisa). In questo arcipelago troviamo anche chi si rallegra di queste presunte rotture dottrinali di Bergoglio vedendovi l’inizio di un processo di graduale smantellamento del “clericalismo” nella chiesa, fino alla definitiva abolizione della stessa costituzione gerarchica della chiesa: dalla disciplina del celibato ecclesiastico, al sacerdozio maschile, al sacerdozio ministeriale in sé. Ecco cosa è veramente un gioco in futuro. E Papa Francesco, così come prevedibilmente sempre più i suoi successori, si trova a fare da parafulmine di queste tensioni tra opposte ecclesiologie futuribili.

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  • Salvo  ottobre 12, 2019 at 12:54 pm

    Sig. Savagnone voi bergogliani gisutifixhereste il vostro profeta Bergoglio anche se bestemmiasse in piazza San Pietro dopo l’Angelus

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  • Salvo Coco  ottobre 12, 2019 at 3:52 pm

    Il pericolo reale è (e la storia della chiesa, anche recente, lo dimostra) non risiede nelle fughe in avanti (con non sono fughe ma figure prolettiche della chiesa che verrà) ma nelle resistenze che i settori conservatori oppongono alle riforme. Resistenze che non assumono solo il volto spavaldo e violento dei cardinali dubbiosi attorniati da quattro giornalistucoli (per tacere delle immonde complicità con i “sovranisti” ed il capitale internazionale), ma che si manifestano in maniera obliqua e “moderata” in quanti giocano con le parole e paventano il pericolo del “futuribile” e del “progressismo”. Discorsi pericolosissimi perché mirano a a fuorviare i termini della questione agitando fantasmi che “vivono” solo nei loro labirintici circuiti mentali. Discorsi pericolosissimi perché artatamente confondono le acque con lo scopo (di una evidenza palmare) di rallentare il dinamismo posto in essere dal concilio (prima) e riattivato da Francesco (dopo). Insidiosi discorsi che creano cortine fumogene (l’invenzione dei progressisti é una tipica frottola tradizionalista) dietro cui annodare ogni laccio e lacciolo per imbrigliare lo Spirito di una nuova Pentecoste. Quel clericalismo che da secoli si spende per sminuire e sottovalutare la grazia battesimale, per usare le parole di Francesco. Perché, una chiesa in uscita, deve ripartire dal battesimo, dal momento fondativo (dove tutti siamo uguali e tutti partecipiamo dei tria munera), in una sorta di “riduzione allo stato ecclesiale”, come auspica fratel Michael Davide in un suo recente libro. Senza questa riduzione il potere e l’abuso di potere clericale bloccherà ogni rinnovamento. E chi avverte che il suo secolare potere é in pericolo, si adopera in tutti i modi, anche quelli più subdoli, costi quel che costi, per mantenerlo.

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  • Cesare capitti  ottobre 13, 2019 at 12:15 pm

    Caro Giuseppe leggo costantemente le tue riflessioni sulla contemporaneità, condivido ma finora non ho commentato nulla. Tuttavia leggendo il post, non posso fare a meno di evidenziare in condivisione con le argomentazioni che hai tracciato. Il popolo di Dio viaggia su terreni privi di segnaletica, ha perso il senso delle proprie radici, il senso della propria vita. Scusami il pessimismo. Il santo Padre ha chiaro chi è il nemico da combattere, per cui lo scopo strategico perseguito, l’obiettivo tattico è quello di portare tutti gli uomini a Dio nel rispetto delle comunità non cristiane. Tutto ciò da molti non è compreso per cui è più facile attaccare che riflettere. I Cristiani devono lottare per il bene, si tratta di una lotta positiva, una lotta d’amore per la gloria di Dio, per il regno di Cristo, per l’edificazione della Chiesa e per l’identificazione personale con Cristo. Se così non fossi è cosa buona e saggia accorciarsi la lingua.

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    • laura maniscalco  ottobre 23, 2019 at 5:00 pm

      Ciao Cesare,non ci si vede da qualche tempo…come stai?
      Mi piacerebbe sapere a quale segnaletica tu ti riferisca…
      Io penso che essa sia quella che fa riferimento alla Sacra Scrittura e,visto che protestanti non siamo, grazie a Dio,al depositum fidei. Ora mentre io non sono nessuno, eminenti figure di teologi, laici e non, Presuli e presbiteri,dal Cardinale Muller a Mons Shneider,Mons. Bux,padre Livi,NON ULTIMO BenedettoXVI,(non dimentichiamo gli appunti di aprile) hanno in modalità diverse,(video,interviste,scritti precedenti o contemporanei all’attuale pontificato) e tempi diversi ,si sono espressi con chiarezza riguardo a parole e gesti di Francesco contrari all’insegnamento bimillenario della nostra fede.
      Ciò non rappresenta affatto una mancanza di rispetto alla figura del Papa bensì amore nei confronti di un popolo che rischia di andare fuori strada…(per rimanere in tema di segnaletica stradale)Devo dire che se non tollero epiteti offensivi nei confronti di papa Francesco parimenti non riesco a mandar giù l’ipocrisia che ne difende a spada tratta gesti e magistero di dubbia ortodossia.

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