Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Il testo del Vangelo

5Gli apostoli dissero al Signore: 6«Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: «Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe.
7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? 8Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»».

Una fede piccola come un grano di senapa

Il Vangelo di oggi affronta il tema intimo della fede, e rivela quanto poco comprendiamo il suo significato e la sua forza. Il paradosso del gelso trapiantato nel mare contrasta enormemente con il senso di impotenza di fronte alle vicende della vita, che ognuno di noi sperimenta. Cosa è mai questa fede, il cui granello può rendere possibile l’impossibile?

Il brano si inserisce in un discorso di Gesù sul perdono, in cui non viene posto limite alla possibilità di perdonare. I discepoli sono scoraggiati e disorientati nel comprendere questa parola, essendo il perdono un processo faticoso per tutti. Forse in questo clima di sconforto chiedono l’aumento della fede, un surplus di fede che renda comprensibile e attuabile quella parola.

Gesù, attraverso l’immagine dell’albero di gelsi trapiantato nel mare, “smonta” la domanda, ne rivela come un’ inesattezza di fondo. A una questione posta sulla quantità Egli risponde con una immagine di estrema piccolezza, il granello di senapa.

L’umiltà e la grandezza

Un primo aspetto che il granello evoca è sicuramente quello dell’umiltà: in altri passi del vangelo si parla di piccoli semi che dentro di sé contengono una misteriosa grandezza. Gesù stesso, in questo senso, è seme del Regno, anche se all’apparenza è solo un uomo galileo, figlio di falegname. Avere una fede umile, come un granello, significa quindi avere una fede non arrogante, non ostentata: essa si rivelerà capace di cose grandi.

Possesso e relazione

Una seconda considerazione sulla risposta di Gesù è relativa al modo stesso di intendere la fede. Quando si intende la fede come “possesso” e nella logica dell’accumulo, si perde il reale significato di essa. La fede, infatti, non si “ha” come qualità intrinseca ma consiste nello stare in un rapporto, il rapporto con Dio.

Esso può certamente crescere e migliorare, ma ognuno di noi ha contezza ed esperienza che, tante volte, un rapporto o “c’è” o “non c’è”, e che per “stare” in una relazione serve veramente quel poco, pochissimo che è la fiducia in essa, il desiderio di viverla. Solo questo renderà possibili le cose grandi, le cose impossibili che, se badiamo bene, a volte intravediamo sotto i nostri occhi, nelle vicende degli altri e nostre.

Un servizio libero dalla superbia

Segue, attraverso un esempio, l’immagine dei servi inutili. Ciò si collega, per contrasto, alla fede arrogante che cerca il riconoscimento. Farsi strumenti dell’opera di Dio non può coesistere con la superbia, né con l’idea che, finito un “lavoro” per il Regno, ci sia un terreno “franco” da altri lavori, in cui Dio e la fede non possono più esigere nulla da noi.

La relazione con Dio riempie la vita intera: con lui, con chi amiamo, siamo “sempre a lavoro”, e questo è naturale, è fonte di gioia, non è un “surplus” che rivendicare con orgoglio.

Liberi dal bisogno del contraccambio

Non è l’opera che svolgiamo per il Regno ad essere inutile: lo siamo noi nella misura in cui viviamo il servizio come naturale esito di un rapporto con Dio. È difficile pensarlo, perché l’amore umano cerca naturalmente il contraccambio.

Prestare servizio con la libertà di chi non aspetta una ricompensa è possibile soltanto se, in qualche modo, si “ha già ricevuto” all’interno di quel rapporto vitale e intenso che è la fede in Dio. Se non si resta attaccati e timorosi verso qualcosa da perdere, ma quando non si ha nulla da perdere, perché c’è stata un consegna totale a Dio.

La libertà e la gioia dell’opera dei “servi inutili”, è attorno a noi: nella vita dei santi e di tutti gli uomini che, silenziosamente e radicati in Dio, trapiantano grandi alberi nel mare. Non con la tracotanza dei “salvatori”, ma con l’esultanza dei salvati.

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