Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Luciano Sesta

Luciano Sesta

Luciano Sesta insegna Filosofia e Storia nei Licei Statali. È anche docente a contratto di Antropologia filosofica all’Università di Palermo e di Bioetica e Filosofia della Medicina presso Master e Corsi afferenti alla Facoltà Teologica di Sicilia e al Policlinico Universitario di Palermo. È codirettore della Rivista Studium Philosophicum e collabora con numerose riviste specialistiche. Ha pubblicato numerosi volumi nell’ambito dell’etica sociale, della bioetica e della filosofia morale.
Luciano Sesta

Il valore della natura

Nel dibattito sul disastro ecologico in corso in Brasile – con enormi distese di verde in fiamme e lo spettro degli interessi economici dei grandi coltivatori interessati a sfruttare le aree “liberate” dal fuoco – ci sono alcuni presupposti taciuti, i quali, una volta portati allo scoperto, scombinano i termini, un po’ scontati, in cui si sta svolgendo il dibattito stesso.

Dobbiamo rispettare la natura perché ha un valore in se stessa o soltanto perché ci conviene? 
La prima posizione è stata chiamata “ecocentrismo”, la seconda “antropocentrismo”.
Nell’ecocentrismo preserviamo la natura perché ha un valore a prescindere dagli interessi umani, nell’antropocentrismo, invece, la rispettiamo solo perché se non lo facessimo non potremmo né sopravvivere, né godere delle bellezze naturalistiche.
Questa seconda posizione non vieta ogni sfruttamento della natura, ma solo quello che porta a una sua indiscriminata distruzione. 

Perché ci serve

Ora, se il motivo per cui dobbiamo preservare l’Amazzonia è che essa rappresenta il “polmone verde” del mondo, allora la nostra posizione non è diversa da quella degli agricoltori che la vogliono disboscare.
Anche noi, come loro, guardiamo la natura solo in funzione di un nostro interesse.
Che quello dei coltivatori sia un interesse “capitalistico” mentre il nostro sia “ambientalistico” non è rilevante ai fini del carattere antropocentrico di entrambe le posizioni.
Gli interessi umani, infatti, sono al centro sia del primo che del secondo approccio.

L’ambiente, un lusso per consumatori pentiti

Si tratta, certo, di un’implicazione un po’ imbarazzante, perché nonostante tutte le proteste di questi giorni, sembra che ciò che ci sta veramente a cuore sia non l’Amazzonia ma i vantaggi umani di chi la abita (gli indios, gli agricoltori) o di chi, a distanza, avendo raggiunto un proprio livello di benessere grazie allo sfruttamento della natura, può ora permettersi di non volerla vedere più sfruttata.
È nota l’obiezione: l’ambientalismo sarebbe un lusso per benestanti che, dopo essersi accaparrate le maggiori risorse naturali del pianeta, non vogliono che adesso lo facciano anche i poveri.
Rimangano poveri, ma non tocchino la natura. Qui gli interessi umani diventano quelli di “alcuni esseri umani”.
È stata questa, peraltro, l’argomentazione usata dalle delegazioni della Cina e del Brasile a Kyoto nel 1997, quando i paesi più sviluppati e responsabili delle maggiori emissioni di Co2 avrebbero voluto fare pagare il prezzo del loro senso di colpa ai paesi in via di sviluppo. ”Ambientalismo” come privilegio per consumatori pentiti, insomma. 

Quanto considereremmo importante l’ambiente se noi non ci fossimo più?

E dunque?
Per chiarire la contrapposizione fra antropocentrismo ed ecocentrismo il filosofo Richard Routley ha ideato il “The Last Man Argument”.
Si può ipotizzare che sul pianeta terra sia rimasto un ultimo essere umano, che un attimo prima di morire può scegliere, pigiando il pulsante di un sofisticato dispositivo, se distruggere istantaneamente l’intero ecosistema, ormai privo di animali e composto soltanto di minerali e vegetazione. Se lo facesse, farebbe qualcosa di sbagliato? Se diciamo di sì, siamo coerentemente eco-centrici, se diciamo di no, siamo antropocentrici. 
Ma facciamola ancora più maliziosa e retoricamente efficace.
Se il medesimo essere umano stesse andando incontro a una morte atroce, con tre giorni di sofferenza insopportabile, sofferenza che potrebbe evitare solo pigiando il pulsante che, dopo la sua morte, distruggerebbe istantaneamente l’ecosistema fatto solo di vegetali e minerali, dovrebbe farlo o no?
Se lo facesse, sarebbe imputabile di “antropocentrismo”? E se sì, ci sarebbe in ciò qualcosa di male o no?

“La specie umana sta morendo”

Se è lecito evitare una propria sofferenza distruggendo tutte le piante e tutte le rocce per sempre, senza ulteriori conseguenze negative per nulla e per nessuno, allora chi in questi giorni titola “L’Amazzonia sta morendo”, sta in realtà dicendo: “La specie umana sta morendo”.
Salviamo l’Amazzonia per salvare noi stessi. E in questo, dico la mia, non c’è nulla di male, anzi.
Ma non si dica che non è antropocentrismo…
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