Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Il testo del Vangelo

3Uno della folla gli disse: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». 14Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
16Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante.17Egli ragionava tra sé: «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!». 20Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». 21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Una controversia

La pericope lucana di questa domenica è collocata al capitolo 12 e non ha alcun parallelo negli altri vangeli.

Il racconto prende avvio dalla domanda di un uomo tra la folla che si rivolge a Gesù come a un Rabbi, chiedendogli di farsi giudice rispetto a una questione di eredità: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità» (Lc 12,13).

La Torah prevedeva che alla morte dei genitori, per non disperdere il patrimonio familiare, i due terzi dell’eredità andasse al primogenito, che si assumeva l’obbligo di mantenere la vedova e le sorelle nubili (Dt 21,17. cf. 2Rs 2,11).

Cambio di prospettiva

Cristo non si fa coinvolgere da tale richiesta, perché la domanda che gli è stata posta è legata a dei criteri che non può accettare.

La risposta di Gesù chiarisce infatti a tutti che egli non segue i criteri di giustizia propri degli uomini, che conducono inevitabilmente alle divisioni e alle lotte, ma che è invece venuto a predicare la giustizia di Dio, capace di riunire e superare le divisioni.

Si tratta allora di chiedersi a chi appartengono i beni di questa terra: per il credente tutto appartiene a Dio che lo dona in eredita a tutti gli uomini. Da qui il richiamo di Cristo: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

Alle vere radici del problema

La pulsione all’accumulo è legata alla paura della morte: la paura della morte ci porta ad accumulare beni su beni, nella convinzione di conseguire in questo modo il pieno controllo sulla nostra vita e sul futuro.

Cristo invece ci insegna che l’unico modo per conservare la nostra vita è quella di donarla agli altri nell’amore.

Non è un disprezzo per le realtà materiali, dono di Dio destinato a tutti gli uomini, ma è apertura a una prospettiva che va al di là della realtà contingente (cfr. Tim 6,7-12).

L’angoscia dell’abbondanza

L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali, infatti, anche se un uomo si trova nell’abbondanza, questa non può essere il criterio per valutare la sua vita, anzi spesso proprio chi ha tutto prende in odio la sua vita (Cfr. Sir 2).

Apparentemente l’uomo che presenta la parabola è un uomo che gode del favore di Dio e il suo raccolto abbondante ne è segno; ma ecco che si mostra il suo tormento interiore: «Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti?».

La domanda angosciata su cosa fare, sembra paradossalmente essere la stessa che attanaglia il povero dinanzi la propria indigenza.

Dimenticare le relazioni

Davanti a tale interrogativo, l’uomo decide di aumentare il contenitore dentro il quale conservare tutte le proprie sostanze, perché nulla vada perduto ed egli solo possa godere di tale abbondanza.

Non c’è alcun riferimento ad altre persone quali moglie, figli, parenti, servi, ma soltanto a sé stesso e ai propri beni.

La sfera relazionale personale è completamente assente e non vi è alcun posto né per gli altri uomini né per Dio. Proprio Dio entra quindi in scena a giudicare la vita dell’uomo: «“Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Ciò che rimane della nostra vita

Dio chiede conto di come abbiamo deciso di vivere la nostra vita e ad emergere è la follia delle scelte di quest’uomo, che nella sua vita non è stato capace di costruire nulla che rimanga.

Non può portare nulla di tale abbondanza con sé. Ha vissuto come uno stolto perché ha dimenticato che la nostra vita ha un termine e che i nostri giorni hanno un fine.

Ha vissuto come stolto perché ha accumulato per sé, ma non ha prodotto beni che rimangono.

Ha vissuto come uno stolto perché ha sostituito Dio con un idolo: la falsa sicurezza delle ricchezze.

Non è un ammonimento solo per chi possiede molto, ma per tutti gli uomini continuamente tentati di accumulare per sé, perché possiamo scegliere di vivere una vita realmente umana, una vita di donazione alla maniera di Cristo Gesù.

«Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.» (Lc 12, 33-34).

(Visited 31 times, 8 visits today)

No Comment

You can post first response comment.

Leave A Comment

Please enter your name. Please enter an valid email address. Please enter a message.