Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Luciano Sesta

Luciano Sesta

Luciano Sesta insegna Filosofia e Storia nei Licei Statali. È anche docente a contratto di Antropologia filosofica all’Università di Palermo e di Bioetica e Filosofia della Medicina presso Master e Corsi afferenti alla Facoltà Teologica di Sicilia e al Policlinico Universitario di Palermo. È codirettore della Rivista Studium Philosophicum e collabora con numerose riviste specialistiche. Ha pubblicato numerosi volumi nell’ambito dell’etica sociale, della bioetica e della filosofia morale.
Luciano Sesta

Parlamentarismo o presidenzialismo?

29 Dec 1971, Rome, Italy — Senators and Deputies fill the flag-draped Chamber of Deputies to witness President Giovanni Leone (standing at second highest row of desks facing deputies) take the oath of office. — Image by © Bettmann/CORBIS

Ci lamentiamo, a torto o a ragione, della debolezza del premier.

Protestiamo, a ragione, nei riguardi di un parlamento “spaccato” e in disfacimento morale e politico.

Può essere interessante, ogni tanto, tornare indietro per capire meglio.

Durante i lavori dell’Assemblea Costituente, il 5 settembre 1946, con l’ordine del giorno Perassi, i padri costituenti si decisero in favore di un assetto repubblicano “parlamentare” piuttosto che “presidenziale”.

Scelta quasi scontata. Scelta giusta. E, direi, inevitabile, vista l’esperienza dalla quale si era appena usciti.

Debolezze del parlamentarismo

Trovo però intriganti le osservazioni allora fatte da Pietro Calamandrei, favorevole al presidenzialismo, perché avrebbe a suo modo garantito un governo più stabile e una responsabilità meno facilmente delegabile o scaricabile su dinamiche parlamentari ostruzioniste o di opposizione alla linea della maggioranza.

A chi si mostrava timoroso che un sistema presidenziale potesse nuovamente sfociare in esiti dittatoriali, Calamandrei replicava facendo notare che «in Italia si è veduta sorgere una dittatura non da un regime a tipo presidenziale, ma da un regime a tipo parlamentare».

Anche in Germania, in fondo, la dittatura non era nata da un’eccessiva concentrazione del potere, ma da parlamenti deboli e disorientati, che avevano lasciato via libera alle proposte più decise e spregiudicate.

Concentrazione del potere e dittatura

Insomma, per quanto possa sembrare strano, contro il rischio delle dittature un potere distribuito, come quello parlamentare, è meno gestibile di un potere concentrato, come quello presidenziale.

Quest’ultimo, infatti, è un potere che, presentandosi in quanto tale, è più facilmente riconoscibile e, dunque, controllabile.

Che oggi si parli tanto di “deriva neofascista” in un sistema basato sul parlamentarismo che, nel 1946, era stato concepito proprio per scongiurarla, è, mi pare, molto significativo. E sembra dare ragione alle argomentazioni di Calamandrei, poi archiviate con l’ordine del giorno Perassi.

Il rischio della dittatura della maggioranza

È vero, certo, che sistemi presidenziali come quello americano e russo, con Trump e Putin, non sono meno esposti a possibili abusi “autoritari”.

Tuttavia, il fatto che in entrambi i casi i presidenti siano eletti direttamente dal popolo rende più difficili simili abusi, a meno di non considerare il presidente “autoritario” come uno strumento con cui la maggioranza esercita la sua “dittatura” sulla minoranza.

Proprio la presenza di un parlamento, in tal caso, dovrebbe scongiurare il pericolo, ricordando che l’essenza della democrazia non è il piatto criterio della maggioranza in caso contrario in parlamento non dovrebbe sedere alcuna “opposizione” ma, almeno nei sistemi costituzionali, il rispetto dei diritti delle minoranze.

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