Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Il testo del Vangelo

1Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». 2Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:

Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
3dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
4e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».

5Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: «Amico, prestami tre pani,6perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli», 7e se quello dall’interno gli risponde: «Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani», 8vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
9Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto.10Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.11Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? 12O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?13Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Il Vangelo di oggi parla della preghiera e dell’idea che l’uomo ha di Dio. Il modo in cui si prega, infatti, rivela grandemente “chi è”, ai nostri occhi, il Dio che stiamo pregando.

Dialogo con Dio

I discepoli si accorgono che Gesù non prega come loro, al punto da chiedergli un insegnamento in merito. Già la lettura dell’Antico Testamento di questa domenica ripercorre il dialogo tra Dio e Abramo riguardo la città di Sodoma, preparandoci alla parola del Vangelo: la preghiera è proprio dialogo tra Dio e l’uomo, non un rito o un evento magico. Essa è “combattimento” con Dio, dove con questo intendiamo il percorso, talvolta accidentato, di conoscenza di Dio, del Suo pensiero; quel dialogo grazie al quale Egli si rivela e noi possiamo provare a “capirlo”.

Interrogarci sulla preghiera è arduo e ci pone tante domande: dato che Dio sa di cosa abbiamo bisogno, perché chiederlo? Cosa significa realmente questo “dialogo”, tanto diverso dai nostri?

Quale Dio?

Queste domande, di fatto, rivelano già un’idea di Dio lontano, un Dio “erogatore di servizi”: idea che Gesù oggi viene a ribaltare, consegnando agli uomini il Suo volto di Padre.

La preghiera che ci è insegnata ci apre proprio a questo: a un Padre amorevole, oltre che Santo e regale, che ci tiene nella Vita, donandoci il pane, che ci perdona e ci invita a perdonarci a vicenda, alla responsabilità e alla libertà. Un padre che cerca la relazione con noi, unica fonte in grado di vivificarci, di renderci liberi, di umanizzarci. Allora il centro della preghiera non saremo più noi, con i nostri bisogni che devono essere colmati (già noti a Dio dall’eternità), ma che questo incontro vitale con Lui avvenga.

Insistenza

È interessante notare che Gesù, in riferimento alla preghiera, parli dell’insistenza e dell’uomo importuno. Anche nella prima lettura emerge un’idea della preghiera come “patteggiamento”, in cui è come se Abramo fosse più misericordioso di Dio stesso, nei riguardi di Sodoma. Ciò non deve sottintendere la figurazione di un Dio “da convincere”, che deve darci quello che già vogliamo, bensì un Dio con il quale scoprire, pazientemente e “insistentemente”, quello che desideriamo realmente e da cui attingere il pane spirituale da offrire e condividere con gli amici che giungono a noi (Lc 11,6).

È Gesù stesso a dire che anche noi, nella nostra “cattiveria”, nel nostro peccato, capiamo l’amore di Padre, che dà le cose buone ai figli. Perché non siamo in grado si pensare a Dio in questo modo, e preferiamo vederlo come un “padrone”, a cui estorcere benefici?

Relazione vitale

Parlare con Dio, “importunarlo”, dire quello che abbiamo dentro, anche se Lui ben sa “quello che c’è nell’uomo” (Gv 2,25), è fondamentale, a costo di chiedere per tutta una vita le cose sbagliate: è la relazione che ci tiene nell’essere, che non ci fa morire. Questo lo sperimentiamo già, in piccolo, nelle nostre relazioni: quanto è importante (e faticoso e liberante) aprirsi all’altro, raccontarsi, tirare fuori quello che ostinatamente vogliamo nascondere nel nostro cuore.

La vicinanza dialogica di Abramo con Dio diventa un modello per noi: mentre chiediamo quello che riteniamo giusto, scopriamo che quella giustizia e quella bontà sono già in Dio; chiedendo capiamo ciò che realmente desideriamo e, lentamente, ci si dispiega la volontà di bene che Egli ha per noi.

Il percorso di una vita

C’è, infatti, una distanza tra quello che chiediamo e quello che realmente desideriamo, tra noi e il nostro desiderio. Questa distanza è percorsa nel cammino di preghiera, e dura una vita intera. Perché (solo) il padre sa ciò di cui abbiamo veramente bisogno (il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose – Mt 6,32).

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