Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Maurizio Muraglia

Maurizio Muraglia

Maurizio Muraglia insegna Lettere in un Liceo di Palermo. In qualità di esperto di questioni educative e didattiche svolge attività di formatore per docenti ed è presente nelle riviste specializzate. E’ opinionista dell’edizione siciliana di “Repubblica” sui temi della scuola. Gestisce il blog su scuola, didattica e letteratura https://mauriziomuraglia.com/
Maurizio Muraglia

 

L’inattualità del Contemplare

Il titolo di questa rubrica ne ha sempre orientato il lettore a capire se Dante ha ancora qualcosa da dire al nostro tempo. Lavorare sul Paradiso significa lasciarsi sfidare dal rischio che il lettore resti deluso.

E la lettura di questo canto XXXI da questo punto di vista rischia più di tutte le altre. Perché? Perché qui si tratta del Contemplare. E il contemplare non mi pare proprio all’ordine del giorno delle nostre vite, men che meno – almeno in apparenza – delle vite dei ragazzi.

Ma lasciamoci condurre dal canto per esplorare il rischio di una lettura anacronistica.

Empireo: sede della Bellezza

Dante e Beatrice sono già pervenuti, dal canto precedente, nell’Empireo, che sta al di là dei nove cieli che ruotano attorno alla terra. L’Empireo è il cielo sereno che davvero riceve nel modo più diretto la luce da Dio. È il luogo senza tempo, in cui anche le residue tracce del Tempo e della Storia, presenti attraverso i nove cieli, lasciano spazio alla beatitudine del contemplare.

È la città celeste delle Scritture? No. In Dante è un meraviglioso fiore, la candida rosa, il luogo in cui vivono i beati di ogni tempo. Un fiore delicato e profumato che si nutre della pace e dell’amore veicolati da angeli che fanno su e giù tra Dio e la rosa. È un itinerario incessante che crea armonia e bellezza:

Questo sicuro e gaudioso regno,
frequente in gente antica e in novella,
viso e amore avea tutto ad un segno
Spettacolo della concordia e della gioia.

Anche Dante è felice. E da questa felicità chiede a Dio: guarda qua giuso a la nostra procella! Guarda alla nostra tempesta quotidiana.

Per i primi 57 versi Dante vive l’estasi della Bellezza. Quel luogo risponde a bisogni profondi dell’umano.
Aneliti alla pace, al riposo dell’anima, all’unità interiore, alla comunione di intenti con gli altri. Alla Bellezza che fa riposare lo sguardo.
Aneliti permanenti, magari dimenticati, ma certamente agenti nel profondo e capaci di rivelarsi improvvisamente nell’esistenza quotidiana.

La scomparsa di Beatrice

Poi a Dante accade di non trovare più la sua Beatrice. Come Virgilio al termine del Purgatorio, Beatrice è scomparsa, e al suo posto compare Bernardo di Chiaravalle, grande mistico medievale vissuto nel XII secolo.

E “Ov’è ella?”, sùbito diss’io.
Ond’elli: “A terminar lo tuo disiro
mosse me Beatrice del loco mio;

Dante la cerca ancora. Ma Beatrice ha mosso Bernardo perché Dante possa portare a compimento il suo desiderio di vedere Dio. Perché Bernardo ha un rapporto speciale con Maria, che darà il suo assenso all’ultima tappa del viaggio.
Maria aveva già mosso Beatrice verso Dante, ora Beatrice restituisce il suo amato a Maria. Circolazione di affetti e di custodia, per la quale ciascuno è al servizio della gioia dell’altro.

Qui è il momento più delicato del canto. Bernardo invita a Dante a guardare in alto. Beatrice è tornata nel suo trono, e da lassù lo guarda. Senza rispondere sollevai gli occhi e la vidi splendente dei raggi divini.

«O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,

di tante cose quant’ i’ ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.

Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’ i modi
che di ciò fare avei la potestate.

La tua magnificenza in me custodi,
sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi».

Donna che alimenti la mia speranza e che hai accettato per salvarmi di passare dall’inferno, riconosco che solo per amore tuo ho avuto il privilegio e la capacità di vedere tutto quel che ho visto.
Mi hai liberato dalla mia schiavitù in tutti i modi possibili. Custodisci in me la tua generosità, affinché la mia anima, che hai guarito, possa lasciare il corpo in modo che essa possa ancora piacere a te.

Beatrice è il concentrato della capacità umana di prendersi cura senza risparmio di energie e senza aver paura di sporcarsi, del desiderio profondo di condurre chi si ama verso la pienezza dell’essere. Sono le ultime parole che Dante rivolge alla donna che lo ha reso profondamente umano. La risposta, da lontano, è un semplice sorriso. Bellezza del non dire e dell’amare senza dire.

Bernardo: il maestro della Gloria

Se Beatrice è maestra della Grazia, Bernardo è maestro della Gloria. È colui che insegna a contemplare. Dante non ha più il compito di capire, di esplorare, di confrontare: vola con li occhi per questo giardino. Volare con gli occhi. E questo volare con lo sguardo attraverso l’Empireo vuol dire vedere la gioia diffusa dappertutto: più di mille angeli festanti…..vidi ridere una bellezza, che letizia era ne li occhi a tutti li altri santi.

Ma tutto questo è orientato. Dante guarderà tanto che veggi seder la regina/cui questo regno è suddito e devoto. É Maria la meta. Maria è la regina della candida rosa. Ed il canto si concluderà con gli occhi di Dante “fissi e attenti” a lei.

Il teatro della gioia

La contemplazione è la capacità di sostare nella Bellezza sentendo il proprio essere privo di tensioni verso il Passato e verso il Futuro. È il potere del Qui e Ora, che rende l’anima leggera e capace di assaporare, attraverso tutti i sensi, il trionfo dell’essere.

Questo è il Paradiso dantesco. Percepire che tutto quel che circonda è Accoglienza allo stato puro. Ma non un accoglienza indifferenziata. Gli attori di questo teatro della gioia hanno ruoli diversi: i beati sono memoria della vita nel tempo e nella storia, gli angeli veicolano gioia pura che proviene dall’Essere senza tempo, Beatrice è lo scrigno di tutto l’amore umano possibile (sublimato sì, ma tale perché è stato anche passionale), Bernardo è chi insegna ad assaporare le cose belle. E infine Maria, che è la porta verso la pienezza assoluta. Non la perfezione: la pienezza, che è altra cosa.

Ma occorre non banalizzare. Non siamo davanti né all’Idillio né al Mondo Ideale (come vorrebbero i nostri spot patinati). C’è di mezzo un uomo che conosce sulla propria pelle la cattiveria umana. Che ha combattuto per le proprie idee e che ha preso coscienza dei propri vizi profondi: principalmente l’orgoglio, l’ira e la superbia intellettuale. Siamo davanti ad una profonda conquista dell’anima, che proviene da altrettanto profonde ferite storiche ed esistenziali.

L’approdo di tutto questo è un luogo in cui trionfa ciò che non è sotto il controllo umano. Tutto quel che Dante vive gli “avviene”. La candida rosa e gli angeli compaiono perché Dante vi è stato condotto, Beatrice scompare, e compare Bernardo senza che Dante lo abbia progettato, Maria irrompe nello sguardo di Dante perché è Bernardo che ve lo conduce. Che significa tutto questo? Semplicemente che la vita in fondo non è che un trascorrere dal tempo in cui credi che tutto dipenda da te a quello in cui capisci che nulla dipende da te.

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