Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

Un periodo travagliato

A chi sperava che il vertice sulla pedofilia dei preti avrebbe chiuso una stagione turbolenta della vita della Chiesa, consentendo una ripresa della routine, sfuggiva, evidentemente che, nel bene e nel male, questo incontro era inevitabilmente destinato ad aprire un “vaso di Pandora” le cui ricadute vanno ben oltre la questione specifica da cui esso è nato.

Già a proposito della questione della pedofilia, peraltro, le notizie provenienti dall’Australia – l’arresto del card. Pell, le accuse rivolte a uno dei partecipanti al summit, l’arcivescovo di Brisbane – lasciano capire quanto sarà lunga la scia negativa di ciò che è accaduto nel passato.

L’assurda accusa a papa Francesco

Perché, non dimentichiamolo, del passato qui si tratta. Francamente sorprendono – per non dire che offendono l’intelligenza dei credenti – le dichiarazioni dei cardinali Raymond Leo Burke e Walter Brandmueller alla vigilia del vertice, in polemica con la linea di papa Francesco: «La negazione, anche pubblica, nelle parole e nei fatti, della legge divina e naturale sta alla radice del male che corrompe certi ambienti della Chiesa».

Seguiva l’appello ai presidenti degli episcopati nazionali: «Vi incoraggiamo ad alzare la voce per salvaguardare e proclamare l’integrità della dottrina della Chiesa» in un momento in cui «il mondo cattolico è disorientato e si pone una domanda angosciante: dove sta andando la Chiesa?».

Dove si chiude gli occhi sull’evidente verità che i casi di pedofilia di cui oggi dobbiamo chiedere perdono sono tutti riferiti agli anni precedenti al pontificato di Francesco, quelli in cui il mondo cattolico non poteva certo essere «disorientato» dalle dottrine dell’Amoris laetitia e aderiva senza incertezze alla «legge naturale e divina».

L’attuale pontefice, come del resto il suo predecessore Benedetto, hanno solo avuto il coraggio di prendere atto di una malattia di cui non sono certo stati la causa, ma i medici, e negare la quale sarebbe stato motivo di una ulteriore perdita di credibilità della Chiesa.

Quanto all’accusa delle associazioni delle vittime – «si sono dette solo parole» –, si può capire la loro ansia di vedere puniti, finalmente, coloro che avevano causato o permesso gli abusi, ma l’incontro dei giorni scorsi non era un tribunale incaricato di pronunziare sentenze e comminare pene sui casi particolari, bensì un momento di verità e di risoluzioni per il futuro.

La corruzione dei preti

Ma il vertice del Vaticano sulla pedofilia non poteva non aprire un discorso più ampio sulla Chiesa. È vero che il maggior numero di abusi su minori si verifica nell’ambito delle famiglie, ma è vero anche che la comunità cristiana avanza la pretesa inaudita di prolungare la presenza e la stessa persona di Gesù Cristo nella storia.

Non può dunque permettersi di cadere nelle stesse perversioni che minacciano altre istituzioni. E, se ciò accade, è legittimo – anzi necessario – chiedersi come mai ciò possa essere accaduto.

Tanto più che a macchiarsi di queste orrende violenze su creature indifese sono stati non i laici, i semplici membri del popolo di Dio, ma i suoi capi, le sue guide, sacerdoti e vescovi.

Nella Lettera al popolo di Dio, indirizzata da papa Francesco nello scorso agosto a tutta la comunità cristiana in relazione allo scandalo della pedofilia, egli citava le parole del cardinale Ratzinger durante la Via crucis precedente la sua elezione, il Venerdì Santo del 2005: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!» (Nona Stazione).

Non solo reprimere, ma prevenire, andando alla radice

Siamo davanti a una emergenza spirituale ed etica che va oltre i confini di un singolo problema, per quanto grave, come può esserlo quello della pedofilia, e nei cui confronti non basta un atto penitenziale.

È necessario non solo denunciare, non solo reprimere, ma prevenire la piaga della pedofilia. Non basta individuare e denunciare i preti pedofili, non basta punirli: bisogna che non ci siano più preti pedofili.

Il clericalismo come delirio di potere

Ma, se si vuole passare dal livello della denunzia a quello della prevenzione, è necessario allargare l’orizzonte. Già Benedetto parlava di «superbia» e di «autosufficienza» tra i sacerdoti.

Francesco, nella Lettera al popolo di Dio, ha dato un nome a questa deviazione profonda e l’ha identificata con «un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa (…) quale è il clericalismo», collegandola espressamente a tutte le forme di abuso, non solo sessuali, che implicano un primato della logica del potere.

Perché di delirio di potere si tratta quando qualcuno esercita un dominio assoluto sul corpo di una persona più debole, in nome della propria autorità sacra; così come è stato il potere in gioco quando si è trattato di costringere al silenzio le vittime di queste violenze, usando questa stessa autorità per tacitarle.

C’è un legame segreto tra il piacere del potere e quello del sesso. Un detto siciliano, riferito al fenomeno mafioso, recita. «U’ cumannare è megghiu ’ru futtere».

E c’è da sospettare che l’ebbrezza del dominio, per alcuni preti, rappresenti un sostituto e una sublimazione di quella a cui il celibato chiede di rinunziare.

Ne vediamo spesso le manifestazioni nella prassi quotidiana (per fortuna in forme meno drammatiche e patologiche) nel parroco che dice: «Qui comando io! Se non ti va, puoi andartene!» o nel rifiuto di accettare le legittime critiche dei fedeli da parte di un pastore permaloso, che le considera lesive della sua autorità.

Il mancato rinnovamento dopo il Concilio

Sta di fatto che, dopo il Concilio, al ridimensionamento del primato esclusivo della gerarchia ecclesiastica, operato nella Lumen Gentium puntando sul primato del «popolo di Dio», non ha fatto seguito un’adeguata redistribuzione dei ruoli di autorità (che è cosa molto diversa dal potere).

I silenzi, gli insabbiamenti – ma, più a monte, le stesse violenze fisiche e psichiche – che in tutti questi anni hanno caratterizzato il fenomeno della pedofilia, sono stati perpetrati non da laici e da laiche, ma da ecclesiastici che interpretavano e presentavano la loro autorità come alibi per il loro sfrenato potere.

Ci dispiace per i cardinali Burke e Brandmueller, ma questi sono i fatti. L’omosessualità, che comunque non va confusa con la pedofilia, può essere un altro effetto di questa situazione, non la causa.

E su questa causa ora la Chiesa deve intervenire, rinnovando profondamente i suoi stili relazionali e il suo assetto comunitario, e non limandosi a vigilare sui preti pedofili.

 Lo scandalo della pedofilia come occasione per cambiare

Forse, da questo punto di vista, lo scandalo della pedofilia, in sé dolorosissimo, può diventare un’occasione per una conversione radicale che dovrebbe coinvolgere, al di là del problema specifico, tutti gli ambiti della vita ecclesiale, dando finalmente autorità anche alle donne, finora troppo spesso oggetto del potere degli uomini (anche il papa ha menzionato un tema che dovrebbe costituire un capitolo fondamentale di questa revisione degli stili ecclesiali, quello dello sfruttamento delle suore da parte di preti e vescovi).

E sembrerebbe andare in questa direzione quanto Francesco ha detto, durante il summit, sull’importanza della figura femminile e sulla stretta relazione che essa ha con la Chiesa.

Ma anche nella Evangelii gaudium aveva detto qualcosa di simile, e nulla è cambiato. Non si tratta di farle diventare preti: esigerlo come condizione imprescindibile di emancipazione delle donne significa avallare l’idea, assolutamente clericale, che per avere autorità nella Chiesa si debba essere presbiteri. I laici e le laiche devono poter contare di più proprio in quanto laici e laiche!

Il cambiamento appartiene al popolo di Dio

Per questo dobbiamo tutti batterci coraggiosamente. Il vertice può costituire un inizio. A patto però che non ci limitiamo a scaricare tutto il peso del rinnovamento della Chiesa su papa Francesco, come spesso è avvenuto. Da solo non può farcela.

Lo ha detto lui stesso nella Lettera al popolo di Dio (eloquente già per i destinatari a cui è rivolta): «E’ necessario che ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno. Tale trasformazione esige la conversione personale e comunitaria (…). È impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio».

Sì, il vertice sulla pedofilia forse non è stato solo un coraggioso atto penitenziale; forse può costituire un inizio, se noi – tutti noi – sapremo proseguire nella direzione che ci ha indicato.

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2 Response Comments

  • Andrea Volpe  marzo 1, 2019 at 6:22 pm

    Carissimo Giuseppe, assolutamente d’accordo con te e apprezzo moltissimo questo tuo coraggioso articolo. Oggi è il momento di esprimere forza e coraggio: le dimissioni di Benedetto XVI e l’apertura del “vaso di Pamdora” di tutti gli scandali precedenti a Papa Francesco impongono ai fedeli di Cristo l’onere della denuncia e di uscire dall’ambiguità del “politically correct” sciorinato per nascondere la realtà. Se qualcuno riterrà utile anche il mio contributo, io ci sarò per il “bene vero” della Chiesa attuato alla luce del Cristo, senza calcoli utilitaristici e di carriera!

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  • Michela Montante  marzo 15, 2019 at 12:06 pm

    Come al solito, un grazie di cuore. Noi Cattolici abbiamo il compito di trovare i mezzi necessari per aiutare la Chiesa-il mondo a vivere nella verità .

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