Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Andrea Volpe

Andrea Volpe

Di professione ingegnere. Poi dottore in Teologia Dogmatica, Sezione Studi Biblici, titolo conseguito presso la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia. Socio presso Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale (ATISM). Socio Ordinario presso Associazione Biblica Italiana (ABI). Impegnato nelle attività pastorali della Diocesi di Palermo.
Andrea Volpe

Parresia e servizio.

Nel Capitolo IV dell’Esortazione Apostolica “GAUDETE ET EXSULTATE” Papa Francesco illustra cinque grandi manifestazioni della santità nel mondo attuale.

Dopo aver parlato della mitezza e della gioia della santità, parla del fervore della santità e al n.129 così esordisce: «la santità è parresia1: è audacia, è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo mondo».

La parresia, che Papa Francesco considera appunto una forma di santità, proprio perché strettamente connessa alla capacità di annunciare il Vangelo, nella Bibbia esprime la libertà di un’esistenza aperta alla missione e disponibile al servizio dei fratelli.

Al n. 130 il Papa sottolinea: «Quante volte ci sentiamo strattonati per fermarci sulla comoda riva! Ma il Signore ci chiama a navigare al largo e a gettare le reti in acque più profonde (cfr Lc 5,4). Ci invita a spendere la nostra vita al suo servizio. Aggrappati a Lui abbiamo il coraggio di mettere tutti i nostri carismi al servizio degli altri».

Una Chiesa “ospedale da campo”

La Chiesa che siamo chiamati a vivere oggi è una Chiesa aperta, che non solo è nel mondo, ma che addirittura lo cerca. La Chiesa secondo il Papa oggi è chiamata ad essere ospedale da campo2.

In questa bellissima intervista, che è il proclama di tutto il suo pontificato, egli così si esprime:

«Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso. La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ha salvato!”. E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia».

Ampliare i confini dell’annuncio, rinnovarne le modalità

La globalizzazione e la pervasività dei sistemi di comunicazione oggi consentono nuove modalità di evangelizzazione e caratterizzano un rinnovato kairòs, cioè un ritrovato “tempo di grazia”, nelle possibilità di trasmettere la fede.

In qualche modo oggi la Chiesa si trova di fronte ad una decisione simile a quella presa dalla Chiesa primitiva, quando, nel cosiddetto Concilio di Gerusalemme del 48 d.C. (At 15,1-33), si stabilì di dilatare l’annuncio del Vangelo al di fuori dei confini religiosi ebraici per estenderlo ai gentili, cioè ai popoli pagani, senza farli passare preventivamente dalla “circoncisione”.

Dio, per la implicita dinamica della Creazione e dell’Incarnazione, ci chiede sempre di allargare i confini dell’annuncio evangelico.

Oggi la Chiesa, che ha a cuore il dialogo con il mondo e l’annuncio del Vangelo, trova, nei nuovi strumenti di comunicazione e di socializzazione diffusa, nuovi mezzi e inedite opportunità.

È ancora Papa Francesco a evidenziarlo nel “DISCORSO ai PARTECIPANTI alla PLENARIA della SEGRETERIA per la COMUNICAZIONE del 4 maggio 2017, sottolineando la necessità di «studiare criteri e modalità nuovi per comunicare il Vangelo della misericordia a tutte le genti, nel cuore delle diverse culture, attraverso i media che il nuovo contesto culturale digitale mette a disposizione dei nostri contemporanei».

I pericoli dei nuovi mezzi di comunicazione

Certamente Papa Francesco è anche consapevole dei pericoli: una situazione così innovativa può comportare anche problemi difficili. Ancora nell’Esortazione Apostolica “GAUDETE ET EXSULTATE” egli mette in guardia da alcuni di questi pericoli. Al n. 115 scrive: «Anche i cristiani possono partecipare a reti di violenza verbale mediante internet e i diversi ambiti o spazi di interscambio digitale. Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui. […]. È significativo che a volte, pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: «Non dire falsa testimonianza», e si distrugga l’immagine altrui senza pietà».

Qui è importante sottolineare che, come nel miglior stile di Papa Francesco, Egli comincia dalle cose di casa nostra, cioè dagli stessi media cattolici, e con riferimento specifico all’ottavo comandamento, cioè alla mancanza di chiarezza e sincerità di intervento, di cui persino Lui è talvolta vittima.

Non fuggire l’innovazione

L’altro aspetto decisivo è che, malgrado questi pericoli, il Papa non invita a disertare i media e i social, ma semplicemente ad usarli correttamente.

Singolare e soprattutto significativo è il fatto che quando si va sulla pagina personale di Papa Francesco sul sito della Santa Sede, si vede scorrere l’ultimo tweet del Papa, a testimoniare la sua stessa condivisione del ricorso ai social.

I nuovi orizzonti, aperti grazie all’utilizzo dei nuovi sistemi mediatici di evangelizzazione, potrebbero condurre ad un nuovo rapporto Chiesa-mondo e alla considerazione del mondo non come realtà separata se non opposta alla comunità ecclesiale, ma come il contesto in cui la missione evangelizzatrice può esplicarsi con piena efficacia.

In effetti la fede non è un tesoro da custodire nascosto, ma denaro da investire nel mondo per la realizzazione del Regno di Dio (cfr Mt 25,14-30).

Un modello di Chiesa più autentico: essere come il lievito

La nuova possibilità di rapportarsi tra Chiesa e mondo impone anche una rivisitazione del modello di Chiesa, nel senso di un ritorno al paradigma evangelico del Regno di Dio, compreso mediante la similitudine del lievito utilizzato nella preparazione del pane, ed usata da Gesù per raffigurare la trasformazione del mondo grazie all’annuncio evangelico e all’opera dei fedeli cristiani compresi come lievito disperso nella pasta da fermentare (Mt 13,33; Lc 13,20-21).

La “Chiesa in uscita” (cfr EG 20-24), che sogna Papa Francesco, dovrebbe sempre più calarsi e fondersi con la societas, che è chiamata a servire, e per questo ci sarà sempre più bisogno di “cristiani scelti”, che, conformemente al dettato evangelico, facciano lievitare la pasta della speranza cristiana.

Le radici del rinnovamento

Una felice intuizione ecclesiale già il 2 febbraio 1947 aveva portato alla promulgazione della Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia da parte di Pio XII, che canonicamente riconosceva ed istituiva gli Istituti Secolari come «Le società, clericali o laicali, i cui membri, vivendo nel mondo, professano i consigli evangelici per acquistare la perfezione cristiana e per esercitare pienamente l’apostolato […]» (Art. 1).

Con la promulgazione della Provida Mater e l’autorizzazione canonica degli Istituti Secolari in generale già allora si pervenne al cambio nel modo di approcciare la questione della missione nel secolo da parte della Gerarchia ecclesiastica: l’operazione sottesa, forse ancora inconsapevole, fu la riscoperta di un modello di Chiesa come comunione spirituale che veniva accostato al modello di Chiesa come istituzione.

Questa è stata un’operazione formidabile, illuminata dallo Spirito: in nuce qui si assiste a quel cambio di paradigma che darà i suoi frutti più maturi nel corso del Concilio Vaticano II (1962-1965), che però sarà ancora più spostato sul più ampio fronte del laicato.

Lo stesso Pio XII volle dare un indirizzo più deciso a questo percorso con il Motu Proprio Primo Feliciter del 12 marzo 1948.

Qui il Romano Pontefice, verosimilmente accogliendo le sollecitazioni di uno dei pionieri degli Istituti secolari che fu Padre Agostino Gemelli, si espose fino al punto da affermare: «Questo apostolato, che abbraccia tutta la vita, suol essere sentito sempre così profondamente e così sinceramente in questi Istituti, che coll’aiuto e la disposizione della Divina Provvidenza sembra che la sete e l’ardore delle anime non abbia dato soltanto la felice occasione alla consacrazione della vita, ma che in gran parte abbia imposto il suo ordinamento e la sua fisionomia particolare; e che in modo meraviglioso il così detto fine specifico abbia richiesto e creato anche quello generico. Questo apostolato degl’Istituti Secolari, non solo si deve esercitare fedelmente nel mondo, ma per così dire con i mezzi del mondo, e perciò deve avvalersi delle professioni, gli esercizi, le forme, i luoghi e le circostanze rispondenti a questa condizione di secolari» (art. II, 6).

Il Concilio Vaticano II e i laici

Il Concilio Vaticano II, nell’ambito di una ritrovata visione di Chiesa come comunione, avvertì l’urgenza di sdoganare il ruolo dei laici e lo fece in modo mirabile al n. 31 della Lumen Gentium, assegnando a questi un protagonismo quasi esclusivo nei rapporti con il secolo: «Col nome di laici si intende qui l’insieme dei cristiani ad esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano. Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici».

Un’ecclesiologia fondata sulla comunione, e il superamento del dualismo chiesa-mondo

In effetti, tra laici e consacrati secolari non ci può essere che convergenza virtuosa, perché è proprio il mondo laico, il cosiddetto “secolo”, a trovare giovamento e supporto decisivo alla loro missione nei fratelli e nelle sorelle degli Istituti Secolari, che sono in grado di fornire quei sussidi che, per proprio statuto, questi ultimi sono chiamati a fornire3.

Un’ecclesiologia, così fondata sulla comunione, si affranca da una chiusura ecclesiologica difensiva, supera la conflittualità Chiesa-mondo e, in un moto di apertura e condivisione autenticamente cristiano, individua nella secolarizzazione ecclesiale non un terribile male da contrastare, ma un’opportunità, un kairòs donato alla Chiesa, in cui Essa, immergendosi e con l’efficacia dei nuovi strumenti di evangelizzazione, può dar vita ad un dialogo che i “segni dei tempi” ancora una volta impongono.


1 Parresia, dal greco παρρησία, non è tanto la libertà di parola, quanto la virtù di esser franchi e sinceri nell’esprimersi. Questo concetto ricorre frequentemente nel testo greco del Nuovo Testamento per indicare il coraggio e la sincerità della testimonianza evangelica ed anche la fiducia nell’azione divina (At 4,29; 9,28; 28,31; 2Cor 3,12; Ef 3,12; Eb 3,6; 10,19).

2INTERVISTA A PAPA FRANCESCO di Antonio Spadaro su LA CIVILTÀ CATTOLICA, Quaderno 3918, pp. 449-477, Anno 2013, Volume III.

3Per un’analisi dettagliata del sorgere e dell’affermazione degli Istituti Secolari nel XX sec., cfr A. Volpe, Secolarizzazione e modelli ecclesiologici: Dimensione ecclesiologia di Stefano Maggio S.D.B. (De Ecclesia 2), By Author Independently Published, Palermo 2017, pp. 17-46.

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