Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

L’epoca della violenza normalizzata.

C’è un nesso profondo, malgrado le apparenze, tra due fatti così diversi come il titolo di un giornale e un fatto di cronaca collegato al mondo dello sport.

Il titolo è quello apparso in questi giorni sul quotidiano «Libero»: «Comandano i terroni», riferito al fatto che il presidente della Repubblica, il presidente della Camera e il presidente del Consiglio sono meridionali.

Il fatto sono i recenti tragici eventi che hanno visto due opposte tifoserie ingaggiare una vera e propria battaglia – purtroppo qualcuno ci ha anche perso la vita – alla fine della partita fra Inter e Napoli. Ciò che li accomuna è l’assurgere della violenza a stile abituale dei rapporti umani.

La violenza, sia chiaro, c’è sempre stata. Non sono le sue perverse manifestazioni a costituire la novità. Ma fino a poco tempo fa essa era percepita e vissuta come una patologia, un’eccezione – anche se purtroppo inesorabilmente ricorrente – alle regole della quotidiana convivenza, e, come tutte le patologie, veniva circoscritta a situazioni di emergenza, di cui il caso più tipico era quello della guerra.

Ormai, invece, in modo sempre più vistoso, essa tende ad inquinare ambiti che tradizionalmente ne erano immuni, trasformandosi, da dramma imprevedibile e relativamente raro, in un fattore di cui ormai bisogna tenere conto nelle più diverse espressioni della vita “normale”.

La violenza nei servizi pubblici: istruzione e sanità

Emblematico il suo irrompere in due settori che finora ne erano stati immuni, quello della scuola e quello degli ospedali. Fino a ieri era impensabile che un genitore, per reagire a un rimprovero fatto al figlio, si recasse in classe per picchiare l’insegnante.

Così come lo era che il medico di una struttura sanitaria venisse aggredito e ferito dai parenti di un malato, inferociti per la morte del congiunto. Ormai ci sono professori e dottori che considerano il loro un lavoro rischioso e prendono in considerazione l’ipotesi di frequentare corsi di autodifesa personale…

Per restare nel mondo della scuola, anche il fenomeno del bullismo c’è sempre stato, ma, secondo l’Istat, esso sta diffondendosi sempre di più, soprattutto tra gli adolescenti, assumendo anche forme nuove e più perverse, come nel caso in cui le sopraffazioni umilianti inflitte alla vittima vengano filmate con gli smartphone dai compagni e immesse nel web.

Quello che dovrebbe essere l’ambiente di una maturazione morale e civile delle nuove generazioni – la scuola –, diventa così, piuttosto, teatro di violenze, ancora più impressionanti per la giovane età di chi le pratica e di chi le subisce.

Perché la violenza sfigura non solo chi ne è oggetto, ma anche chi la pratica.

Gli stadi, l’informazione, i social

Della violenza negli stadi abbiamo già accennato. Anche quella, come il bullismo, c’è sempre stata, ma è in impressionante aumento.

E non si limita agli scontri tra tifosi, ma si manifesta con ululati, cori e striscioni razzisti che perseguitano chi ha un diverso colore della pelle o anche, semplicemente, i giocatori delle squadre del Sud.

Il fenomeno non riguarda solo la serie A, ma arriva a coinvolgere i campionati dilettantistici e giovanili. Ancora una volta i giovani finiscono per essere educati dalla violenza e alla violenza…

E poi – ma forse dovrei dire “prima” – c’è lo stile dei social e di certi giornali, come quello che abbiamo citato all’inizio. Qui la violenza è nel linguaggio, a volte anche nelle immagini, usate come armi. L’insulto alle persone, l’offesa alle istituzioni, vengono confusi con libertà di espressione, un diritto senza corrispondenti doveri.

La degenerazione del conflitto politico

Dulcis in fundo, la politica. A chi ha poca memoria ricordo che dobbiamo soprattutto alla Lega (allora si chiamava Lega Nord) l’imbarbarimento degli stili.

Ricordate quando Bossi dichiarò che del tricolore poteva servirsi solo per pulirsi il sedere? C’erano state, nel nostro Paese, posizioni sovversive di ogni genere, c’era stata la violenza inaudita delle Brigate Rosse, ma erano state unanimemente condannate e considerate incompatibili con la logica del dibattito democratico.

Col linguaggio dei leghisti la violenza vi entrò a pieno titolo. Su questa linea è la liquidazione sprezzante dei meridionali come «terroni» e dei migranti come «una massa di nullafacenti o delinquenti», per citare testualmente discorsi di Salvini.

In realtà i leghisti non sono stati gli unici a operare questo sdoganamento del linguaggio violento. Vi ricordate il V-Day (abbreviazione di Vaffanculo-Day) promosso da Grillo nel 2007?

La Seconda Repubblica ha visto dilagare, da parte di tutti contro tutti, una violenza ideologica direttamente proporzionale all’impoverimento dei contenuti ideali.

In questo modo la battaglia politica si è trasformata in una demonizzazione sistematica degli avversari. “Destra”, “sinistra” non sono esistite più se non nelle accuse reciproche.

Alla fine le reali differenze di idee sono diventate impercettibili – perché non ci sono state più idee –, ed è rimasto solo l’odio.

Eliminare le differenze

Il violento, del resto, non ha bisogno di pensare molto. Sa già che l’altro è un nemico da combattere. Non una persona.

Possono essere i suoi comportamenti a renderlo una minaccia da distruggere. Ma può anche essere il solo fatto che esista in quanto “altro” – come quando si tratta di sostenitori della squadra avversaria, di un ragazzo un po’ goffo, oppure di persone di etnie, culture, regioni diverse.

È questa diversità che già da sola costituisce una provocazione, una sfida. Il violento può accettare solo quelli del suo branco, che sono come lui.

Mi chiedo se questa non sia, in fondo, la logica che sta dietro i processi della nostra società. Se la violenza primordiale non sia – prima di quella degli stadi, o delle scuole, o dei mezzi di comunicazione o della politica – l’omologazione che essa impone con le sue mode, i suoi slogan, i suoi stili di vita, emarginando i “diversi”.

La violenza e la fragilità del sé

Mi chiedo se la violenza da cui tutte le altre scaturiscono non sia il meccanismo della massificazione, per cui alla fine, come dice Martin Heidegger, «ognuno è gli altri e nessuno è se stesso».

E del resto, solo così si può spiegare il crescere esponenziale degli stili violenti non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale.

Questa constatazione – se la si accetta – non sminuisce di un millimetro la responsabilità dei protagonisti delle singole forme di violenza. Essa però può aprire la strada a una diagnosi del fenomeno più profonda e additare una via d’uscita che non consista solo in singole misure – peraltro giuste e urgenti – appropriate ai singoli settori, ma vada al cuore del problema.

«Ritornino i volti!» suonava il titolo di un libro di un noto pensatore italiano, Italo Mancini, pubblicato diversi anni fa, ma più attuale che mai. Ma per ricoprire quello degli altri, è indispensabile riscoprire innanzi tutto il proprio volto. Il violento non riesce relazionarsi con l’altro perché non ha un vero rapporto con se stesso.

Quando gli altri diventano “cose”

Tutto e tutti intorno al violento – tranne il gruppo con cui si identifica – si trasformano in un ostacolo, in una “cosa”, perché egli stesso non ha mai provato a scoprire la propria umanità e cosa voglia dire essere un “io”.

La riduzione dei diversi a categorie univoche – “terroni”, “invasori”, “parassiti” –, la sua incapacità di vedere che ogni persona è unica e irripetibile, nasce dalla sua mancata consapevolezza di essere egli stesso un mistero, irriducibile a qualsiasi categoria.

Da qui la spaventosa semplificazione della realtà – i “nostri”, i “loro” – che gli impedisce di vedere che anche l’altro ha le sue ragioni e che non può essere ridotto a un anonimo bersaglio di gesti o parole che mirano a colpirlo e, se possibile, a distruggerlo.

L’importanza di un rinnovamento culturale

Per superare la logica della violenza sono necessarie sicuramente leggi e svolte politiche adeguate.

Ma se non ci sarà un rinnovamento culturale più profondo, nessuna misura giuridica, nessuna battaglia politica, potrà essere risolutiva.

La violenza è dentro di noi, nel nostro rapporto sbagliato con la realtà, e per vincerla dobbiamo cambiare non solo gli altri, ma anche noi stessi, rimettendo in discussione le categorie entro cui siamo stati educati e dentro cui stanno crescendo i nostri figli.

Senza questa “rivoluzione culturale”, ogni ingenua pretesa di “cambiamento” sarà – come i fatti stanno dimostrando – illusoria, perché non ci farà uscire (anzi ci farà sprofondare sempre di più) nella grande notte della volenza.

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One Response Comment

  • Antonino Brancato  febbraio 27, 2019 at 11:39 am

    Ognuno è se stesso nella misura in cui sa essere altro da sè.

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