Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Luciano Sesta

Luciano Sesta

Luciano Sesta insegna Filosofia e Storia nei Licei Statali. È anche docente a contratto di Antropologia filosofica all’Università di Palermo e di Bioetica e Filosofia della Medicina presso Master e Corsi afferenti alla Facoltà Teologica di Sicilia e al Policlinico Universitario di Palermo. È codirettore della Rivista Studium Philosophicum e collabora con numerose riviste specialistiche. Ha pubblicato numerosi volumi nell’ambito dell’etica sociale, della bioetica e della filosofia morale.
Luciano Sesta

Schermata-2018-11-12-alle-16.47.33-960x541Ci si potrebbe chiedere come si può pretendere di denunciare una fede, avendone una altrettanto cieca di quella che si vorrebbe smascherare. E la “fede” con cui “Le Iene” sono andate a indagare la vicenda del gay palermitano “diventato” etero, convinte di poter facilmente rivelare il plagio operato dalla comunità evangelica a cui il giovane appartiene, si esprime nel seguente dogma: chi è omosessuale e “diventa” eterosessuale è sempre plagiato, chi è eterosessuale e diventa omosessuale, invece, scopre finalmente se stesso. Sempre. Senza se e senza ma. Senza chiaroscuri, senza mistero.

Nonostante qualche idea un po’ confusa (come per esempio che l’orientamento sessuale sia una “scelta”), il giovane palermitano e il suo pastore tengono abilmente testa alle domande dell’intervistatore, e gli fanno fare, a mio avviso, una pessima figura. Il pastore e il giovane dichiarano che ognuno è libero di fare ciò che crede, anche in base a una fede religiosa che altri non condividono o criticano. 

Le Iene, invece, insistono a voler dimostrare falsa e assurda la loro posizione, con una veemenza inquisitoriale che si percepisce con imbarazzante disappunto nel tono e nelle domande dell’intervistatore, ai quali fanno da contraltare la sobrietà e la pacatezza del pastore. 

Il punto più basso, poi, quando, visto che con una certa dignità il pastore riesce a rispondere efficacemente alle domande, l’intervistatore non trova di meglio che dirgli: «A me sembri solo un pazzo». Che indecorosa mancanza di civiltà, e, soprattutto, che autogol da parte di chi doveva giocare il ruolo della persona ragionevole al cospetto di un invasato. 

Anche l’indagine finale sulle offerte che la comunità evangelica PDG “estorcerebbe” ai suoi membri finisce in un flop. La persona anonima che muove l’accusa, e di cui si riportano le parole, dava l’offerta volontariamente, e – altro clamoroso autogol – dichiara pure che altri, essendo indigenti, non danno alcuna offerta, dimostrando quanto il pastore aveva precisato sin dall’inizio, e cioè che le offerte sono libere, e non pregiudicano l’appartenenza, altrettanto libera, alla comunità.

Le Iene, insomma, che pure producono spesso degli ottimi servizi, in questo caso risultano “bocciate”, con l’effetto, controproducente, che la comunità evangelica PDG, che pure è discutibile in molte delle sue manifestazioni, ne esce vittoriosa dal confronto.

L’episodio esige una riflessione più approfondita sui presupposti culturali che lo spiegano. Si parla tanto di “plagio” degli individui da parte di istituzioni, laiche o religiose che siano. Senza aver mai letto Michel Foucault: il potere che plagia di più non è quello istituzionale, il quale, essendo visibile e circoscritto, può essere tanto accettato quanto criticato, ma quello “informale” distribuito nel clima culturale diffuso, nelle idee che vanno per la maggiore, negli slogan politicamente corretti ecc. È il potere dei pregiudizi dominanti, ossia dei giudizi scontati e indiscutibili, come per esempio che nessuno può mai scegliere liberamente di fare qualcosa che un altro gli ha consigliato. Questi assiomi impliciti esercitano un potere tanto più insidioso quanto più non si è in grado di coglierne la natura oppressiva. Un potere a cui, mentre si crede di essere liberi, si obbedisce inconsciamente. Che è appunto la definizione di “plagio”. 

Quello che nessuno fa mai notare, in questo contesto, è che al plagio esercitato da un pastore o da un politico si può sempre sfuggire, dal momento che il potere da cui esso proviene gioca a carte scoperte, essendo istituzionalizzato come tale. Ma se il potere è quello di un intero sistema culturale dato per scontato, e io mi muovo nella sua stessa direzione, come smascherare l’inganno? Come capire che ciò che faccio da me mi è in realtà suggerito inconsapevolmente da altro e da altri? 

Ed ecco che chiunque critichi il giovane gay palermitano di essere vittima di plagio da parte delle sue guide spirituali, che sono espressione di un potere visibile, e dunque controllabile, lo fa totalmente plagiato dal pregiudizio invisibile, e dunque incontrollabile, secondo cui si è liberi di convertirsi solo a certi stili di vita ma non ad altri, e, dunque, in base a un principio che, se fosse visibile ed esplicito, nessuno mai accetterebbe. Se uno è libero, in effetti, deve poter fare per se stesso le scelte che vuole, seguendo chi vuole. Che ad altri piaccia o no. E se a molti non piace né la religione né la “conversione” eterosessuale di un omosessuale, vera o presunta che sia, tanto peggio per loro. Freedom is freedom. Morale della favola: chi denuncia il plagio subito dagli altri guardi prima in casa propria. Vedrà che il plagio che crede di poter smascherare nelle libere convinzioni altrui è, in realtà, operante nella sua stessa inconsapevole sudditanza verso pregiudizi che, se solo gli fossero fatti notare, respingerebbe senza esitazione.

 

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