Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

28Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».29Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 32Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui33amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

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Il brano del Vangelo di oggi si inserisce, nella narrazione di Marco, in una serie di interrogativi posti a Gesù da alcuni esponenti delle correnti di pensiero del tempo, in seno al giudaismo. Essi, ascoltato il suo insegnamento, gli si accostano per provocarlo: farisei ed erodiani in merito al tributo dovuto a Cesare, i sadducei a proposito della vita dopo la morte. La verità e la profondità delle risposte di Gesù colpiscono uno scriba, il cui interrogativo è oggetto della Parola di questa Domenica: qual è il primo di tutti i comandamenti? Anche gli altri Vangeli sinottici riportano l’evento e, in particolare, nel racconto di Luca è da questo interrogativo che ha origine la parabola del Samaritano (Mt 22,34; Lc 10,25-28).

La domanda non è posta alla scopo di tentare il Maestro, non si percepisce polemica né falsità in essa, a differenza delle due precedenti questioni, in cui da una parte i farisei introducono il problema adulando Gesù (“Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio” Mc 12,14), dall’altra i sadducei inventano un farraginoso e inverosimile caso su una donna moglie di sette fratelli, nel tentativo di porre in contraddizione Gesù e la legge mosaica. Il racconto mostra questo scriba come una persona saggia, razionale e non faziosa ma desiderosa di verità. La domanda è molto seria: cosa non può mancare della vita di un pio israelita? qual è il comandamento da cui tutto scaturisce, il criterio ispiratore e unificatore della legge? Che un uomo edotto delle leggi bibliche (centinaia), ponga questo interrogativo è già un grande segno di sapienza e di intelligenza: significa che egli è alla ricerca di un principio da cui originano le leggi, senza il quale resterebbe soltanto un legalismo vuoto. Il tentativo di fare “sintesi” da parte di un uomo il cui impegno nella comunità è districarsi in una pletora di norme ed esserne punto di riferimento ci colpisce e ci affascina.

La risposta di Gesù incomincia con “Ascolta, Israele!” (Shemà Israel), inizio della preghiera ebraica (tra le più sentite) che si legge di mattina e di sera, i cui primi due brani sono affissi agli stipiti delle porte di ogni casa (la mezuzah), l’essenza monoteistica dell’ebraismo che la liturgia odierna pone come Prima Lettura (Dt 6,2-6). Il richiamo all’ascolto che Gesù fa, prima di enunciare il comandamento dell’amore a Dio e al prossimo, è fondamentale: non si può amare Dio senza prima conoscere, ascoltando, il suo amore per noi, di cui il nostro amore è una risposta. Non si può amare per primi, senza essere stati amati e, quindi, senza aver imparato l’amore. Questa consapevolezza è lontana del sentire comune, per il quale l’amore nasce in noi, è “creato” da noi. Segue il comandamento monoteista, contro l’idolatria, e l’amore a Dio con cuore, anima (vita), mente (intelligenza) e forza. Tutto ciò che abbiamo, che facciamo e che siamo è vocato all’amore a Dio. Alcune traduzioni traducono “tutto” con “tutto intero”, rafforzando e rendendo radicale e terribile questo messaggio: Dio è il centro, il primo e l’unico, non vuole un cuore diviso, un amore parziale, un amore tiepido (“Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.” Ap 3,15-16). Parliamo di un comandamento: Dio ci ordina di amarlo. Forse, senza il comando, non avremmo osato tanto. Anche questa evidenza è lontana dal nostro sentire, in cui le “cose di cuore” non si sottopongono al comando.

Il secondo precetto, che Cristo aggiunge come prolungamento del primo, ci dice che l’amore per il prossimo non è una alternativa all’amore per Dio, ma ne scaturisce. È “secondo” perché scende dall’alto, deriva dal primo. Chi lo pone come primo scambia il rubinetto con la sorgente, chi lo nega sta negando anche l’altro. La misura dell’amore verso il prossimo è “come se stessi”. C’è una differenza con l’amore assoluto e “infinito” destinato a Dio, perché l’uomo non è Dio e amarlo come se fosse tale corrisponderebbe a caricarlo di un peso troppo grande, distruggerlo, soffrire quando si scopre che egli è limitato. Amare gli uomini come idoli esita nello schiavizzare se stessi e gli altri. “Come se stesso” è la giusta misura di noi uomini, perché ci insegna ad amarci (sapienza e principio di ogni buona azione), ci preserva dal disprezzo verso noi stessi che talvolta riversiamo sull’altro. E ci preserva dal disprezzo e dalla strumentalizzazione dell’altro, quando, invece, ci “amiamo” troppo, di un amore cieco e falso.

Lo scriba loda la risposta di Gesù: probabilmente è più anziano di lui e non sa di stare parlando con Dio, con l’amore in persona. Aggiunge che l’osservanza al comandamento dell’amore vale più di olocausti e sacrifici, comprendendo in pieno la differenza tra il rituale e il contenuto di fede, avvicinandosi alle parole di Paolo sul sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; sul culto spirituale (Rm 12,1). Gesù, a sua volta, loda la saggezza di questo scriba che cerca la verità più importante, oltre le norme con cui quotidianamente entra in contatto e si chiede per cosa siamo fatti. Egli “non è lontano dal Regno” perché ha interrogato Gesù nel modo giusto e ha, quindi, recepito la risposta. Cosa gli manca, dunque? Forse il coraggio di interrogarlo ancora, che nessuno ha e senza il quale, nel silenzio, si conclude il Vangelo di oggi.

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