Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Maurizio Muraglia

Maurizio Muraglia

Maurizio Muraglia insegna Lettere in un Liceo di Palermo. In qualità di esperto di questioni educative e didattiche svolge attività di formatore per docenti ed è presente nelle riviste specializzate. E’ opinionista dell’edizione siciliana di “Repubblica” sui temi della scuola. Gestisce il blog su scuola, didattica e letteratura https://mauriziomuraglia.com/
Maurizio Muraglia

Nel V canto dell’Inferno Dante e Virgilio incontrano i lussuriosi, coloro che “la ragion sommettono al talento”, per usare le stesse parole del poeta. Ovvero coloro che hanno fatto prevalere la passione sulla ragione. Occupa la scena il desiderio (talento). Desiderio dell’altro, desiderio fisico dell’altro. I dannati sono sottoposti ad una bufera implacabile, contrappasso, per analogia, della loro condizione tempestosa sulla terra (anche oggi, per gli adolescenti, si parla di tempesta ormonale….). La parte di cui ci occupiamo prende la seconda metà del canto. Dante e Virgilio hanno già visto molte altre anime, più famose, e Dante aveva già provato “pietà” mista ad un certo senso di smarrimento. Il lettore è messo sull’avviso. Cos’è questa “pietà”? Perché Dante torna a “smarrimenti” che ricordano il primo canto (“la diritta via era smarrita”)?

La vicenda di Paolo e Francesca appartiene invece alla cronaca. Dante aveva vent’anni quando accadde quel che qualche tempo fa poteva definirsi delitto d’onore ed oggi femminicidio (qui con aggiunta di amante). Quindi il poeta è a conoscenza dei fatti e li rivisita poeticamente, che nella nostra modalità di lettura vuol dire esistenzialmente. È palesemente una storia d’amore vista nel suo epilogo tragico. I due stanno all’Inferno, circostanza che non lascia adito a dubbi circa il giudizio etico-teologico del poeta. Questo loro “uscir da la schiera” evidenzia subito che Dante vuole offrici una sorta di emblematica storia passionale, tratta dalla cronaca del tempo. I due non solo danno a Dante del “grazioso” e “benigno”, nella nostalgia della loro lontananza da Dio, ma gli attribuiscono la “pietà” verso il loro “mal perverso”. Ma che male è stato, quello di Paolo e Francesca?

«Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

 

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

 

 

G. Previati, Paolo e Francesca, 1887

G. Previati, Paolo e Francesca, 1887

Le tre terzine con le quali comincia il testo sopra riportato iniziano con la parola Amore e definiscono il campo della tragedia del piacere. Paolo è un “cuor gentile”, un’anima nobile capace di provare amore, e Francesca vi corrisponde, ed è un piacere che ancora non l’abbandona. È l’amore del Dolce Stil Novo, messo in poesia da Dante stesso. Ma è anche l’amore che conduce alla morte, del corpo o dell’anima: “amor di nostra vita dipartille” (v.69).

Amore dovrebbe chiamare vita. Ma qui c’è paradossalmente un legame strettissimo tra amore e morte, ed è questo che crea in Dante un profondo turbamento. Una sorta di dissonanza esistenziale. E pensieri. Pensieri su se stesso, inevitabilmente. Pensieri sulla fragilità dell’umano. Pensieri che riguardano tutti gli uomini. Pensieri sui dolci pensieri amorosi e sul desiderio. I tratti dell’umanità che prova passione amorosa. E che adesso però rendono Dante “tristo e pio”. E Dante incalza con le sue domande che sono anche le nostre, perché la dinamica dell’innamoramento resta per lui centrale per quanto coinquilina del giudizio etico-teologico. Sbaglierebbe infatti chi mettesse in contrasto, piuttosto che in tensione dialettica, le due dimensioni.

Dante chiede a Francesca dei “dolci sospiri” e dei “dubbiosi disiri”. E chi non ravviserebbe qui tutta l’emozionante dinamica che precede il rivelarsi della passione? É la letteratura che ha fatto loro da specchio. Potenza dei libri. Il bacio di Lancillotto a Ginevra rivelò Paolo a se stesso ed in un fiat lo lanciò verso l’abisso della condanna eterna: “la bocca mi basciò tutto tremante”. È il tremare della passione, ma anche il tremare della trasgressione: è il passaggio dall’amore alla morte. Ed è anche la morte di Dante ad un certo modo di vivere l’amore.

Che Dante venga meno per la “pietade” e che cada “come corpo morto cade” è chiaro indizio della complessità in cui il giudizio etico-teologico, già in ambito medievale, poteva imbattersi di fronte alle manifestazioni più genuine – e nobili, perché no? – della fragilità umana. L’eterno conflitto tra eros ed ethos (si pensi al mito di Enea e Didone) torna qui in forme laceranti e ci parla ancora. E ancor oggi non sappiamo dare il nome a ciò che eccede ogni possibilità di chiudere l’umano nella sua sola tensione etica. Che sarà questa eccedenza?

Un discorso sull’eccedenza in chiave educativa è un discorso serio. Perché parla dell’impasto indissolubile tra intelligenza ed emozioni, tra volontà e desiderio, tra etica ed esistenza. Se appena il discorso educativo facesse prevalere una delle due dimensioni sull’altra, il risultato che purtroppo non raramente si vede sarebbe quello di un approdo non umano alla vita. Moralisti e libertini qui devono trovare un punto di mediazione, che mi pare la pagina dantesca fornisca brillantemente. C’è più mistero che chiarezza nelle cose della vita, occorre spiegare ai più giovani. Non a ogni cosa è possibile dare un nome o una definizione. Lo comprende mirabilmente una celebre canzone brasiliana riproposta da Ivano Fossati e Fiorella Mannoia, Ah che sarà:

quel che non ha ragione
né mai ce l’avrà
quel che non ha rimedio
né mai ce l’avrà
quel che non ha misura
[…] quel che non ha decenza
né mai ce l’avrà
quel che non ha censura

né mai ce l’avrà
quel che non ha ragione
[…] quel che non ha governo
né mai ce l’avrà
quel che non ha vergogna
né mai ce l’avrà
quel che non ha giudizio”

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