Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

35E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». 36Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero:37«Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».38Gesù disse loro: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». 39E Gesù disse: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. 40Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». 41All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni.42Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. 43Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, 44e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. 45Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Tissot-1069Il Vangelo di questa Domenica si ricollega alla riflessione del mese scorso (XXV Domenica del tempo ordinario) sulla vera grandezza agli occhi di Dio. Il brano di oggi sottolinea e approfondisce questo messaggio, non minimizzando né edulcorando, mostrandone, anzi, la sua profonda estraneità rispetto al “sentire” dell’uomo. La scena è quella dei discepoli con Gesù, che camminano verso Gerusalemme. È appena avvenuto, per la terza volta nel Vangelo di Marco, un annuncio della Passione, della morte e della Risurrezione. Ricordiamo le reazioni nei precedenti episodi: Pietro protesta apertamente e viene rimproverato dal Maestro (“Và dietro a me, Satana!”), i discepoli si chiudono in un silenzio impaurito e poi, ignari, discutono lungo la via su chi, di loro, sia il più grande. Oggi Giacomo e Giovanni, i due prediletti che, insieme a Pietro, hanno assistito alla Trasfigurazione, all’agonia nel Getsemani, alla risurrezione della figlia di Giairo, i momenti forse più intensi della vita terrena di Gesù, vincono l’imbarazzo e chiedono al Maestro di sedere, nella sua gloria, alla destra e alla sinistra. Nel racconto di Matteo sarà la madre dei due discepoli a chiedere questo per loro (Mt 20,20). Segue l’indignazione degli altri e, nuovamente, il messaggio sulla grandezza e sul servizio, presente anche nel Vangelo di Luca (Lc 22,24) durante l’ultima cena.

La richiesta dei figli di Zebedeo rivela una profonda incomprensione del discorso che Cristo fa sulla Passione. Loro lo amano senza conoscerlo. Egli non è il Messia dei loro desideri, ma quello della promessa di Dio. Deluderà ogni loro attesa in senso umano. La preghiera di Giacomo e Giovanni di occupare posizioni di potere è come la nostra preghiera distorta di quando vorremmo fare Dio garante ed esecutore dei nostri piani, ribaltando il rapporto di fede autentico, fondato invece sull’obbedienza alla volontà di Dio. Assistiamo, qui, allo scontro tra il desiderio di Dio – fonte di verità e di salvezza – e il desiderio dell’uomo, spesso presuntuoso sulle proprie sicurezze e sulla sua nozione di giustizia, altrettanto spesso volto al potere umano, travestito (più o meno) da buone intenzioni. “Cosa volete che vi faccia?” chiede Gesù: non solo in questa occasione ai discepoli, ma anche al cieco Bartimeo (Mc 10,51) prima di guarirlo. Ciò indica che Gesù vuole che esplicitiamo il nostro desiderio e il nostro bisogno (anche se lo conosce più di noi stessi), ma che il nostro scopo non deve essere quello di ottenere ciò che chiediamo, ma di cercare con tutte le nostre forze (e chiedere) ciò che Dio, nella sua infinita sapienza, vuole donarci. Si tratta di una educazione dei nostri desideri, perché essi siano sempre più aderenti alla volontà di Dio, al desiderio di Dio: è un messaggio molto duro da accettare, perché esso comporta il distacco dalle certezze, l’abbandono del principio dell’autodeterminazione, del self-made man che sa cosa vuole, cosa è giusto per lui e deve solo andare a prenderlo. Comporta di riconoscere che, quando anche chiediamo qualcosa, “non sappiamo ciò che chiediamo”. Gesù stesso nel Getsemani chiederà al Padre che il calice della sua passione e morte sia allontanato, ma più di tutto chiede “non ciò che io voglio, ma quello che tu vuoi” (Mc 14,36). Egli stesso vive, nelle sue ore estreme, il nostro dramma della preghiera, in cui il nostro desiderio e quello di Dio si incontrano. Ma tutta la sua esperienza terrena ci mostra la radicale obbedienza alla volontà del Padre.

Alla domanda dei discepoli Cristo risponde con una domanda: potete bere il calice che devo bere ed essere battezzati con il mio battesimo? I discepoli, ignari, credono di potere. Dopo pochi giorni, quando Gesù sarà arrestato, si disperderanno e fuggiranno. Ma il calice e il battesimo del loro Maestro i discepoli lo berranno, poi, nel loro stesso martirio, che oggi Gesù profetizza. Ma sottolinea che i posti alla destra e alla sinistra non sta a lui di concederli, ma sono di coloro per i quali sono stati preparati: i due malfattori in mezzo ai quali sarà crocifisso, fratelli di tutti noi nella comune miseria, nel peccato. È al Padre che spetta di concedere la gloria a coloro che ascoltano e compiono la Sua volontà, come glorifica il Figlio nella sua vita spesa in obbedienza a Lui.

L’indignazione degli altri si accende: in ogni gruppo umano, nel cuore di ogni uomo è annidata la ricerca del potere, l’invidia, il risentimento e l’ipocrisia verso chi, giustamente o ingiustamente, lo ottiene. Le comunità cristiane e la Chiesa non sono immuni da ciò. “Non è così tra voi!” è l’ammonimento del Signore: dovrebbe essere il miracolo ogni giorno operante che purifica la brama umana nella Chiesa, che non fa vivere responsabilità e ruoli come potere per schiacciare ma come servizio. Il paragone che Gesù fa è con “chi è ritenuto” capo delle nazioni e le opprime: è solo una illusione di potere e grandezza, non corrisponde a verità. La verità sulla grandezza che deve esserci tra i discepoli di ogni tempo è diversa, perché la Chiesa è corpo di Cristo, Cristo vi abita ed Egli è diverso da noi, non è nel peccato, egli è Dio. Questa grandezza consiste nel servire e il primato è per chi si fa schiavo, cioè colui che non si appartiene, che è dell’altro. Fa paura questa parola, ma è, senza possibilità di equivoco, quello che Dio chiede, anche in altri passi dei Vangeli in cui si parla di “rinnegare se stessi” (Mt 16,24). La grandezza, in questa nuova luce, è forse meno desiderabile. Eppure è quella che ha valore agli occhi di Dio, anche se è spesso invisibile per gli uomini. È un dono dello Spirito Santo, impossibile senza di esso, troppo “divino” per l’uomo solo, perché corrisponde all’abbassamento, alla ignominiosa morte di Gesù di Nazareth, verbo eterno di Dio, crocifisso. Ogni altra gloria è una bugia, è vana-gloria.

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